Un libro contro le narrazioni dominanti secondo cui l’antisemitismo include anche le critiche rivolte al sionismo e a Israele. È un volume collettivo, “Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni”, in cui si propugna una lotta per preservare la lucidità necessaria a comprendere le responsabilità storiche delle ingiustizie e per aspirare alla fine di ogni oppressione, a cominciare da quella dei palestinesi
Il dibattito sulla “questione” palestinese è oggi infestato, con crescente insistenza, dall’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo. Dobbiamo liberarcene affinché sia possibile la pratica di un pensiero materialistico, storicamente connotato e impegnato per la fine di ogni sistema di oppressione.
È all’interno di questo quadro che si colloca Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni (283 pagine, 19 euro), volume collettivo pubblicato da Tamu/Tangerin e tradotto dal francese da Nicolò Petruzzella ed Elena Vozzi. Questo testo si propone come un intervento critico nel panorama contemporaneo, con l’obiettivo di distinguere l’antisemitismo – fenomeno storico preciso e tuttora esistente – dalle sue possibili strumentalizzazioni politiche. In questo senso, il lavoro degli autori non si limita a denunciare una sovrapposizione concettuale, ma tenta di restituire complessità a una categoria che rischia, nel dibattito pubblico, di essere dilatata fino a perdere la propria specificità. Il volume raccoglie contributi di autori e autrici – tra cui Ariella Aïsha Azoulay, Maxime Benatouil, Houria Bouteldja, Sebastian Budgen, Judith Butler, Leandros Fischer, Naomi Klein, Frédéric Lordon, Françoise Vergès e Valentina Pisanty, presente come aggiunta nell’edizione italiana – provenienti da ambiti teorici differenti. Ciò che li accomuna è la volontà di interrogare criticamente le narrazioni dominanti, mettendo in discussione alcuni automatismi interpretativi che attraversano tanto il discorso mediatico quanto quello politico.
La fantasia dell’oppressore
Asse portante del volume è il rapporto tra produzione del consenso e costruzione del discorso pubblico. Attraverso il controllo dei canali di informazione, delle linee editoriali e delle politiche culturali, le classi dominanti contribuiscono a definire i confini entro cui è possibile articolare una posizione legittima. In questo contesto, alcune letture della questione palestinese risultano marginalizzate o rese impraticabili, mentre altre vengono normalizzate fino a costituire un orizzonte apparentemente indiscutibile. Tale dinamica ha effetti rilevanti sul piano giuridico e politico: si è infatti progressivamente affermata una definizione di antisemitismo che tende a includere anche le critiche rivolte al sionismo e a Israele. Ciò produce una ridefinizione del campo semantico del termine, con il rischio di indebolirne il significato storico e di rendere più difficile distinguere tra odio antiebraico e critica politica.
Il pesce che puzza dalla testa, come scrive Frédéric Lordon, non è solo la metafora di una classe dirigente in cui «la putrefazione oramai è ovunque», ma anche la metonimia di un pensiero in cui collassano le forme argomentative e i «principi che dovrebbero governarlo». Una stupidità interessata, poiché gli interessi materiali del capitalismo euro-statunitense orientano le borghesie occidentali dalla parte di Israele. Ne deriva un arrocco funzionale a riaffermare la dominazione coloniale sugli oppressi che si sollevano per affermare i propri diritti. È giustificata così la loro degradazione a soggetti “non umani”, ossa da spezzare e corpi da eliminare — bocche da reprimere se si pensa a come questo meccanismo agisce sulle masse occidentali che si son levate al fianco del popolo palestinese. La loro mutua criminalizzazione si regge su una parola-panacea: terrorismo, insieme scudo dell’innocenza occidentale e dispositivo morale che impone l’imperativo «secondo cui nulla viene dal nulla» — eppure Ex nihilo nihil fit, come dicevano già gli architetti dell’imperialismo moderno. Infatti «tutto torna indietro», la storia non sfugge alla legge della conseguenzialità e degli effetti. Così, l’antisemitismo sovrapposto all’antisionismo, propagandato da Israele e adottato dai paesi occidentali, opera allo stesso modo del terrorismo. Ristabilire l’innocenza per riaffermare il potere eroso, strumentalizzando l’antisemitismo stesso, nonché la memoria dell’olocausto che non ha a che fare con la violenza coloniale in Palestina. Affermare l’innocenza implica espellere la verità e rovesciare la responsabilità storica: Israele diviene una chimera prelibata agli interessi delle classi animate dalla fantasia suprema dell’oppressore: «dominare senza l’onta del Male».
Così l’antisemitismo distorto
Il “nuovo antisemitismo”, nella ricostruzione di Maxime Benatouil, si afferma dopo la Nakba del 1948 (النكبة, catastrofe), che comportò l’espulsione di circa 950.000 palestinesi e la distruzione di 532 villaggi, e dopo la Naksa (النكسة, ricaduta) nel 1967, nuova ondata coloniale con circa 350.000 espulsioni. In quegli anni il sionismo venne definito dalla risoluzione ONU 3379 come una forma di «razzismo e di discriminazione razziale», sebbene in modo incompleto rispetto alla sua dimensione coloniale. Poco prima dell’approvazione, il ministro degli Affari esteri israeliano Abba Eban assimilò l’antisionismo all’antisemitismo, sovrapponendo critica al sionismo e odio antiebraico. Questa impostazione, che più volte politici israeliani, associazioni israeliane o ebraiche legate a Israele hanno provato a infiltrare nel dibattito internazionale, è divenuta operativa nella definizione dell’IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto), contribuendo a far percepire ogni critica a Israele o al sionismo come odio verso gli ebrei.
