Tra le pagine de “Le maschere del massacro” di Michele Orti Manara c’è spazio per un lucidissimo delirio e un dolore taciuto che si fa finalmente visibile. Con una scrittura che mostra e basta, attraverso due adolescenti, si raccontano l’incapacità di corrispondere alle aspettative, la paura del proprio corpo, l’attesa come unica forma di relazione possibile…
Michele Orti Manara pubblica per Racconti edizioni Le maschere del massacro (15 euro, 187 pagine), un libro, una novella che non si lascia “mettere in ordine” facilmente.
La nuova compagna
La struttura è quella di una sorta di slittamento temporale
Da un lato c’è la storia di un liceale senza nome, “turbata” dall’arrivo in classe di Zoe che sembra uscita da un film che nessuno ha ancora visto: capelli troppo rossi, orecchie appuntite, un triangolo di nei sotto l’orecchio destro. I compagni inventano storie su di lei, il narratore invece ci entra dentro, in quella storia, e non ne esce più. Passano i pomeriggi nella villa di lei, con quel maggiordomo sempre in mezzo e un padre che non si vede mai ma si sente dappertutto.
Un viaggio in solitaria
Dall’altro lato c’è il viaggio in solitaria del liceale verso l’Olanda. Una commissione da sbrigare e il pensiero di Zoe che non lo molla.
L’autore gioca su questo doppio binario lasciando il lentore a “brancolare” senza una mappa e dentro a un labirinto.
Poi, a un certo punto, accade qualcosa che non è facile descrivere senza banalizzarlo. Durante il viaggio, il protagonista assume sostanze stupefacenti e la realtà si squarcia. C’è una zattera che emerge dall’acqua scura, figure umane sulle rive che fanno gesti senza voce, un vecchio con le gengive viola che balla da solo. E in mezzo a questo delirio lucidissimo, lui riconosce sua madre e la madre di Zoe – donne che non ha mai visto ma che sono lì, sulla riva, a indicare qualcosa .
Non è fantastico, non è simbolismo gratuito. È piuttosto il punto in cui il dolore taciuto si fa finalmente visibile. Perché entrambi i ragazzi hanno madri assenti, ingoiate dalla malattia psichica, sedate fuori dalla vita. Ed è lì, in quel viaggio allucinato, che il narratore sembra avere smesso di aspettare risposte che non arriveranno.
Il controllo mascherato da cura
Il titolo si riferisce ad un brano musicale inglese che i due ascoltavano insieme. Ma le maschere sono anche i ruoli che ci cuciono addosso: l’adolescente confuso, la ragazza misteriosa, il padre-prestigiatore che tiene in mano i fili. Orti Manara indaga la violenza che si annida nella protezione, il bisogno di controllare l’altro mascherato da cura. E lo fa con una lingua precisa, cesellata senza essere leziosa. La scena in cui il protagonista osserva le venature del legno sul fondo del letto e le vede trasformarsi in un labirinto, con un ragno che è in realtà un buco nero sul mondo, è uno dei passaggi del racconto più riusciti.
Il punto debole è il finale. Dopo aver teso l’arco per quasi tutto il libro, l’autore sembra voler “concludere” in fretta. Le due storie si ricongiungono, sì, ma con una rapidità che lascia il lettore sospeso. Vien da pensare che questo “effetto” sia voluto e ricercato: una novella che rifiuta la catarsi, che ti nega lo scioglimento facile. Resta però la sensazione di un passo mancato, di una pagina che avremmo voluto leggere e non c’è.
Ciononostante, il libro regge. Perché Orti Manara non racconta mai ciò che è accaduto all’esterno, ma ciò che è accaduto dentro. E dentro, qui, succedono molte cose: l’incapacità di corrispondere alle aspettative, la paura del proprio corpo, l’attesa come unica forma di relazione possibile. Il protagonista, quando racconta la sua prima esperienza sessuale, ammette di affrontare la vita come quel letto: guardinga, passiva, incapace di capire cosa ci si aspetti da lui. È una scrittura che non giudica, non assolve, non spiega. Mostra e basta.
Alla fine, forse, Le maschere del massacro è un libro su quanto poco conosciamo davvero le persone che amiamo. E su quanto sia irreversibile rendersene conto.
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