Tondelli senza etichette, una scorribanda piena d’amore

Giulio Milani, già autore di “Codice Canalini”, con “Codice Tondelli” realizza un’opera sincera, che celebra successi e abissi di Pier Vittorio Tondelli, senza eludere dubbi, detrattori o aspetti divisivi. Un saggio narrativo dalla scrittura fagocitante e febbrile, un’indagine su uno scrittore anti-sistema, con sentiti ricordi e testimonianze…

Non l’icona di mostre, iniziative e volumi celebrativi, non l’incarnazione di una generazione. Ma il volto intimo di un ragazzo che avrebbe settant’anni compiuti, e in realtà non li ha mai avuti, perdendo la vita a trentasei anni, nel 1991. Pier Vittorio Tondelli è stato avvolto da tante, troppe etichette negli ultimi decenni. C’è un racconto sincero, fra altri belli che negli ultimi tempi hanno fatto capolino nelle librerie, c’è un racconto da procurarsi e che è nato nell’officina di Transeuropa, la casa editrice erede di quella a cui lo stesso Tondelli collaborò. Giulio Milani, che in precedenza aveva immortalato Massimo Canalini, peraltro mitico sodale di Tondelli, in Codice Canalini (ne abbiamo scritto qui), ha decisamente captato una voce e l’ha sapientemente riproposta anche in Codice Tondelli. La pagina è pelle, la parola è desiderio (340 pagine, 25 euro), scorribanda letteraria che vale la pena abbracciare per chi ha amato le opere di un giovane emiliano capace di illuminare la scena italiana degli anni Ottanta, insieme a pochissimi altri. Adesso che si è un po’ esaurita l’onda lunga del settantesimo anniversario della nascita, si può leggere con una certa distanza e apprezzare ancora di più, con entusiasmo, il libro di Giulio Milani e il suo soggetto. E magari riscoprire un altro Tondelli, o addirittura scoprirlo.

Irregolare, divisivo e libero

L’autore nato a Correggio, in mezzo a nebbie contadine, morto a causa dell’Aids – scrittore vivo della contemporaneità, di certosino lavoro sulla pagina alla ricerca di un certo sound –  è cucito pezzo dopo pezzo da Giulio Milani, che non può non sottolinearne la deflagrante irregolarità, come anche certe ambivalenze, forse contraddizioni.

Questo segnò gran parte della sua vita: il conflitto tra la necessità di stare nel mondo e il bisogno altrettanto forte di sottrarsene.

Celebra, senza bypassare dubbi, Giulio Milani, perché Tondelli ha a lungo diviso e probabilmente continua a farlo adesso. Dedica anche spazio ai detrattori («lo sdegno dei puristi e il sarcasmo dei cecchini») dello scrittore emiliano, a chi lo considerava «L’equivalente letterario delle merendine: confezionato, zuccherato, deperibile» o «Un Camilleri con meno trama e più cerone. Un narratore da Dagospia, ma senza la vena ironica»; a chi gridò allo scandalo quando Tondelli finì nei Classici Bompiani.

Non un autore, per loro. Ma un sintomo. Un caso clinico da archiviare tra le patologie letterarie postmoderne. L’uomo che voleva essere Barthes e finì per sembrare un catalogo Benetton.

Tondelli però è libero da chiunque, non appartiene a nessuno, è uno scrittore anti-sistema, che condivide la scrittura, coltiva una comunità da officina, dà vita a mitiche Antologie per autori Under 25.

Era questa la sua vera provocazione: non il turpiloquio, non l’omosessualità, non le discoteche e nemmeno le siringhe – ma l’aver fatto della scrittura un gesto popolare, partigiano, condiviso. L’aver detto: scrivere non è un privilegio, ma un diritto. E per questo, forse, sarà ricordato più di tanti altri che scrivevano “bene”.

Autofiction prima dell’autofiction

Una scrittura densissima, fagocitante e febbrile, quella di Giulio Milani, che con questo saggio narrativo, carico di ossessioni e suggestioni, finisce per destabilizzare; un libro che sembra iniziare come un racconto on the road dell’autore, assieme ad alcuni amici (la giornalista Anna Maria Riva, gli scrittori Veronica Tomassini e Davide Bregola), ma che diventa un’indagine, anche spirituale. A proposito di Tondelli fa notare che «ha lasciato tracce di pelle sulle pagine» con i suoi personaggi perduti, con un viscerale spaesamento nel mondo. E inizia a raccontarlo dalla propria esperienza di giovanissimo lettore, da una prospettiva che anticipa l’immagine di star letteraria, dalla provincia e dalla parrocchia alla scrittura e alla pubblicazione, alla ribalta e alle inquietudini, dal Dams a una Milano scintillante, raccontando di sé e del mondo che conosceva, «prima che la parola autofiction entri nel lessico letterario».

Un po’ Pasolini, un po’ Tolstoj

Dietro la maschera di scrittore di successo ci sono abissi interiori e a raccontarli sono, attraverso alcune sentite e complici testimonianze – dai più noti Elisabetta Sgarbi e Aldo Tagliaferri a Ugo Marchetti (loro due editor di Tondelli rispettivamente alla Feltrinelli e alla Bompiani), Paolo Landi, Silvia Bergero, Luciana Evangelisti, Alessandra Buschi, fino ai commilitoni. Ricordi diversi, medesima devozione, la certezza che la curiosità più che la nostalgia abitasse nel corpo e nella mente di Tondelli. Tondelli un po’ Pasolini un po’ Tolstoj. «Se Pier Paolo Pasolini era la nitroglicerina culturale degli anni Settanta – scrive Giulio Milani – Pier Vittorio Tondelli è un po’ il petardo clandestino, ironico e postmoderno degli anni Ottanta. Un Pasolini come indebolito, smorzato dal lusso effimero delle luci al neon, dalle discoteche rimbombanti e da quella disperata, frivola indifferenza generazionale». E il parallelo col gigante russo è ardito ma per nulla sciocco, entrambi dopo la morte furono travolti dalla devozione febbrile di lettori fedelissimi e tutti e due, fa notare l’autore di Codice Tondelli, si scagliarono contro sistemi oppressivi, la violenza dell’impero zarista da una parte, il conformismo e l’ipocrisia di certa Italia. Questo libro di sentimenti e viscere merita un posto fra le letture di chi ama leggere o di chi non può fare a meno di leggere.

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