Il 3 dicembre 2019, «il cavallo di Troia» del “nuovo antisemitismo” entrò nel diritto francese e il 17 gennaio 2020 in quello italiano, al termine di un iter sostenuto da esponenti del PD, di Forza Italia e da tutta la destra di governo. Il ddl n. 1004, approvato al Senato, utilizza la definizione dell’IHRA per colpire le critiche al sionismo e all’operato di Israele, piegando la lotta all’antisemitismo a interessi politico-strategici. Ne deriva una progressiva impossibilità – già in atto e sempre più normata – di criticare l’occupazione della Palestina senza essere accusati di antisemitismo. Il risultato è il collasso della forza semantica del termine: anche comunità ebraiche antisioniste rischiano di essere accusate, fino al paradosso di un antisemitismo senza odio antiebraico. Allora, ristabilire la verità diventa un imperativo volto non solo a contrastare la distorsione concettuale, ma anche ad affrontare l’antisemitismo reale e intrinseco in ogni sistema di potere neoliberale classista e coloniale. Come fare?
Ristabilire la verità, riformulare il “mai più”
Houria Bouteldja mostra come la rimozione della verità dopo la Seconda guerra mondiale abbia imposto l’era della “pace” e la «fine della storia», ovvero la presunta fine dei conflitti e delle contraddizioni. L’Occidente avrebbe potuto interrompere il ciclo dell’imperialismo e del capitalismo che ha prodotto la Shoah e altri genocidi, tuttavia scelse di perpetuarlo. Le tensioni interne alle sue masse, fratturate e logorate dalla guerra e dalla povertà, esigevano però un mito: il “mai più”, che proclamava «“Mai più genocidi”, “mai più crimini contro l’umanità”, “mai più guerre”, “mai più colonialismo”». Nella pratica e mentre il mito del mai più veniva propagandato, altri crimini di massa – dall’Iraq al Ruanda, dall’Indonesia all’Algeria fino al Vietnam e alla Palestina – si consumavano nel silenzio. Israele può essere letto come un dispositivo di ricomposizione simbolica dopo la frattura storica della grande guerra, funzionale a ristabilire il potere degli Stati, contrastare le lotte di liberazione e risolvere «la crisi morale generata dal genocidio nazista e dal collaborazionismo», attraverso nuove forme di razzismo di Stato. Se prima della guerra l’antisemitismo era servito a compattare l’unità razziale interna per la guerra nazi-fascista, ora viene sostituito da altri dispositivi razziali, come quelli orientati all’anti-islamismo e al razzismo contro le persone nere o generalmente (perché generica e faziosa è l’etichetta) immigrate. Il “mai più” diventa così una morale selettiva, incapace di impedire la continuità della violenza coloniale. Tuttavia, nessun razzismo è isolato: il pericolo antisemita resta vivo all’interno di una struttura coloniale più ampia, e pur sempre razzista — com’era già. Bouteldja invita a rovesciare il monito di Fanon: «ebrei, quando parlano di musulmani o di neri, tenete le orecchie ben aperte, perché stanno parlando anche di voi». Contrastare l’odio antiislamico, anti-nero e classista, ragione significative degli «stati integrali razzisti», significa allora colpire l’intero dispositivo razziale e, insieme, la dominazione capitalistica che lo sostiene. Ciò richiede di sottrarsi alla trappola morale neoliberale che accompagna le trasformazioni contemporanee e le nuove guerre. In questo quadro, la popolazione palestinese diventa un punto di condensazione delle contraddizioni del presente: la sua liberazione implica il riconoscimento delle strutture coloniali globali e del «diritto alla resistenza in ogni forma» alle oppressioni sistemiche, ma anche la rottura della sovrapposizione tra antisionismo e antisemitismo, da che gli attacchi di un popolo oppresso sono mai identitari o razzisti, bensì sempre indirizzati a una struttura di dominio. E in ultima istanza, ogni struttura è mai relegata soltanto allo sfruttamento e all’oppressione delle popolazioni indigene, ma si lega, seguendo le folate di un butterfly effect, alle oppressioni che lo stesso sistema neoliberale produce nelle regioni occidentali. La repressione brutale del dissenso delle masse che hanno risvegliato la propria coscienza politica e l’inversione bellicista dell’Europa in nome della “pace” dichiarano, ancora una volta, ciò che doveva essere già evidente: pur di preservare il dominio economico dei pochi, delle élite politiche e delle multinazionali, i popoli saranno sacrificati. Perciò, ribaltare il paradigma distorto dell’antisemitismo, combattere le sue storture, è molto più di quello che sembra. Nella battaglia contro la strumentalizzazione dell’antisemitismo e per la libertà del popolo palestinese, è iscritta la formula per preservare la lucidità necessaria a comprendere le responsabilità storiche delle ingiustizie e a individuare la via di un pensiero materialistico e rivolto verso la fine di ogni oppressione.
Per leggere la versione integrale di questo articolo cliccare qui
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

