Marcela Serrano, una fine terribile per riabbracciare la vita

L’identità cilena, fra trasformazioni e modernità, è cruciale in “Antigua, vita mia” di Marcela Serrano. Protagoniste due donne che attraversano le tensioni e gli orrori degli anni Sessanta e Settanta, nel racconto di un cerchio che si chiude…

Raccontare le ferite di un Paese o, più generalmente, di parte di un continente, quello americano, tramite la storia di un’amicizia femminile: è questo il proposito di Antigua, vita mia (304 pagine, 12 euro), il terzo romanzo di Marcela Serrano, edito nel 1995 (in Italia tradotto da Simona Geroldi nel 2000 per Feltrinelli).
Scrittrice prolifica nata nel 1951 a Santiago del Cile, figlia di una romanziera e di un saggista, nel 1973, a seguito del golpe militare che porterà alla dittatura di Pinochet, si allontana dal suo Paese e trascorre alcuni anni in Italia, a Roma, sino al ’77. Tornata in Cile inizia gli studi di Belle Arti e si dedica alle arti figurative, in particolare all’incisione, vincendo prestigiosi premi. Tuttavia il richiamo della scrittura non l’ha mai abbandonata e nel 1991 esordisce con il romanzo Noi che ci vogliamo così bene, insignito di diversi premi letterari. La fortuna di questo esordio si estenderà presto in tutto il Sud America e anche in Europa, rendendola una delle voci più note della letteratura cilena e sudamericana. Da Antigua, vita mia nel 2001 è stato tratto l’omonimo film per la regia di Héctor Olivera.

Storia di un’amicizia

Il romanzo narra la storia di due donne, Violeta e Josefa, entrambe provenienti da famiglie umili, con percorsi di vita intrecciati con la guerriglia e le tensioni che attraversano il Cile degli anni Sessanta e Settanta. La loro amicizia nasce da bambine, tra i banchi di una classe dalla quale venivano emarginate per la scia di miseria e bizzarria che le accompagnava: da un lato Josefa, figlia di un fornaio andaluso, tacciata dunque come persona povera, dall’altro Violeta, figlia di un libraio polacco, con una perfetta pronuncia della lingua inglese che la rendeva strana agli occhi dei compagni. Le due s’incontrano al margine, sole e incomprese, e vengono fuori da lì insieme: un’amicizia che le rende presto come sorelle, soprattutto nel momento in cui Cayetana, madre di Violeta, decide di viaggiare per il Sud America fino a perdere la vita in Guatemala, e la giovane ragazza si troverà a dividersi tra la casa paterna e la casa dell’amica.
Crescendo, Violeta diventa un’architetta piena d’inventiva e Josefa una cantante di fama internazionale. Entrambe sposate con uomini di valore, l’una con Eduardo, scrittore noto per aver perso la sua famiglia durante un naufragio più che per i suoi libri, e l’altra con Andrés, avvocato e marito premuroso, e madri attente di figli che fanno loro da specchio poiché riflettono perfettamente lo stato psicologico del nucleo familiare.
Difatti sotto la patina di serenità e successo, in realtà le due donne si ritrovano ad affrontare situazioni complesse che le porteranno a dover farsi carico di un bagaglio di sofferenze talvolta troppo gravoso per le loro spalle. Inoltre non soltanto il dolore, ma anche la violenza si insinuerà tra le mura di una delle due case e, seppur in un primo momento venga tacitamente sopportata, a un certo punto seppellirà sia la vittima sia il carnefice.

L’orrore come cura

La narrazione prende avvio con Josefa, adulta, che si reca a casa dell’amica per recuperare una scatola piena zeppa di quaderni, mentre fuori dalla porta impazzano giornalisti e poliziotti. Qualcosa di terribile è accaduto, ma Serrano spiazza il lettore immergendolo nel cuore della vicenda senza tuttavia spiegare nulla: attraverso un’analessi che si dispiega per tutta la prima parte del romanzo, l’autrice porterà il lettore a scoprire ciò che è avvenuto e le ragioni del gesto narrando gli eventi senza una linearità, anzi, quasi come un patchwork costituito da brani di diari, poesie, citazioni, oltre alla narrazione in prima persona.
Antigua, vita mia è il racconto di un cerchio che si chiude, di una fine terribile ma necessaria per poter abbracciare di nuovo la vita, per poter esistere nel pieno delle proprie possibilità, con serenità e impegno. Soltanto dopo aver attraversato l’orrore e aver compiuto l’orribile gesto la profezia annunciata decenni prima a Cayetana si avvererà e finalmente Violeta, sua figlia, vivrà la sua seconda vita.

Passato e presente

Sebbene i temi affrontati in Antigua, vita mia siano molteplici, il focus principale del romanzo di Marcela Serrano è quello dell’identità culturale. Cosa significa essere cileni? Cosa distingue il Cile dagli altri Paesi in un mondo sempre più globalizzato?

“[…] sembriamo un paese che corre dietro a tutto, incapace di guardare con dignità al passato. E questo mi fa molto male.”
“Sei rimasta ancorata al passato, piccola?” chiede ridendo Javier.
“Non mi interessa il passato in quanto tale. Mi interessa per capire chi siamo oggi.”

La nostalgia per il passato, seppur doloroso e violento, è ciò che guida il personaggio di Violeta, difatti abbandonerà il Cile fino a stabilirsi in Guatemala, nella città di Antigua. Lì ritrova le tradizioni e la cultura che il suo Paese sembra aver dimenticato, a favore di uno sviluppo sociale ed economico. Lontana da casa, dalle sue origini, si sente di nuovo parte del mondo in quella terra autentica, circondata da vulcani, la cui pericolosità le permette di sentirsi viva.
Di contro Josefa abbraccia le trasformazioni che sta subendo il Cile, riconosce i vantaggi della modernità, nonostante anche lei senta che qualcosa si sta incrinando irrimediabilmente.

“Cos’è per lei la felicità?” mi chiede la giornalista.
(Mai dare risposte sofisticate su questo argomento,” mi aveva ammonito una volta Violeta. “Diffida da chiunque risponde a questa domanda senza semplicità!”)
“Un giorno di pioggia al Sud,” rispondo, “con la luce delle due del pomeriggio, una minestra calda e tutti seduti intorno al tavolo. Questa è la felicità.”
Che io sto perdendo o che ho già perso. Ma questo non lo dico alla giornalista.

L’atteggiamento di Josefa è differente rispetto a quello di Violeta, tuttavia non è semplice per nessuno abitare un momento di passaggio. In tal modo il continuo muoversi in opposizione delle due amiche le rende l’una necessaria all’altra per poter comprendere la realtà in cui vivono oltre che sé stesse.
La città di Antigua diviene così il perno della narrazione, il luogo in cui si sintetizzano passato e presente, terrore e meraviglia, luogo in cui ritrovarsi e amare ancora.

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