“Un’educazione siciliana” è il sottotitolo del nuovo libro di Giacomo PIlati. In “Blu e sale”, per Bibliotheka edizioni, Giacomo Pilati – già autore di “Minchia di mare” e de “La mia vita per gli ultimi” con Biagio Conte – intreccia memorie personali e storia d’Italia, a cominciare dall’omicidio, per mano mafiosa, di Mauro Rostagno. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore vi proponiamo le prime pagine di questo volume in libreria da domani
Il gatto
Lei si chiamava Rosanna. Il grembiule bianco a quadretti rossi. Le trecce bionde coi fiocchi azzurri. I calzettoni bianchi e le scarpe nere con la fibbia dorata. Il nome era ricamato col filo rosso sul sacchetto di stoffa attaccato al gancio del guardaroba dell’asilo. Quando le suore, dopo la minestrina, ci costringevano a rimanere immobili con la testa sul banco e le braccia conserte per il riposino, ci sedevamo vicini e ci accarezzavamo le mani di nascosto. Ci guardavamo negli occhi e sorridevamo. E il suo respiro mi pareva uguale al mio, la stessa cadenza. Non ce lo siamo mai detti “noi siamo fidanzati”. Non c’era bisogno. Eravamo precisi a quelli dei film d’amore che piacevano tanto a mia madre. Ci volevamo bene, preciso come a loro. E un giorno avremmo avuto la casa col giardino, il tri ciclo sul prato, i vicini simpatici, gli abbracci sul divano. E il gatto acciambellato sulla poltrona. Per questo una mattina le ho chiesto: «Quando siamo grandi ce lo prendiamo pure noi un gatto?». Mi ha risposto no. Un no secco. Un taglio. E una smorfia di disgusto sulle labbra che non avevo mai visto prima. Ho capito così che fra noi due non poteva durare. Perché allora non era come nei film. Con gli abbracci sul divano e il gatto sulla poltrona. Senza il micio non ci sarebbe stato tutto il resto.
Col dito ho segnato una croce sul palmo della mano. Il sigillo della fine. Si è girata di spalle. Ha detto qualcosa alla suora. Ha preso il cestino e ha cambiato banco.
Vola vola vola
La luce fioca, la scaffalatura in alluminio, il soppalco di legno con i cartoni del presepe. All’angolo del ripostiglio, la giara di terracotta, una tavola di legno e il mestolo di rame per prendere l’olio. A terra, lo strofinaccio a quadri rossi e gialli. Una bottiglia scura con la pancia intrecciata di rametti e l’imbuto celeste. Mia madre, sacerdotessa suprema del rito del travaso, sollevava il fiasco ormai pieno e lentamente lo accompagnava in cucina, e io dietro di lei in processione. La cerata gialla con i disegni della frutta. La scatola col formaggio grattugiato. Le piastrelle a rombi bianchi e blu, la lavatrice, i pensili rossi. La televisione accesa sui cartoni animati di Braccio di ferro.
Papà col giornale spalancato. Mia sorella con la limetta delle unghie in mano e il Radiocorriere aperto sulla faccia di Gianni Morandi vestito da soldato. Il cucchiaio di legno sulla pentola. Il gorgoglio dell’acqua. Parole smozzicate dalla televisione, dolci e calde come una coperta di lana. Come quando mi svegliavo di notte e mia sorella bisbigliava che c’era tempo prima di alzarmi per andare all’asilo e io mi riaddormentavo. E me ne accorgevo, e questa cosa mi pareva un regalo. Poi arrivava il piatto con la pastina a riempire quel vuoto davanti a me. Il rumore della sedia che si spostava. Le mani di mia madre mi sollevavano sui 17 cuscini. Il bavaglino stretto attorno al collo. Il suo soffio odorava di rossetto, brodo di carne e anice. Sulle stelline galleggiavano cerchi bianchi, e si allargavano ogni volta che le labbra si increspavano. Un filo giallo scivolava lento, e bucava il vapore. Il profumo dell’olio appena travasato. Pungente e dolce. Una pioggerellina sottile di formaggio. Il cucchiaio fra l’indice e il pollice ruotava nello spazio. Poi la sua voce dolce, una ninna nanna: «Vola vola vola. L’aeroplanino finisce finisce… apri la bocca e te lo dico». E io mi immaginavo la rotta di quell’aereo. Un mondo segreto, con le astronavi che si muovevano nel mio stomaco e quella era la benzina per farle combattere poi fra di loro. Un sapore che assomigliava più a una fantasticheria che a un gusto vero e proprio. Sulla lingua, le puntine di pasta con l’olio e parmigiano. Negli occhi, gli spinaci che salta vano dal pugno. E la bocca, una portaerei meravigliosa su cui atterravano pezzetti di stelle.
