Intervista a Caterina Villa, autrice del romanzo “Misurare il vuoto”. “Vorrei regalare a chi mi leggerà una sensazione di speranza, come un abbraccio. Prima di iniziare mi sono domandata quale fosse il vuoto che faceva da perno alle vite dei miei personaggi. La memoria come presenza manifesta o silenziosa è spesso il motivo che mi spinge a scrivere”
Tre personaggi molto ben caratterizzati, una roulotte, e un romanzo ben orchestrato, pur scritto da una debuttante. Di Misurare il vuoto, scritto da Caterina Villa e pubblicato dalla casa editrice Lindau, ho scritto (qui l’articolo) che è un romanzo «sulla necessità di attraversare il proprio vuoto per poterlo comprendere». Dialogare con l’autrice è la possibilità di approfondire questo e altri temi.
Caterina Villa, Misurare il vuoto nasce attorno a un luogo molto particolare: una roulotte sulle rive del lago Trasimeno. Com’è nata l’idea di questo spazio narrativo, e che valore simbolico ha nella storia?
«Volevo uno spazio che potesse fungere da catalizzatore per i miei personaggi e al tempo stesso un luogo che fosse un rifugio, uno spazio in grado di accogliere. Nella primissima stesura il luogo che avevo ipotizzato era diverso, poi ho conosciuto una persona, una scrittrice che purtroppo non c’è più, che mi ha donato l’idea della roulotte. Era solo un seme, una frase buttata là “ma perché non ci metti una roulotte” ma è bastata a far nascere tutto il resto. La roulotte è davvero il centro simbolico di Misurare il vuoto. Tutti possono entrarci e passarci del tempo per prendersi cura di sé stessi; la roulotte, sebbene appaia vecchia e rovinata all’esterno, contiene questo tesoro prezioso. Eppure mette anche alla prova i personaggi, bisogna avere il coraggio di entrare e giocare secondo le regole. Per come l’ho pensata la roulotte è poi essa stessa misura, è infatti un luogo limitato, raccolto, all’interno del quale è possibile mettersi a nudo e misurare quell’altro spazio, quell’altro vuoto che è custodito dentro di noi».
I personaggi di Nicola, Ofelia e Simone portano con sé ferite profonde e segreti. Come ha costruito la loro psicologia?
«Innanzitutto mi sono domandata quale fosse il vuoto che faceva da perno alle vite di Nicola, Ofelia e Simone e a partire da quello li ho delineati. Ognuno ha il suo tipo peculiare di ferita: il rimpianto, la paura di non essere abbastanza, l’abbandono. E ognuna di queste ferite origina da un passato diverso, che ho dovuto immaginare e costruire. Nel caso di Nicola tutto ha origine da un amore di gioventù per cui non ha saputo lottare; Ofelia deve confrontarsi col fantasma di una madre molto ingombrante che non c’è più e Simone, invece, nel suo di passato ha dei genitori sconosciuti, una lunga serie di famiglie affidatarie e nel presente una relazione tossica che in fondo crede di meritarsi. Per definirli ancora meglio, poi, mi sono concentrata in maniera approfondita sul loro modo di pensare, sui loro tic, e anche sul loro modo di relazionarsi con le altre persone e di parlare. Il lavoro che ho fatto sulla loro lingua credo faccia intrinsecamente parte della costruzione della loro psicologia».
Nel romanzo il passato sembra avere un peso determinante sulle scelte dei protagonisti. Quanto è centrale, per lei, il tema della memoria nelle sue storie?
«La memoria è uno dei motori di quasi tutte le storie che ho scritto e che scrivo. Intendo, però, la memoria in senso lato. Non solo quello che ricordiamo effettivamente – un aspetto peraltro sul quale si potrebbe disquisire per ore visto che nel momento stesso in cui ricordiamo costruiamo qualcosa almeno in parte – ma anche quello che vive nel nostro passato e plasma ciò che siamo senza che ce ne accorgiamo. Credo molto nella forza che il trauma, anche qui in senso lato, ha di dare forma al nostro presente e a chi siamo, anche nei casi in cui si tratta di un trauma che ci è stato passato attraverso il sangue e i geni da generazioni precedenti alla nostra. La memoria come presenza sia manifesta sia silenziosa è spesso il motivo che mi spinge a scrivere oltre che la forza che poi muove le mie trame e i miei personaggi. Lo vedo in Misurare il vuoto ma anche in tanti racconti che ho scritto nel corso degli anni. In molti di questi, penso per esempio a “Ottantaseimilaquattrocento” pubblicato nell’antologia di Romanzi.it 24 ore, ho esplorato, invece, la perdita della memoria e cosa provoca non solo nella persona che la subisce, ma anche in chi la circonda e la ama».
La figura di T. è uno degli elementi più misteriosi del libro. Senza svelare troppo, come è nato questo personaggio enigmatico?
