Torregrossa, quella figlia che cerca frutti in un terreno arido…

“Corta è la memoria del cuore” di Giuseppina Torregrossa è una storia familiare di ferite, rancori e conflitti e, in particolare, racconta la ricerca interiore di Elena, figlia di una madre anaffettiva, che ha obiettivi ambiziosi…

S’era creato in quel momento un universo unico e magico, tenuto insieme da discorsi senza senso: ma l’amore non ha logica. Costanza e Viola guardavano alla madre con lo sguardo adorante e fiducioso che Marisina da piccola riservava ad Elena, lo stesso che brillava negli occhi di Elena quando da bambina fissava Teresa. Peccato che tra un po’ il loro atteggiamento sarebbe cambiato. Corta è la memoria del cuore, pensò, quindi si immerse in quell’acquario tiepido che risuonava di un’unica parola ripetuta all’infinito: mamma, mamma, mamma.

Azzardo subito nel dire che probabilmente c’è in questo passo – uno degli ultimi dell’intera narrazione – tutta l’essenza dell’ultimo lavoro di Giuseppina Torregrossa che si intitola, appunto, Corta è la memoria del cuore (245 pagine, 19,50 euro).

Lo trovate in libreria per i tipi di Mondadori e ve ne consiglio vivamente la lettura, ma, vi avverto, è possibile che questa storia di donne, lunga un secolo, possa chiedervi – con me lo ha fatto, eccome – quella forma di attenzione speciale che di solito si riserva alle proprie cose, al proprio mondo, solo a posteriori. Ed è un impegno di non poco conto.

Perché un’attenzione tardiva, meditata, intima e totale, che pesca i ricordi e li fa riemergere dall’oblio, può esigere da voi, Teresa e, con lei, tutte le altre donne della famiglia Accoto; come quella che di solito rivolgiamo ad una foto ingiallita trovata in un cassetto, o a un oggettino senza alcun valore materiale, ma che come nessun’altra cosa al mondo sa riaccendere un’immagine, ricomporre un volto, una stanza, un tramonto al mare, un legame, familiare e non.

Genitori-figli e viceversa

Il rapporto genitori-figli è tra i più scandagliati in letteratura, ma sono di solito i primi che volgono il loro sguardo verso gli altri. Senza andare a scomodare Roth e il suo “svedese” a stelle e strisce, ricorderete senz’altro ciò che scrive lo scrittore e poeta cileno Alejandro Zambra nel suo Messaggio per mio figlio pubblicato in Italia da Sellerio: «Poiché non sono immune dall’ottimismo, tendo a illudermi che oggi siamo capaci di accettare che perfino i nostri figli ci siano estranei e siano destinati a comprendere il mondo secondo categorie che non riusciamo nemmeno a immaginare».

Mondi diversi, dunque, legati da un vincolo indissolubile e nei quali si manifesta, spesso, questa ricorrente illusione, non sono del tutto inconsueti e, quando succede, la sfida è quella di farsi trovare pronti (parola grossa, visto l’argomento) ad accettare (anche questa non scherza) che il nostro stesso sangue ci sia estraneo o tutt’al più diverso da come lo immaginavamo. Una scoperta talvolta drammatica.

Elena e la sua continua ricerca

Elena, la protagonista del romanzo, è costretta a compiere il percorso al contrario. È proprio lei a vivere, da sempre, la condizione di una figlia che si sforza di costruire un rapporto con una madre anaffettiva, che ama muoversi, sempre, nel terreno arido ed ostile della conflittualità, accompagnata solo dal silenzio e dal rancore. Una donna che ama ricordare, all’occorrenza, che è in grado di incidere sulla vita degli altri. Perché nulla sfugge al suo “occhio pesante” tant’è che sono le ombre e non certo le luci a caratterizzare la sua quotidiana convivenza con quasi tutti i membri della famiglia, marito, incluso. Ferite, rancori domestici e relazioni profondamente conflittuali sono talmente frequenti in quella casa da sembrare, non di rado, del tutto naturali.

Quell’universo unico e magico…

Crescendo, Elena comincia ad avvertire l’esigenza (del tutto comprensibile, direi) di smettere i panni del Sisifo triste e condannato; fortemente intenzionata a recidere il nodo gordiano creato dalla madre, decide di muoversi a piccoli passi, cominciando a guardare, giorno dopo giorno, la sua vita in prospettiva.

In questa ricerca interiore, ancor più della nascita della figlia, già determinante, sarà soprattutto la presenza delle amate nipotine a porla di fronte ad una opportunità unica al mondo. Certo, i suoi timori sono e restano tanti, perché la sua esperienza l’ha segnata in modo profondo, ma Elena si rende conto che deve a tutti i costi tentare, per trovare quella parola dolce e quella carezza che le sono state sempre negate e, dunque, “quell’universo unico e magico” fatto di amore, tenerezza, forse anche complicità. L’obiettivo è ambizioso e l’esito non è del tutto scontato, ma è difficile immaginare che possa esservi al mondo una lettrice o un lettore che non tifino per lei. Ed è già un buon inizio.

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