Lui e l’altro (e lei), Orazio Labbate tra “gabbia” e amore

L’emancipazione dal nido familiare e l’amore salvifico si intrecciano in “Chianafera” di Orazio Labbate, in cui due dei personaggi principali hanno le stesse generalità dell’autore. È un’autofiction sui generis, perturbante, senza dettagli pruriginosi, lontana dalle mode, nel cuore della Sicilia, centro di gravità permanente fra sole e buio

Non so nulla del gotico siciliano e non credo affatto alle etichette, tantomeno in letteratura. Non avevo letto nulla di Orazio Labbate e col mio sguardo “vergine” mi sono accostato a un romanzo smilzo, misterioso, che per stessa ammissione dell’autore è figlio della commistione con videogiochi e serie televisive. Niente pregiudizi, ma tanta curiosità prima di prendere in mano il quinto romanzo di questo scrittore nato in provincia di Caltanissetta, cresciuto a Butera, che è il suo centro di gravità permanente, un deserto fra sole e buio, terra avita, luogo di ispirazione, riflessione, metamorfosi, pezzo di vita e di mondo che rimbomba nell’opera di questo autore siciliano poco più che quarantenne.

Fedele e traditore

Chianafera (130 pagine, 17 euro) è un romanzo (qui è possibile leggerne un estratto) fedele a certa tradizione siciliana, ma anche fedifrago, per così dire, perché reinventa tanto e spesso s’allontana da coordinate che, magari per altri scrittori isolani, sono immutabili e difficili da eludere. Il titolo prende il luogo dalla periferia meridionale, e moderna, del paese natale di Orazio Labbate, spazio che l’autore rivendica come cruciale, origine e motore immobile, spazio che rivolta metafisicamente e con contaminazioni pop. Non sappiamo quante ripetizioni o manierismi – rischi che chiunque corre – ci siano in Chianafera, rispetto alle opere che l’hanno preceduto. Il risultato, però, è molto più che interessante, intenso, vitale; la prosa ha l’andamento che le darebbe un cantastorie, e Orazio Labbate allestisce un’autofiction sui generis, senza dettagli pruriginosi, distante dai modelli imperanti di certi bestseller, italiani e non. C’è il mondo che vediamo, quello che sogniamo, quello che immaginiamo e quello che trasfiguriamo mitologicamente, anche linguisticamente (con un italiano ricercato e pieno di ritmo, screziato di un siciliano arcaico), in questa storia in cui il personaggio principale, con un occhio malconcio, si trova fra le mura del manicomio della Madonna della Catena, senza sapere perché, e poi si imbatterà in un diario maledetto. Anche lui, come l’autore, si chiama Orazio Labbate.

Linguaggio alchimia, non folklore

Questo ripiegamento fantasticamente autobiografico, senza lagne, senza scandali né sentimentalismo, ma con tanti simboli, con un linguaggio che è riuscita alchimia, e non folklore. La famiglia, la memoria e la morte sono vertici della riflessione attorno a quest’opera, come la libertà in riferimento al nido d’origine, una gabbia, l’emancipazione dal Padre e dalla Madre. Sullo sfondo uno skyline desolato che s’abbina con disinvoltura a «una sconvolgente letteratura delle macerie», come la definisce Antonio Franchini, scrittore in proprio ed editor Bompiani che ha resuscitato Lo scuru, l’esordio di Orazio Labbate, ormai fuori catalogo, dopo essere stato un gioiello dell’editore Tunué. Da quel titolo a oggi, probabilmente, l’autore siciliano non ha smesso di mettere in crisi il lettore, di chiedergli un salto di qualità, di fare in modo che non si accontenti di scritture, trame e idee standard. In quest’ultimo volume uno strumento utile alla causa è il doppelgänger, il protagonista Orazio Labbate incontra un Orazio Labbate del passato, prigioniero dei genitori (che «sono un pericolo per l’anima»), con cui ingaggerà un corpo a corpo, impregnato di retaggio psicanalitico. Di giochi di specchi del genere non è semplice tenere il conto – per fare il primo esempio che viene in mente, il personaggio Philip Roth che incontra un suo omonimo “impostore” in Operazione Shylock – ma in Chianafera è messo in scena in modo più che pregevole e perturbante, tra immagini sacre e immagini horror.

Un bacio che sa di redenzione

Non si fanno solo i conti con la tradizione e con l’età giovanile, in questo viaggio che è Chianafera, che in un certo senso prosegue come avviene nei videogiochi, per livelli. Altro tema forse inevitabile è l’amore, solo antidoto alla perdita della memoria. Chianafera è un libro, si legge nella quarta di copertina, «per chi conosce il mistero prodigioso di un amore fantasmatico, che scompare in un soffio alla prima luce del mattino». La sfuggente Chiara Nightingale («incontrata nell’inferno della solitudine del manicomio») gli dona un bacio che sa di redenzione, di liberazione, di salvezza in mezzo a tante figure e situazioni inquietanti.

Era bedda, una bellezza danneggiata al massimo da chissà quante lune cadute per trovare la sua, propria, nel volto. Gli occhi di lei tremavano di tutte le cose non stabilite, guizzanti dell’azzurro di cieli tiepidi di luce, spaventati a morte, sicuru, della felicità del sole. I capiddi porporini, fibrillanti, invece, come quelli di un’icona miracolosa che, sotto le fiamme, una volta che la tela si lacera, rilascia impressioni di attraente paura.

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