La terra trema
Tutte le volte che la casa si muoveva, mio padre ci diceva di restare a letto; il palazzo era nuovo e non c’era nessun pericolo. Le prime scosse di terremoto hanno il profumo della notte. L’odore di bucato del pigiama di flanella, il mentolo del Vicks, la gomma della borsa calda, il mandarino sui polpastrelli. Come se la terra sprigionasse i suoi umori per avvertire che stava succedendo qualcosa. Che per me però non era una tragedia imminente. La curiosità di sapere cosa poteva accadere, rendeva perfino piacevole il risveglio notturno. Il giorno dopo all’asilo non ci andavo e rimanevo a casa con la mamma. A guardarla cucinare. A giocare coi soldatini. Mio padre tornava dall’ufficio alle due in punto. Le mani insaponate. Il dopobarba sulla guancia. I capelli corti. La pasta al pomodoro.
Il terremoto era un giorno di vacanza, per questo mi piaceva. Arrivava lieve come una mano posata sulla spalliera del letto. Nel cuore della notte, come i regali della festa dei morti. Come la befana. Nascosto dietro le ombre, per non farsi vedere. Quando il sussulto era un poco più forte, mia madre mi sollevava dalle coperte, sopra il pigiama mi infilava il cappotto, in testa il berretto con la visiera e i para orecchie di lana. E correvamo giù. Assieme a noi c’era mia sorella, con la vestaglia e le pantofole. Mio fratello invece 19 non si accorgeva di nulla e restava a letto a dormire. E mio padre fino all’ultimo a dirci che eravamo degli sciocchi a scendere giù perché del cemento armato bisogna fidarsi. I rumori degli altri arrivavano prima dietro la porta: il cicalino della luce della scala, il brusio dei cappotti strofinati sui pigiami, il motore dell’ascensore. Nell’atrio d’ingresso c’erano quasi tutti, tranne mio padre, mio fratello e la signora del quarto piano. Noi seguivamo mia madre per strada e aspettavamo un poco prima di rientrare, perché le scosse piccole potevano annunciare quelle grandi e allora era meglio essere pronti a scappare. E peggio per quelli che non volevano crederci. Anche se alla fine non saremmo andati da nessuna parte perché non avevamo ancora l’automobile, e forse mio padre aveva ragione a stare a letto. E mio fratello pure. E la signora del quarto piano pure. Dopo nemmeno un’ora salivamo a casa e ci coricavamo di nuovo.
Una volta sola la scossa è arrivata di giorno. Le vetrate smerigliate piegavano di sbieco il sole sui mobili del salone. La tartaruga infilata sotto il divano. Mio fratello disteso a terra, una foglia di insalata in mano per convincerla ad uscire. Ma lei niente, là sotto voleva restare. Mia sorella con gli occhi sul libro di storia, il flacone dello smalto aperto, il pennellino appoggiato sul piattino del caffè. Il giradischi suonava Perdono di Caterina Caselli. All’improvviso la stanza si è mossa. La mano gigante si è posata sul salotto e ha fatto sobbalzare la puntina sul disco. Mi è ruotata la testa come quando facevo la trottola per vedere la stanza con i pavimenti sottosopra e poi cadevo in un angolo e ci voleva qualche minuto prima di alzarmi. Mi sentivo così. Solo che questa volta era la stanza a girare mentre io ero fermo.
