Un libro in cui immergersi a capofitto, un vortice tra fantasy, thriller e indagine psicologica. È “La Biblioteca sul Monte di Brace” di Scott Hawkins, i cui protagonisti sono normali bambini americani prima e adepti di un sapere trascendente poi. Non c’è spazio per la magia, semmai per i sentimenti, in quell’universo separato che è la Biblioteca, dove ci sono sapere e conoscenza di tutte le arti del mondo…
Siamo in America ma la Biblioteca non è quella classica cui siamo abituati, è “un universo separato” che contiene il sapere e la conoscenza di tutte le arti del mondo come la guerra il linguaggio la medicina la matematica e persino la morte: 12 cataloghi affidati ciascuno ad altrettanti bambini, “normali” prima di essere rapiti da Padre, il misterioso detentore di tutto questo sapere.
Una di questi bambini è Carolyn a cui è stato affidato il catalogo delle lingue ed è in grado di parlare e comprendere ogni linguaggio presente e passato, umano e non. Insieme agli altri bibliotecari dovrà cercare di far luce sull’improvvisa sparizione di Padre.
Niente è come sembra, man mano emergono ricordi e segreti del loro passato condiviso e Carolyn si troverà a lottare non solo contro forze oscure e ultraterrene ma soprattutto contro i propri demoni interiori e un passato che non è mai riuscita a lasciarsi alla spalle.
Ironia e tensione
La Biblioteca sul Monte di Brace (512 pagine, 20 euro) di Scott Hawkins, tradotto per Mercurio Books da Filippo Balestrazzi, è proprio il classico libro in cui immergersi a capofitto, quella lettura che fa’ staccare il cervello e dimenticare del mondo fuori.
Innanzitutto è un libro divertentissimo, con un umorismo che tende a smorzare la tensione anche nelle parti più disturbanti. E ce ne sono non poche. Hawkins infatti crea un vortice tra il fantasy, il thriller e l’indagine psicologica che procede per accumulo e scarti improvvisi.
La storia inizia nel momento in cui qualcosa è già accaduto per cui nel susseguirsi delle pagine si alternano gli sviluppi della vicenda a dei throwback del passato che altro non fanno se non accrescere la curiosità, pezzetti di puzzle che non vediamo l’ora di sistemare.
Ma anche una volta completato il quadro generale, la suspense non si attenua, perché la narrazione prende una nuova svolta, accelera grazie a nuovi sviluppi che ci tengono in sospeso fino alla fine.
Siamo attanagliati dalle domande: se all’inizio non possiamo smettere di chiederci “cosa sta succedendo e perché” nella seconda ci domandiamo “cosa succederà e come”!
Basta pensare che il titolo del libro si chiarirà solo a tre pagine dalla fine.
In bilico tra potere e sentimenti
La Biblioteca, vero cuore pulsante del romanzo, non è mai un semplice scenario. È una forza che plasma chi le vive intorno, un organismo antico e imprevedibile che sembra nutrirsi di solitudine, curiosità e desiderio di conoscenza. Non offre mai sapere gratuito: ogni scoperta ha un prezzo e spesso è un prezzo sproporzionato, crudele, definitivo. È forse questo uno degli aspetti più affascinanti: la conoscenza non come salvezza, ma come tentazione, come rischio, come punto di non ritorno.
E i personaggi sono degni rappresentanti di questo luogo e del duplice contesto in cui sono cresciuti, normali bambini americani prima e adepti di un sapere trascendente poi. Sono persone spezzate, cresciute in un clima che le ha rese diffidenti, dure. Eppure, o forse proprio in virtù di questa loro incompletezza, emerge una forma di umanità potentissima.
Carolyn ripete più volte che le sue capacità non hanno niente a che fare con la magia. La magia non esiste. In effetti ciò che più di tutto muove le fila della narrazione sono i sentimenti: un’esplorazione inquieta che indaga il rapporto tra vendetta, amore, amicizia, lealtà, memoria e identità.
Senza dubbio, la pura emozione è la vera essenza del sé. Non può essere repressa, non può essere ignorata, non può essere dirottata per troppo tempo.
Il mistero non enigma da risolvere, ma condizione permanente
Hawkins non si limita a raccontare una storia ma costruisce un vero e proprio ecosistema emotivo e mentale nel quale il lettore viene lentamente risucchiato. Anche dopo averlo finito resta una sensazione persistente, come se la storia continuasse a esistere fuori dalle pagine. Più che “leggerlo” sembra di “abitarlo”, pur con la consapevolezza che alcune stanze resteranno chiuse e certi corridoi non porteranno da nessuna parte se non più a fondo nell’ignoto.
Non tutte le narrazioni sono fatte per dare ordine al caos. Alcune servono a mostrarlo, quel caos, e a farci convivere con l’idea che nulla può essere davvero preservato senza essere in qualche modo consumato dal fuoco che lo ha generato.
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