La denuncia di un sistema in cui alle donne non è riconosciuto il diritto di decidere per se stesse, di esprimere i propri sentimenti o di difendere la propria dignità. Ma anche le violazioni dei diritti individuali di chi era arruolato a forza, durante le guerre napoleoniche. Ne “Gli innamorati di Sylvia” di Elizabeth Gaskell, romanzo di metà Ottocento, le complesse dinamiche delle relazioni fra Sylvia e i suoi due innamorati non lasciano sullo sfondo le dinamiche sociali del tempo…
Pubblicato nel 1863, Gli innamorati di Sylvia (600 pagine, 22 euro) di Elizabeth Gaskell – curato da Massimo Ferraris per Elliot – è ambientato in una cittadina costiera dello Yorkshire alla fine del Settecento e racconta la storia di Sylvia Robson e dei due uomini che la amano, Charley Kinraid e il cugino Philip Hepburn. A partire da questo triangolo sentimentale, Gaskell costruisce però una narrazione molto più ampia, che intreccia la dimensione privata con le tensioni sociali e politiche dell’epoca. La vicenda personale di Sylvia è infatti strettamente legata agli sconvolgimenti storici del suo tempo. L’opera è ambientata durante le guerre napoleoniche, periodo in cui la Royal Navy britannica ricorreva frequentemente alla pratica dell’impressment, ossia l’arruolamento forzato di uomini per il servizio militare. Attraverso le cosiddette Press Gangs, squadre incaricate di reclutare nuovi marinai, molti uomini venivano catturati e costretti con la forza a entrare nella marina, indipendentemente dalla loro professione o volontà. Gaskell utilizza questo contesto storico per riflettere sulle conseguenze sociali e umane delle politiche militari dell’epoca, denunciando implicitamente una pratica percepita come una violazione dei diritti individuali. La dimensione politica non resta sullo sfondo, ma finisce per incidere profondamente sul destino della protagonista.
Due innamorati agli antipodi
Un aspetto significativo del romanzo è il contrasto tra i due uomini innamorati di Sylvia, il cugino Philip Hepburn e Charley Kinraid. Kinraid appare come un uomo diretto e spontaneo, forse privo di grande profondità psicologica ma sincero nei suoi sentimenti; Philip, invece, è un personaggio molto più complesso, ma anche ambiguo. La sua caratterizzazione è estremamente sottile, perché il suo comportamento verso Sylvia può apparire, a una prima lettura, premuroso e affettuoso, ma osservato più attentamente rivela un atteggiamento segnato dal desiderio di possesso e da un profondo egoismo. L’autrice è particolarmente abile nel mostrare come in Philip convivano tratti apparentemente positivi e altri molto problematici. La sua cura e attenzione per la cugina Sylvia sono spesso accompagnate da un costante senso di superiorità. Sylvie era “la graziosa cuginetta di cui Philip aveva parlato a sua madre, dicendo che era tristemente viziata e vergognosamente ignorante; un’adorabile ochetta”: già in questo passaggio si intravede un elemento che ritornerà nel corso del romanzo, ovvero la tendenza di Philip ad approfittarsi delle presunte “mancanze” di Sylvia, che lui vorrebbe colmare.
Il linguaggio, una gerarchia
Sylvia, infatti, è intuitiva e intelligente, ma non è istruita, e Philip sembra utilizzare questa differenza a proprio vantaggio. Non si tratta soltanto di una superiorità intellettuale, ma anche di una forma di controllo che emerge quando Sylvia si trova in difficoltà materiali. Quando la giovane si ritrova in condizioni economiche precarie, ad esempio, Philip interviene per aiutarla; tuttavia, questo gesto non appare del tutto disinteressato, perché contribuisce ad alimentare la dipendenza di Sylvia da lui e, di conseguenza, a rafforzare il suo legame. In questo senso, il sentimento di Philip assume quasi una natura predatoria. Egli non cerca semplicemente di essere amato, ma tende a costruire le condizioni che rendano Sylvia sempre più dipendente dalla sua presenza. Il suo amore si nutre delle debolezze della giovane, della sua mancanza di istruzione, della sua vulnerabilità economica e della sua sofferenza emotiva. Più Sylvia appare fragile e smarrita, più Philip si sente necessario. Inoltre, spesso Philip si rivolge a Sylvia con appellativi come “piccola”, “Sylvie” o “bambina”, un linguaggio, apparentemente affettuoso ma che assume un significato ben più problematico se si considera che Sylvia è una donna adulta. Infatti, attraverso questi diminutivi, Philip la riduce implicitamente a una figura infantile, incapace di comprendere pienamente le situazioni o di prendere decisioni autonome. Il linguaggio stesso stabilisce una gerarchia, in cui l’uomo occupa la posizione di chi insegna, interpreta e guida moralmente gli eventi, mentre alla donna è riservato il ruolo di chi deve ascoltare, comprendere e perdonare.
Le donne colpevolizzate
Attraverso queste dinamiche, Elizabeth Gaskell riesce a rappresentare con grande efficacia l’ambiente sociale in cui vivono le donne. Un contesto in cui i loro sentimenti vengono spesso sminuiti e in cui difficilmente viene riconosciuto loro il diritto di decidere autonomamente della propria vita. Qualcuno deve sempre spiegare loro le cose, dire loro come dovrebbero sentirsi o prendere decisioni al loro posto. Sylvia, però, non si lascia schiacciare da questo sistema. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del suo personaggio. Ciò che molti interpretano come testardaggine è in realtà una forma di rispetto per le proprie emozioni e per i propri desideri. La sua franchezza destabilizza spesso le persone che la circondano, soprattutto gli uomini, poco abituati a una donna che esprime con tanta sicurezza le proprie opinioni. Ad esempio, Jeremiah «non aveva mai incontrato una persona così franca e diretta nell’esprimere sentimenti spietati, e non sapeva quasi cosa dire».
