Naja Marie Aidt, una discesa nel baratro senza appigli…

Bagliori di vite spezzate, frammenti riflettenti di dolori mai affrontati, cicatrici esposte e sanguinolente di un’esistenza implosa nella paura: la prosa nuda e minimale di Naja Marie Aidt in “Esercizi al buio” non concede introduzioni né protezioni. Pretende, piuttosto, che il lettore entri subito nel buio

La voce narrante – volutamente senza nome – si impone come presenza assoluta. Non ha bisogno di presentarsi: è un io che scrive per sopravvivere, un diario fatto di appunti sparsi, di tentativi di ricostruzione. La forma stessa del testo riflette questa urgenza: non capitoli, ma pause; non struttura, ma respiro.

A dirla in modo riduttivo, Esercizi al buio (208 pagine, 18 euro) di Naja Marie Aidt, tradotto da Andrea Berardini per Utopia, è la storia di una ricostruzione, scandita dalle visite settimanali dal terapeuta. Ma sarebbe limitante fermarsi qui. Il vero intento del libro è trascinare il lettore dentro le ferite di un’anima fragile, senza sovrastrutture narrative, senza consolazione. È una discesa nel baratro priva di appigli.

Dare forma al caos

Il risultato è una prosa straniante, a tratti quasi febbrile, che non offre tregua. Tutto accade al presente e non è una scelta stilistica arbitraria, ma una necessità terapeutica. Il presente è l’unico tempo possibile per chi deve sopravvivere al trauma. Ne emerge un oggi saturo di angoscia, privo di futuro, gonfio di inadeguatezza.

L’abisso diventa polo magnetico nel quale precipitare: non solo per la protagonista, ma per tutto ciò che le ruota attorno. Gli “esercizi” non sono soltanto pratiche terapeutiche, ma tentativi di dare forma al caos. Nei piccoli gesti quotidiani, negli aneddoti apparentemente minimi, riconosciamo qualcosa di profondamente universale: la nostra assuefazione al dolore.

Sto provando a scoprire le mie risorse, e per questo non voglio più essere schiava della cosiddetta storia della mia vita.

Come in Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo, anche qui emerge il bisogno di riscrivere la propria storia, sottraendola allo sguardo clinico, alla riduzione a caso umano. La cartella medica misura le cicatrici del corpo, ma resta vaga davanti a quelle dell’anima. La scrittura, invece, prova a riappropriarsene. Inevitabile anche il parallelo tematico con il libro di Grue, La mia vita come la vostra (Iperborea)

La terapia come pratica quotidiana

La narrativa del dolore diventa così una lente attraverso cui osservare noi stessi. Non è più solo racconto individuale, ma specchio di una società che esige perfezione e controllo emotivo. In questo senso, il libro dialoga implicitamente con il contesto danese contemporaneo: un paese spesso associato a benessere e stabilità, ma che convive con un diffuso ricorso alla psicoterapia e con un tasso di suicidi storicamente significativo rispetto ad altri paesi europei. La terapia, in Danimarca, non è stigma ma pratica quotidiana; eppure, proprio questa normalizzazione rivela quanto il disagio sia radicato sotto la superficie del cosiddetto equilibrio nordico.

Anche il tema della tossicodipendenza, che attraversa sotterraneamente il testo, si inserisce in questo panorama: non come marginalità estrema, ma come frattura interna a una società apparentemente funzionante.

Sono minuscola dopo la telefonata con mia sorella. Potrei entrare in una scatola di fiammiferi, in un guscio di noce, sono una goccia di pioggia, un chicco di grandine, una virgola che tremola in fondo a una frase incompiuta.

La fragilità qui non è eccezione, ma condizione condivisa. È il cuore di una nuova narrativa della resilienza: non storie esemplari, ma esistenze incrinate, errori, tentativi. Non protagoniste invincibili, ma esseri umani esposti.

La protagonista attraversa un terreno di spine: un padre violento, un’infanzia segnata dal terrore — «fu questo che ci lasciò, oltre alla violenza, impressa nel nostro DNA, nelle cellule, nella pelle e negli incubi» — una madre distante, una sorella sopraffatta, tre figli da proteggere e un trauma centrale che implode nel presente.

Il paesaggio interiore e il lutto dell’autrice

Eppure, il luogo fisico resta sfocato. La città danese è quasi assente: perché il vero paesaggio è interiore.

In questo senso, la scrittura di Naja Marie Aidt  si inserisce coerentemente nella sua traiettoria artistica. Nata nel 1963 ad Aasiaat, in Groenlandia, è una delle voci più autorevoli della letteratura danese contemporanea. Ha attraversato poesia, narrativa, teatro e letteratura per l’infanzia, ottenendo nel 2008 il prestigioso Nordisk Råds Litteraturpris. La consacrazione internazionale è arrivata con Se la morte ti ha tolto qualcosa, tu restituiscilo (Utopia) opera autobiografica sul lutto per la perdita del figlio, selezionata al National Book Award.

Secondo quanto riportato dal quotidiano danese Information, il figlio Carl morì a 25 anni in un tragico incidente a Copenaghen, in seguito a una crisi psicotica indotta da sostanze allucinogene. Questo evento non è semplicemente un dato biografico: è una frattura che attraversa tutta la sua scrittura successiva. In Esercizi al buio se ne percepisce l’eco profonda: nella perdita del linguaggio, nella necessità di ricostruirlo per frammenti, nella tensione continua tra silenzio e parola.

La sua prosa è, in questo senso, un atto di sopravvivenza.

Cicatrici e riconoscimento

I silenzi, qui, sono materia viva: parlano di notti passate sotto un tavolo, di corse in bagno, di un corpo che espelle il dolore. Ogni pausa è piombo nell’anima.

Non ci sono capitoli perché non esistono interruzioni nel dolore. Solo respiri. Per potersi immergere nel lato più oscuro di un’esistenza in frantumi.

Difficile da leggere, Esercizi al buio, ed è giusto dirlo. L’assenza di struttura può respingere, così come la densità emotiva. Ma questa non è una lettura da consumare: è un’esperienza da attraversare.

Non è solo un esercizio di ricucitura delle cicatrici. È un esercizio di riconoscimento.

Di noi stessi, negli altri.

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