«T. nasce dalla volontà di esplorare le varie gradazioni del rapporto/non rapporto con il vuoto. In questo romanzo c’è chi è consapevole del vuoto che ha dentro e della sua origine ma non ha il coraggio di affrontarlo, chi all’inizio non ne è consapevole ma poi lo diventa e chi istintivamente scopre dentro di sé la volontà quasi rabbiosa di curarsi, di scovarlo e di guardarlo quel vuoto. Mi serviva qualcuno che invece dal vuoto fosse stato divorato completamente, un personaggio che proprio per questo motivo potesse anche fungere da specchio per gli altri personaggi. T. lascia dei bigliettini all’interno della roulotte, brevi testi enigmatici in cui fa riferimento a un evento drammatico che Ofelia, Simone e Nicola interpretano ognuno in modo diverso e nel farlo colgono, riflessi tra le parole di T., dei frammenti di sé».
Il titolo Misurare il vuoto è molto evocativo. Che cosa significa per lei “misurare il vuoto”?
«Personalmente sono convinta di essermi costruita negli anni attorno a un vuoto, che era lì fin dall’inizio ma di cui sono diventata consapevole tardi. Per me, quindi, misurare il vuoto vuol dire innanzitutto riconoscere che il vuoto c’è. Una volta fatto questo, va guardato, occorre infilarci dentro le mani, vedere cosa viene su e poi bisogna dargli una forma che ci consenta di gestirlo. Per me la forma è quella del pozzo, di qualcosa che va giù a fondo e da cui io, scrivendo, posso attingere di volta in volta qualcosa. Nel romanzo ho scelto un corrispettivo fisico o visivo per tutti i vuoti dei miei personaggi: le macchie nei polmoni per Nicola, la chiocciola fatta dal suo stesso corpo per Ofelia, la tinozza per Simone. Vorrei poi aggiungere che la misura del vuoto passa anche dal rapporto con gli altri, è attraverso le nostre relazioni e lo specchiarsi nell’altro che possiamo riconoscere meglio i confini del vuoto che abbiamo dentro».
La narrazione è costruita attraverso capitoli brevi e una struttura polifonica. È stata una scelta pensata fin dall’inizio o è emersa durante la scrittura?
«Direi che è stata una scelta pensata fin dall’inizio. Amo leggere romanzi corali e volevo che questo fosse un romanzo corale. Avevo quindi bisogno di una certa libertà nel passare da un personaggio all’altro. Ogni capitolo è narrato in una terza persona molto vicina al punto di vista del singolo personaggio e il quadro complessivo lo si ottiene unendo le prospettive di tutti loro, quindi una struttura a più voci e capitoli brevi mi è parsa da subito la soluzione migliore. Va anche detto che io vengo dal racconto, ne ho scritti tanti e ancora ne scrivo, quindi sulla brevità mi muovo sicuramente con più agio».
Lei ha lavorato come giornalista televisiva: pensa che questa esperienza abbia influenzato il suo modo di raccontare le storie?
«In un certo senso penso di sì. La mia scrittura si è sempre basata molto sulle immagini, ma il mio lavoro ha affinato questo modo di scomporre e codificare la realtà. Al tempo stesso trovo che il giornalismo abbia alimentato una visione delle cose che tende ad andare oltre la superficie, con curiosità ma anche con rigore».
Durante la stesura del romanzo c’è stato un momento in cui la storia ha preso una direzione diversa da quella che aveva immaginato all’inizio?
«Il primo embrione di questo testo risale al 2019 e di fatto l’ho riscritto integralmente almeno due volte nel corso degli anni, quindi direi di sì ci sono stati dei momenti in cui la storia ha preso direzioni diverse. La prima svolta c’è stata quando ho inserito la roulotte nella trama e poi una seconda quando, finita la prima stesura, ho iniziato a lavorare con l’editor Fabiana Castellino. A quel punto ho focalizzato meglio i percorsi dei miei personaggi e ciò che la roulotte significa per loro e questo per forza di cose ha dato un nuovo impulso alla storia che si è fatta un poco più cupa e misteriosa».
Che tipo di rapporto spera si crei tra questo libro e i suoi lettori? Quale emozione o riflessione le piacerebbe che rimanesse dopo la lettura?
«Spero che i miei lettori si sentano accolti dalla roulotte come lo sono stata io mentre scrivevo. Che terminino la lettura e si sentano in qualche misura meno soli. Mi piacerebbe che alla fine rimanga una sensazione di speranza. Un’emozione gentile e profonda come quando si viene accettati e abbracciati».
Dopo Misurare il vuoto, sta già lavorando un nuovo progetto narrativo?
«Sto lavorando a un secondo romanzo che ruota intorno a una vicenda a me molto vicina. Di più per il momento non posso dire, ma spero che arriverà presto il momento per farlo».
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