In una Bretagna dal mare che cambia umore, e dove la luce si fa più piatta con l’avanzare di settembre, si svolge “La costa selvaggia” di Jean-René Huguenin, edito la prima volta in Francia nel 1960. In tre si prendono la scena, enigmatici e inquieti: Olivier tornato dopo anni d’assenza, sua sorella Anne e Pierre, suo migliore amico d’infanzia, che stanno per sposarsi. Un romanzo in cui coincidono amore e morte, infanzia e desiderio, innocenza e abisso…
C’è un momento preciso dell’estate in cui ci si accorge che sta finendo. L’acqua del mare diviene più fredda, il sole più pallido, i giorni meno lunghi. E lo stesso accade nella vita, quando la giovinezza cede il posto all’età adulta.
Nell’unico romanzo che ha lasciato prima di morire a ventisei anni, in un incidente stradale nel settembre del 1962, Jean-René Huguenin racconta proprio questo. La costa selvaggia (160 pagine, 18 euro), pubblicato in Francia da Seuil nel 1960 e riproposto in Italia da Medhelan nella traduzione di Marco Settimini, è un libro che sa di fine. Di più stagioni insieme.
Non un semplice triangolo amoroso
La storia si sviluppa attorno a un’architettura semplice: Olivier torna nella casa di famiglia in Bretagna dopo anni di assenza e trova sua sorella Anne sul punto di sposare Pierre, suo migliore amico d’infanzia. Un’estate, una casa, tre persone. I giorni passano, la trama si evolve, ma ciò che interessa davvero a Jean-René Huguenin non è la storia in sé – che ha tratti quasi impressionisti – ma lo stato d’animo che la abita e che abita i suoi personaggi. Il sentimento che attraversa tutto è quello della sospensione e dell’inquietudine di chi sente che qualcosa sta per cambiare per sempre e non sa – e verosimilmente non vuole – lasciarlo andare. Sullo sfondo c’è poi un triangolo amoroso, l’allusione a sentimenti incestuosi, sempre negati da Olivier, ma limitare La costa selvaggia a questa chiave di lettura sarebbe riduttivo. Al centro ci sono semmai i pensieri e le emozioni che travolgono i suoi protagonisti.
Tra i tre, Olivier è di certo il personaggio più difficile da comprendere. Enigmatico, smanioso, attraversato da un’inquietudine che forse è anche qualcosa di più e che, come il romanzo stesso suggerisce, potrebbe avere tratti genetici. Flirta con una forma di follia silenziosa: non si capisce bene cosa voglia, ma si capisce piuttosto cosa teme. La perdita di Anne, certo, ma soprattutto di un’intera epoca della loro vita che con il matrimonio di lei sembra destinata a chiudersi per sempre. Alle spalle c’è già tutto ciò che fa male: un’infanzia segnata dalla guerra, dalla perdita del padre, la famiglia come luogo di sofferenza. Davanti, invece, c’è l’età adulta. E in mezzo c’è l’estate bretone, che tra un capitolo e un altro della sua vita è stata l’unica stagione di felicità mai conosciuta, che per anni si è nutrita di un rapporto intimo ed esclusivo – con Anne, ma anche con Pierre – e che il matrimonio minaccia di spazzare via.
Tra felicità e paura
A Pierre, che viene definito triste e inquieto, tocca invece il sentimento della paura: paura di essere escluso, di perdere il centro di gravità attorno a cui ha costruito la propria identità. A un certo punto non è nemmeno chiaro se ami davvero Anne, o se non voglia piuttosto sottrarsi all’influenza manipolatoria di Olivier. Entrambi, Olivier e Pierre, sono attraversati dall’assolutezza tipica della giovinezza: quella che passa, nel giro di un’estate, dal non avere dubbi all’esserne sommersi. È un sentimento che li coglie pienamente: una sorta di intransigenza che li rende incapaci di mediare, di accontentarsi, di accettare che la giovinezza finisca senza lasciare un segno.
L’unica che sembra fare eccezione è Anne. Lei affronta il cambiamento con qualcosa che assomiglia alla rassegnazione ma non è esattamente dolore – è forse accettazione. Una modalità che gli altri non riescono ad adottare, e che la rende forse il personaggio più misterioso e più vivo del romanzo.
Sullo sfondo, quasi immobile, c’è la casa di Olivier e Anne – e con essa i personaggi che la abitano stabilmente. La madre vedova, che pare dissolversi nel racconto più che abitarlo, come se rappresentasse un passato che non riesce più a farsi presente. E poi Berthe, la sorella maggiore, che pare essersi arresa senza nemmeno aver combattuto – il destino che Olivier teme più di ogni altro. E poi c’è la Bretagna. Le scogliere, il mare che cambia umore, i calvari agli incroci, la luce che si fa più piatta con l’avanzare di settembre.
Desiderio e morte
Jean-René Huguenin descrive i paesaggi e gli stati d’animo con una scrittura raffinata e poetica, capace di condensare in poche righe ciò che vuole che il lettore veda. Uno stile che muta continuamente, alla velocità con cui si cambia da giovani, ma che sa mantenere sempre una certa grazia. È anche attraverso questa prosa che Huguenin ritrae i suoi personaggi nella loro evoluzione psicologica, accentuando le sfumature più che i tratti decisi. Ed è forse anche per via di questa scelta stilistica che il rapporto tra Olivier e Anne resta sospeso. Il desiderio che li attraversa circola nelle pagine senza mai trovare compimento, senza mai essere espresso.
Centrale è anche il tema della morte. Topos letterario che spesso si affianca ad amore e giovinezza e che attraversa tutto il libro. C’è però un episodio in cui ne La costa selvaggia tutto questo appare più evidente. Durante un gioco, una sorta di caccia al tesoro, a cui i tre protagonisti partecipano con gli amici delle vacanze, Olivier trova Anne nascosta e sceglie di riportarla alla spiaggia via mare, con una sosta all’isola di Griec – un luogo che la superstizione vuole maledetto. Qui i due ripetono un gioco dell’infanzia: uno simulava di essere morto, l’altro provava a svegliarlo coprendolo di baci. Sull’isola, Olivier chiede ad Anne di morire. E lei lo fa. È forse la scena più intensa del romanzo – non perché accada qualcosa di irreparabile, ma perché in poche pagine Jean-René Huguenin riesce a far coincidere amore e morte, infanzia e desiderio, innocenza e abisso. Il gioco è lo stesso di sempre, ma non è più lo stesso gioco.
Non si può trattenere la propria infanzia
Ma la morte che attraversa queste pagine non è solo presenza oscura – è anche la paura di sprecare la propria esistenza senza essersi davvero abbandonati alla giovinezza, prima che finisca. «Non si può trattenere la propria infanzia», dirà uno degli amici di Olivier, Pierre e Anne verso la fine del romanzo.
È questa la frase che forse racchiude meglio l’essenza de La costa selvaggia, una storia che racconta l’addio a un’era che non può più esistere – non solo per Olivier e Anne, ma per chiunque abbia vissuto la fine di qualcosa di irripetibile e non abbia saputo smettere di guardarlo mentre si allontanava. Stupisce come Jean-René Huguenin sia stato in grado di fotografare il momento in cui l’estate diventa autunno, e come proprio lui – che di autunni ne ha vissuti pochissimi – sia stato capace di raccontarlo come se ne avesse vissuti moltissimi. Così come è difficile non pensare, leggendo queste pagine, al suo destino: come se la fine dell’estate che racconta e la fine della sua stessa vita fossero, in qualche modo, la stessa cosa.
Seguici su Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube, Facebook, Twitter, Instagram. Grazie.

