Uno scultore del legno rifugiato a Civita di Bagnoregio e due figure femminili opposte nella sua vita: una reale e tangibile, l’altra sfuggente, forse immaginaria. Ne “La ragazza che vedeva nel buio” di Giorgio Nisini il protagonista fa i conti con il rischio dell’emotività e il peso del passato. L’atmosfera c’è, ma non sempre si trasforma in tensione narrativa…
Un senso struggente di solitudine lo afferrò fin quasi alla commozione: odori del passato, profumi e immagini che venivano dai ricordi più lontani, desideri che si erano esauriti per sempre, amici d’infanzia che non aveva mai più visto e che avrebbe voluto in quel momento rivedere e abbracciare.
Solida, quasi materica, è la solitudine che attraversa La ragazza che vedeva nel buio (72 pagine, 14 euro) di Giorgio Nisini, edito da Oligo. Una solitudine che non resta semplice sentimento, ma diventa sostanza narrativa, ossatura stessa di questa breve favola dark che si muove tra mistero, visione e rimpianto.
Un nero profondo
Il racconto è costruito come una suggestione: poche pagine, un’atmosfera sospesa, parole lineari e asciutte che aprono varchi verso il soprannaturale. Tutto è immerso in un nero profondo, come se l’inchiostro della pagina assorbisse l’inquietudine del protagonista. Un’inquietudine che nasce dalla consapevolezza di una vita rimasta ai margini della vita stessa: un’esistenza trascorsa in fuga dal consesso umano, dal giudizio degli altri ma anche dal loro calore, inclinata al vittimismo e alla rinuncia.
Incarnazione di questa rinuncia è Helmut Frida, nome volutamente metallico, scultore del legno dalle origini teutoniche, cliché che personalmente ho percepito come un limite, forse perché io stessa porto nelle vene un sangue barbaro che mal sopporta le semplificazioni, che dopo anni di nomadismo decide di fermarsi in uno dei luoghi più suggestivi e fragili d’Italia: Civita di Bagnoregio.
Il borgo, noto come la città che muore, sospeso sulla fragile Valle dei Calanchi e costantemente minacciato dall’erosione del terreno, diventa il teatro perfetto per una storia dove il confine tra reale e irreale si fa poroso. Le sue architetture medievali, i vicoli silenziosi, la sensazione di isolamento naturale offrono uno scenario ideale per una narrazione che vuole sfiorare il mistero e il perturbante.
Un frammento di sogno
La storia prende avvio in modo quasi impercettibile, con una scena semplice eppure carica di inquietudine:
Una sera d’estate Helmut Frida si accorse che una ragazza lo stava guardando. La notò quasi per caso a pochi metri dalla sua finestra, sotto la luce gialla di un lampione che illuminava la piccola piazza in fondo al paese.
La ragazza appare e scompare come un frammento di sogno. Indossa un abito chiaro, resta immobile sotto la luce del lampione e osserva Helmut con una presenza quasi sfacciata, come se seguisse ogni suo movimento domestico. Quando l’uomo prova ad avvicinarsi, lei svanisce.
Chi è?
Una passante? Una turista? Un fantasma?
Un ceppo informe
L’enigma cresce quando una misteriosa anziana del paese suggerisce un’ipotesi inquietante: quella ragazza apparirebbe solo quando ha qualcosa da comunicare a qualcuno. E possiederebbe un dono raro e ambiguo: vedere nel buio, cioè vedere ciò che deve ancora accadere.
In questo clima sospeso, il protagonista continua a lavorare il legno. Helmut è uno scultore, e l’arte diventa il luogo dove la sua solitudine prende forma concreta. Al centro della narrazione c’è infatti un ceppo informe, muto, che chiede soltanto di essere plasmato.
Quel tronco diventa lentamente il cuore simbolico della storia. È materia grezza che attende una forma, come la vita stessa del protagonista. A guidare la mano dell’artista non è tanto l’ispirazione quanto quella solitudine ostinata che sembra cercare un varco di redenzione.
La ragazza che vede nel buio diventa allora una presenza quasi psichica, un motore invisibile che spinge Helmut verso qualcosa che non ha mai davvero affrontato: il contatto umano, il rischio dell’emotività, il peso del passato.
Nel frattempo, la realtà continua a bussare alla sua porta sotto le sembianze di Eva, la proprietaria di uno dei pochi ristoranti del borgo, donna concreta e presente che mostra verso di lui un interesse affettuoso e discreto. Due figure femminili opposte si dispongono così attorno alla sua vita: una reale e tangibile, l’altra sfuggente, forse immaginaria, forse profetica.
È proprio in questa tensione che si muove la storia, alimentando una domanda sotterranea: la ragazza è davvero un’apparizione oppure è la proiezione della coscienza di Helmut?
Il conflittuale desiderio di socialità e solitudine tornò ad agitarsi dentro di lui, anche se in quel momento prevalse nettamente il secondo.
L’illustrazione, un secondo linguaggio
Se la scrittura di Nisini procede per sottrazione, quasi cesellata come una scultura, le illustrazioni di Luca Ralli, storico collaboratore di Stefano Benni, amplificano l’oscurità della narrazione.
Le tavole accompagnano il testo con immagini inquietanti e misteriose, frammenti visivi che sembrano provenire da un altrove mentale: vicoli deformati dall’ombra, figure sospese, architetture che ricordano rovine interiori più che luoghi reali. Il disegno non si limita a illustrare ma entra nel racconto come un secondo linguaggio, disseminando negli occhi del lettore un senso di instabilità percettiva.
Le parole si frantumano allora in piccole molecole d’inchiostro, e le immagini raccolgono quei frammenti per trasformarli in visioni. È un dialogo tra testo e segno che funziona soprattutto sul piano atmosferico, accompagnando il lettore verso un altrove fatto di fantasmi, rimpianti e macerie emotive.
Eppure proprio qui emerge il limite del racconto.
Fermarsi prima del salto
L’idea è suggestiva, l’ambientazione potente, la simbologia evidente: la scultura come possibilità di redenzione, la ragazza come figura liminale tra destino e coscienza, Civita come metafora di una vita sull’orlo della frana.
Ma la narrazione sembra fermarsi prima di compiere davvero il salto.
La linearità dello stile, troppo essenziale, finisce per mortificare l’intensità delle premesse. Il mistero resta a metà strada, come se il racconto preferisse evocare piuttosto che rischiare una vera immersione nel perturbante. L’atmosfera c’è, ma non sempre si trasforma in tensione narrativa.
La ragazza che vedeva nel buio di Giorgio Nisini resta così una favola oscura che sembra avere paura della propria ombra. Una storia che possiede gli elementi per diventare visionaria ma che preferisce trattenersi sulla soglia.
Il risultato è un racconto che implode dentro le sue stesse potenzialità: elegante, suggestivo, ma incompiuto.
Una favola breve, attraversata da una solitudine granitica, che lascia nel lettore la sensazione di un’immagine sfocata intravista nella notte: affascinante, ma mai davvero afferrata.
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