Legame e distanza, accoglienza e repulsione nelle declinazioni simboliche della collina, topos della poetica di Cesare Pavese. Le indaga Michel Mastantuono nel saggio “L’amante proibita” assieme alle difficoltà di sentirsi adulto dello scrittore, l’eterna adolescenza e l’impossibilità di tornare all’infanzia…
Scrittore di città, di camminate nella nebbia dei viali, di caffè storici su piazze auliche, di una casa editrice impegnata. Cesare Pavese lega il suo nome a Torino, città che scelse, lo adottò, e lo vide protagonista dell’atto che diede fine alla sua vita, il suicidio nella stanza dell’Hotel Roma. Ma Cesare Pavese è anche un legame antico e ricco di possibilità di indagine che ha a che fare con il paesaggio dolce delle Langhe, il suo luogo d’origine. In una elegante plaquette di Divergenze, pubblicata nella collana “impronte” che accoglie saggi di autrici donne affrancati dal puro intento accademico, Michela Mastantuono propone con L’amante proibita (80 pagine, 16 euro) un’ipotesi di lettura di Pavese che si sviluppa proprio a partire dal rapporto-scontro con quella collina che rende unici i profili paesaggistici della Langhe ed evidenzia un legame scomodo.
Un paesaggio inconscio e consapevole
Non c’è critica letteraria orientata né volontà di indicare una via: sono già tante quelle tracciate nel tempo dalla letteratura sull’autore. Tutto parte invece dalla lettura e dalla presa soggettiva di chi incontra Pavese tra le pagine, e dall’approccio di Pavese stesso. In questo breve viaggio si insegue la voglia di mettere insieme una serie di sensazioni, proprio come quelle che guidavano, tra l’inconscio e la consapevolezza, la scrittura di Pavese. L’idea è di scoprire e definire un mondo vero e proprio, che parte dalla terra natale di Cesare Pavese e da una sensazione contraddittoria, probabilmente la stessa che doveva provare l’autore e da cui si possono raccogliere oggi le suggestioni di tante metafore: accoglienza e repulsione insieme. Da questo nodo, secondo l’autrice, si dipartono le varie rappresentazioni e declinazioni simboliche della collina, diventata topos per antonomasia della poetica pavesiana. Mastantuono decide di inseguire lo spunto emotivo attraverso varie opere, per individuare uno spirito che Pavese infonde in tanti diversi personaggi a confronto con lo spazio e il paesaggio. C’è per esempio il protagonista di La spiaggia, o l’affermata Clelia che, in Tra donne sole, torna in una città d’origine dove non si riconosce più. Nel rapporto con la terra d’origine qualcosa smuove i personaggi, è un legame e una distanza insieme, che si concretizza nell’idea che “Lui dice che il suo paese è bello soltanto a ripensarci” (da “La spiaggia”).
La collina impossibile
Un grumo che rappresenta tutto il disagio di Cesare Pavese come uomo e scrittore. I legami con l’ambiente circostante gli sono infatti difficili, se non impossibili, ma è altrettanto complicato evadere dal quadro e tornare indietro al rapporto originario e completo con la collina. Se questo spazio non fosse semplicemente un luogo pavesiano legato alla biografia ma si associasse, per estensione, a un’amante proibita? L’esplorazione dell’autrice parte da questa suggestione. Il disagio di Cesare Pavese è, fuori dalla metafora paesaggistica, la difficoltà di sentirsi adulti, il blocco in una posizione di eterno adolescente tradito dalla realtà. Da qui, dalla ferita del mondo, il cinismo e la vanità delle speranze che allontanano la collina così come l’amore, ma che insieme avvicinano, proprio come il desiderio all’amante. La collina sembra l’orizzonte di speranza verso il quale gettare lo sguardo adolescente per – finalmente – maturare. Curioso, a questo proposito, il titolo del secondo capitolo: “placebo al dramma di essere adulti”. È esattamente la collina, il ritorno felice all’infanzia ormai mitica perché luogo di integrità, sì, ma irraggiungibile. Come l’amante, sfuggente e proibita, desiderata e sognata. Come una malinconia che lenisce e insieme prolunga la ferita. Dal dissidio interiore di Pavese deriverebbero le immagini e i temi che rimandano all’idea della collina come amante irraggiungibile. Una terra – o una donna – che l’autore ama, ma con cui non può restare. La distanza è l’unico rimedio, anche se lo strappo dell’allontanamento implica una rinuncia a sé, e cancella i sorrisi dell’infanzia per alimentare, invece, una visione amara e disincantata. La felicità diventa proibita, e si allontana come un amore sfiorato ma inaccessibile, come un passato che, integro nei ricordi, dopo l’allontanamento non può più confidare nella serenità originaria. Il mestiere di vivere secondo Pavese: uno sguardo di grande intensità e profonda umanità sulle contraddizioni del costruire se stessi.
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