Al debutto Fleur Jaeggy era già… Fleur Jaeggy

Rilanciato “Il dito in bocca”, esordio di Fleur Jaeggy, in cui la scrittrice italo-svizzera è subito riconoscibile: frasi ellittiche, digressioni, suggestioni oniriche, una narrazione non lineare dal punto di vista temporale, ma che procede per squarci. E quel che sembra innocuo scatena smarrimenti…

Già oltre mezzo secolo fa Fleur Jaeggy era già… Fleur Jaeggy. Tra silenzi e parole, per lo più frasi lapidarie. Impenetrabile, raffinata, enigmatica, ardua e affascinante, con affinità elettive chiare ed evidenti, il gelo emotivo, almeno in superficie, e l’ossessione di Thomas Bernhard, l’intensità lirica di Ingeborg Bachmann: può ricordarli, ma non assomiglia a nessuno, in realtà. Nata a Zurigo nel 1940, ha sempre scritto e incantato in lingua italiana – mettendo da parte francese e tedesco – a cominciare da un ineffabile libro, Il dito in bocca (104 pagine, 12 euro), edito la prima volta nel 1968 e riportato in libreria da Adelphi nella Piccola Biblioteca; adesso l’altro suo titolo introvabile è L’angelo custode, chissà che non torni presto in libreria. Un testo «stravagante e insolito», Il dito in bocca, come ebbe a dire la stessa geniale austriaca Ingeborg Bachmann (che la incoraggiò a scrivere e divenne sua buona amica), pagine spiazzanti, perturbanti come molte di quelle che sarebbero arrivate successivamente, non tantissimi, altri sette libri, tra il 1971 e il 2014.

Sfida e difesa

Sorprendentemente dotata e da subito fedele a se stessa, Fleur Jaeggy è autrice riconoscibile dal suo esordio: frasi taglienti ed ellittiche, famiglie disfunzionali, un’infanzia raramente innocente, semmai crudele e senza tenerezza, il controllo della scrittura, una certa disciplina emotiva. Leggendo Il dito in bocca si fanno i conti con digressioni e chiacchiere, suggestioni oniriche e disorientamenti psicologici. Il gesto infantile – che dà il titolo al libro – della giovane protagonista, Lung, è un po’ sfida e un po’ difesa, consolazione e al tempo stesso rifiuto dell’età adulta, solo una delle sue bizzarre manie; lei – circondata da medici in una clinica, già vissuta con genitori eccentrici e figure a dir poco misteriose – è capace di raccontare divagando, in modo limpido, e molto conciso, eventi traumatici. L’andamento lineare degli avvenimenti non è previsto, c’è spazio per i mondi interiori, la narrazione va avanti per squarci e lampi, quel che inizia non finisce, in modo maturo e coerente con la produzione futura.

Personaggi instabili e vulnerabili

Inizia a scavare nel male interiore e nel gelo dell’età più verde e a vivisezionare l’istituzione familiare, ossessioni feroci, che esplicita con grazia, tra prima e terza persona. Compie tutto ciò attraverso gli occhi e lo sguardo, mai scontato, di personaggi sensibili, instabili e vulnerabili, che procedono e vivono per sottrazione, proprio come la stessa scrittura di Fleur Jaeggy, spesso vicina alla dimensione lirica ben più che alla prosa. Quel che è leggero, innocuo, marginale, insensato o, meglio, che così sembra, apre abissi, o disagi o anche solo smarrimenti di identità (ne sanno qualcosa personaggi come Jochim o il professore Walter). Dinamiche algide, cangianti e inquietanti, che si consolideranno, decenni dopo decenni. Forse non la lettura che garantisce l’approccio più semplice e naturale alle opere della scrittrice italo-svizzera, ma un’introduzione totale.

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