La prima cosa che mia sorella fissava era il lampadario. Se i pendagli di vetro dondolavano, il terremoto c’era stato veramente. E bisognava scendere giù. La scossa fortissima si è presentata il 15 gennaio 1968. Era quella che tutti aspettavano. Anche per allontanare la delusione di quelle notti fuori casa in attesa della fine del mondo. Invece il disastro è arrivato davvero. Sempre col buio. Il letto con la spalliera di legno sotto la finestra, i salsicciotti di paglia per bloc care gli spifferi. L’armadio, la libreria, l’altro letto uguale dove dormiva mia sorella. La luce spenta. Il pigiama. La borsa calda. Buonanotte. Buonanotte. Il letto si è spostato, mio padre si è alzato, ci ha detto di vestirci e di scappare. A mia madre ha urlato di raccogliere l’oro, quello dei regali dei battesimi e delle comunioni, e di metterlo in un sacco. Dovevamo uscire subito. Questa volta la casa sarebbe crollata sul serio. Io ero a letto in pigiama e mi sono alzato già vestito e col cappotto. Un prodigio da bacchetta magica. Nessuno ci ha fatto caso. Solo mio fratello mi ha chiesto come ero riuscito a fare così in fretta. Mi sono ritrovato fuori dalle coperte coi pantaloni, il maglione, le scarpe e il cappotto. Un miracolo. Siamo scesi giù in un attimo; dovevano essere le tre. Mio padre ha telefonato a un tassista amico suo per venirci a prendere. Sotto c’era pure la signora del quarto piano. Piangeva e si graffiava il viso con le unghie, si dimenava come una pazza; suo marito cercava di tenerla ferma con le braccia. Diceva che saremmo morti tutti. La voce roca, le pupille girate, faceva impressione: «È giunta l’ora. Non c’è scampo. È il castigo di Dio». Mia madre mi teneva le mani sulle orecchie per non farmi sentire. Abbiamo attraversato di corsa la strada. Pioveva, ci siamo riparati sotto la pensilina del cinema Olimpia. Il tassista aveva la barba e i baffi rossi e una macchina bianca che così grande non l’avevo vista mai. I sedili odoravano di plastica, terra, limone e benzina. Mi sono addormentato fra le braccia di mia madre, mentre il tempo spariva in un cono nero bagnato di luci. Non sapevo dove saremmo andati. Stavamo scappando. Come gli indiani inseguiti dagli sceriffi. Come all’asilo con la palla avvelenata che non mi dovevo fare prendere. Come nei racconti di mia nonna che quando c’era la guerra, appena suonava la sirena, fuggiva nel rifugio più vicino. E c’era sempre una signora che aveva lasciato la torta nel forno. Mi sono svegliato sul lettone di una casa nuova. Con i materassi altissimi che sarei precipitato giù a scendere da solo e ci voleva la scala per toccare il pavimento. Sulla parete il quadro di San Giuseppe: un vecchio col bastone, un bambino in braccio, in mano un fiore bianco. Eravamo a Locogrande, nella casa di campagna di un amico di mio padre che faceva il contadino. E io pensavo che questo mestiere esistesse solo sui libri con le figure. C’erano stati trecento morti a Gibellina, un paese che non avevo mai sentito nominare. Le case erano crollate. E tutti dicevano che era una tragedia. E l’unico riparo era la campagna. Per salvarsi sarebbe bastato uscire fuori, dove non c’erano muri e nemmeno tetti, ma solo alberi e fiori. Per questo eravamo tutti lì. Con gli zii, i cugini e pure qualche parente lontano. In mezzo agli ulivi, le galline, le vigne. In mezzo alla fuga che da quel momento avrei voluto non finisse mai. (Continua in libreria)
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