Per questo motivo risultano perfettamente comprensibili parole come quelle pronunciate da Sylvia in un momento di amarezza: «sono stufa degli uomini, della loro crudeltà, dei loro inganni». Nel romanzo, infatti, le donne vengono spesso colpevolizzate per colpe che in realtà appartengono agli uomini. Sylvia stessa afferma: «parlo come una donna; come una donna che scopre di essere stata ingannata dagli uomini di cui si fidava, e che non può farci nulla». Ciò che viene percepito dagli altri come ostinazione o durezza appare invece come un tentativo di rivendicare il proprio diritto a essere ascoltata e a non vedere i propri sentimenti continuamente messi in discussione.
Il romanzo dipinge infatti con grande efficacia il modo in cui i sentimenti delle donne vengono costantemente sminuiti. Nel corso della storia Sylvia subisce un grave torto da parte di Philip e quando la verità viene alla luce, Sylvia reagisce con dolore e indignazione, pronunciando parole molto dure nei confronti dell’uomo. Tuttavia, invece di riconoscere la gravità del comportamento di Philip, la comunità tende a colpevolizzare Sylvia stessa e quando Philip decide improvvisamente di lasciare la sua casa, lasciando Sylvia sola con la figlia, l’evento suscita grande scalpore. Eppure, invece di condannare la scelta dell’uomo di abbandonare la famiglia, molti insinuano che la responsabilità ricada proprio su Sylvia. La società sembra considerare inaccettabile la sua rabbia, come se una donna non avesse il diritto di reagire con forza ai torti subiti. In questo modo, il romanzo mostra chiaramente come i sentimenti femminili vengano spesso delegittimati. Sylvia viene continuamente invitata a perdonare: le persone attorno a lei le suggeriscono che forse dovrebbe dimenticare quanto accaduto, che non si tratta poi di un torto così grave. La parola della donna viene indirettamente svalutata, come se le sue emozioni fossero esagerate o frutto di un malinteso.
La deresponsabilizzazione degli uomini
Allo stesso tempo, il romanzo mette in luce la tendenza maschile alla deresponsabilizzazione, evidente soprattutto nel modo in cui Philip percepisce se stesso. Nonostante le sue azioni abbiano causato a Sylvia anni di sofferenza e depressione, egli tende a considerarsi la vera vittima della situazione. Quando torna a casa dopo tanto tempo, osserva Sylvia mentre gioca e ride con la figlia e riflette amaramente che gli anni che lui ha trascorso in “cupa sofferenza”, tra violenze e pericoli, sono passati per lei come giorni sereni, “tanto più soleggiati perché lui non c’era”, riflessione che rivela una profonda incapacità di riconoscere le conseguenze delle proprie scelte: è stato lui, infatti, a decidere di partire, senza che nessuno glielo imponesse. Ancora più significativa è la confessione, fatta dallo stesso Philip, che preferirebbe sapere Sylvia morta piuttosto che felice senza di lui. Un’affermazione piuttosto inquietante, perché ciò che egli chiama amore appare in realtà come una forma di attaccamento egoistico e possessivo. Un amore autentico, infatti, dovrebbe desiderare la felicità e la libertà della persona amata, anche se questa felicità non include la propria presenza. Philip, invece, sembra incapace di concepire Sylvia come un individuo autonomo, dotato di una vita e di desideri indipendenti dai suoi. Ma la società tenderà sempre a colpevolizzare la donna. Quando Sylvia proverà, per un attimo, senso di colpa per la partenza di Philip, afferma che, a parte quell’unico errore, Philip in fin dei conti era stato un uomo buono e gentile. A queste parole Kester risponde: “quella sola cosa però è stata enorme. Ti ha semplicemente rovinato la vita.” La replica di Sylvia è ancora più significativa: “ci vuole molto di più a rovinare la vita di un uomo che quella di una donna.” Ho trovato questa frase molto significativa, perché è una riflessione amara sulla condizione femminile. Per un uomo, infatti, un errore o uno scandalo non necessariamente compromettono l’intera esistenza: la società tende a concedergli nuove possibilità, permettendogli di ricostruire la propria vita e la propria reputazione. Per una donna, invece, le conseguenze possono essere molto più devastanti.
L’ingiustizia di un sistema
Attraverso il personaggio di Sylvia, Elizabeth Gaskell sembra dunque mettere in luce l’ingiustizia di un sistema in cui alle donne non è pienamente riconosciuto il diritto di decidere per se stesse, di esprimere liberamente i propri sentimenti o di difendere la propria dignità senza essere immediatamente accusate di durezza, ingratitudine o ostinazione. Da questo punto di vista, il personaggio di Sylvia assume un significato ancora più importante. La sua determinazione, spesso interpretata dagli altri personaggi come semplice testardaggine, può essere letta invece come una forma di resistenza morale: Sylvia insiste nel riconoscere la legittimità dei propri sentimenti e nel rivendicare il diritto di vivere secondo la propria coscienza. In un’epoca in cui le donne erano spesso costrette a piegarsi alle aspettative altrui, Sylvia emerge come un esempio di forza e coerenza: rimane fedele a se stessa, ai propri sentimenti e alla propria dignità, dimostrando che il vero coraggio consiste nel non rinunciare mai alla propria autenticità.

