Tennis invece delle guerre, Colombati riscrive il ‘900

Enciclopedico e leggibile, dalla vocazione internazionale, che si regge sulle spalle di figure fittizie e personaggi realmente esistiti. Con “Non vi sarà più notte” Leonardo Colombati torna all’ambizione del romanzo-cosmo già sperimentata oltre vent’anni fa con il debutto “Perceber”. Una godibilissima reinterpretazione del secolo breve, che s’interroga sull’evoluzione della storia, sulla violenza, sulla pace e sulla guerra. Senza dimenticare l’amore…

Una ventina d’anni dopo Perceber, dallo stesso computer, è arrivato un altro romanzo maestoso, enciclopedici di quelli che provano a tenere tutto assieme e che, finita la lettura, lasciano a bocca aperta. Leonardo Colombati ha perfino un volto, nel senso che gli capita di fare qualche comparsata in tv a commentare fatti di cronaca o di politica in qualche talk-show. Apparizioni televisive a parte, non ha ancora una posizione riconoscibile agli occhi del popolo dei lettori, lo conosce ancora relativamente poca gente, gente di ottimi gusti. Dietro quegli interventi televisivi c’è un magnifico scrittore, di cultura onnivora e di penna sciolta, dalle idee chiare e che non coltiva paure quando si tratta di imbastire vaste architetture narrative. Da parecchi anni sostanzialmente fedele a Mondadori, Leonardo Colombati ha consegnato all’editore di Segrate il suo settimo romanzo, a quattro anni dal precedente, Sinceramente non tuo (ne abbiamo scritto qui). Ed è un’opera che chiama ha raccolta i lettori più appassionati, quelli che hanno voglia di perdersi fra le pagine e dimenticare tutto il mondo circostante.

Digressioni e riferimenti colti

Leonardo Colombati si conferma romanziere ambizioso, che non ha paura d’imbarcarsi in un’impresa da libro totale, quale è Non vi sarà più notte (660 pagine, 24 euro), che guarda più a colleghi stranieri, che italiani, e in effetti è un romanzo-cosmo, dalla vocazione enciclopedica, ma anche estremamente leggibile, che potrebbe accendere entusiasmi anche in ambito internazionale. Questo volume è un organismo stratificato, ricco di riferimenti colti, che ingloba al suo interno figure fittizie (primeggia un enigmatico tennista, il capitano Vasilij Dmitrievič Kozlov, giovane ufficiale dell’impero zarista, che lascia San Pietroburgo nel 1900, per Parigi, ma finirà anche negli Stati Uniti) e personaggi storicamente esistiti, mondi, modi di pensare, linguaggi, tra digressioni, note, memorie, cronache sportive. Nell’ucronia generosamente condotta e messa in piedi da Leonardo Colombati – che nella finzione è il curatore del romanzo – e nel pianeta immaginato nel futuro, i tornei internazionali di tennis hanno preso il posto delle guerre, per evitare inutili spargimenti di sangue. Il risultato è godibilissimo e il gioco è serissimo, perché permette di interrogarsi sull’evoluzione della storia, sulla violenza, sulla pace e sulla guerra. Reinterpreta la storia in un vasto palcoscenico, Colombati, ma senza dimenticare i sentimenti e la profondità emotiva, in particolare l’amore, declinato uno struggente epistolario, e l’eredità dei padri e la paternità…

Il ragazzino avanza verso occidente

Alla fine, non so dire se lo amo o lo odio, questo mondo: se guardo alle varie nazioni, ai loro costumi e ai loro pregiudizi, alle loro maniere e alla loro storia, alla loro politica e alla loro letteratura, forse mi ritrovo un catalogo che vale la pena di gettare nel fuoco.

È un ventesimo secolo decisamente alternativo quello che emerge dalle pagine di Colombati, vertiginose, ora d’appendice, ora d’avventura, ora picaresche. Tra detenuti, circensi, marinai, stupefacenti e inverosimili coincidenze, attente riflessioni, duelli, match tennistici, bombe, sorprese di ogni tipo, battaglie di trincea, radiazioni nucleari ci sono omaggi a Dumas, Stevenson, Balzac, come ai postmoderni americani e perfino a certa sci-fi. È un illusionista che incanta, con leggende e storie, colto e popolare, Colombati, col suo ragazzino russo (apparso per la prima volta in un racconto) che avanza verso occidente e diventa pian piano adulto, ciecamente (ingenuamente? perdutamente? inutilmente?) fiducioso nella bontà altrui. Brindiamo all’ennesimo successo di questo autore che non ha niente da invidiare a nessuno.

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