Attraverso le vicende di due fratelli, Alfredo e Franco, Matteo Cavezzali ci conduce dalla Ravenna del primo Novecento all’inferno della guerra e dei totalitarismi. “I fratelli Meraviglia” è un romanzo di grande autenticità e molto più intimo di quanto possa sembrare per l’autore, un titolo di svolta nella sua produzione…
Ci sono quelli che ci riescono al primo libro, quelli che addirittura scrivono solo il primo libro. E poi ci sono quelli per cui il libro spartiacque della propria produzione arriva dopo alcuni anni, dopo qualche, chiamiamolo così, tentativo, anche se il termine è un po’ irriverente. Il libro della svolta non è necessariamente il più bello, non è quello che poi alla fine si può considerare il più importante, ma è quello che dà la misura delle potenzialità di un autore, per sensibilità e consapevolezza della scrittura. Per Matteo Cavezzali, romagnolo, nato nei primi anni Ottanta, probabilmente questo titolo è I fratelli Meraviglia (237 pagine, 19,50 euro), pubblicato dalla casa editrice Mondadori. Un’opera molto intima e sentita, come lo stesso autore svela esplicitamente nella nota conclusiva, una storia al tempo stesso vera e incredibile, che Matteo Cavezzali – anche autore di podcast e drammaturgo – ha covato a lungo, fin quando probabilmente non ha trovato il coraggio di scriverla e di lasciarla andare in libreria.
Il riservato e l’impavido
Dalla Ravenna del ventennio fascista all’Europa diroccata dalla seconda guerra mondiale, il nuovo romanzo di Matteo Cavezzali – per cui gli avvenimenti storici sembrano essere imprescindibili come anche nei suoi precedenti volumi – racconta due fratelli agli opposti, per carattere, atteggiamento e visione del mondo, ma comunque molto uniti. La loro infanzia e giovinezza sono così naturalmente immerse nei riti e nelle dinamiche del fascismo, e comunque gioiose e spensierate, pur nella povertà, da rendere non particolarmente minacciosa la percezione del regime. Solo quando il più riservato, il maggiore Alfredo sembra scomparire nel nulla – dal fronte non arrivano più sue lettere e nessuna spiegazione – e l’impavido Franco, il minore (rimasto a fare i conti con bombe dal cielo e con cibo razionato) prova a mettersi sulle sue tracce, a ogni costo, fra macerie e massacri, si squarcia davvero il velo della cappa di violenza, di odio e di autoritarismo. E vedendo da vicino violenza e morte inizierà per loro l’età adulta.
«Lo troverò» diceva. «Succeda quel che succeda. Lo troverò.»
E quando lo diceva, stringeva i pugni come se il mondo intero non bastasse a fermarlo.
Senza sperimentalismi, senza gigionerie
Tra campi di lavoro e lager, fra città credute invincibili e invece miseramente cadute, tra orrori di ogni tipo e flebili speranze, la vicenda dei due fratelli è ripercorsa con pathos; non mancano dati reali e invenzione romanzesca – complici le testimonianze di alcuni personaggi, uno dei due principali era il nonno dell’autore, e alcune carte e foto ritrovate – fanno capolino peripezie e amare riflessioni. È un romanzo che qualcuno potrà giudicare vecchio stile, senza particolari audacie stilistiche, sperimentalismi, senza gigionerie tanto di moda, ma con un’anima di autenticità e un senso profondissimo di testimonianza, che ne fanno una lettura – non diremo necessaria, perché viene detto di qualsiasi cosa ormai – importante, emozionante, che dà senso e sapore. Un libro lucido e credibile che – è facile immaginare – sarà costato molto, emotivamente, allo stesso Matteo Cavezzali. Ma che lo ripaga pienamente per quel che è diventato dopo anni di scrittura.
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