Manuppelli innamorato di Fitzgerald, re di successi e cadute

Con “Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano” Nicola Manuppelli ha scritto una biografia totale, felicemente divergente, rigorosa e appassionata. Un’analisi delle tante dicotomie presenti nella vita e nelle opere di Francis Scott Fitzgerald e alcuni significativi paralleli con altri grandi classici, moderni e del mondo greco-romano…

Certe ricorrenze fanno inorridire, certe altre sono benedette. Quest’ultimo è il caso dei cento anni dalla pubblicazione de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, compleanno raggiunto nel 2025, che ha consentito di tornare ancora una volta su una delle grandi certezze della letteratura statunitense. Un romanzo cardine e spartiacque, che ha mandato in sollucchero milioni di lettori, e scrittori-lettori anche lontani fra loro, da T. S. Eliot a Salinger, da Hemingway a Edith Wharton, ad Haruki Murakami, a Paul Auster. Fra i tanti contributi che in Italia hanno invaso le librerie piace segnalare un libro di grande spessore e ardore, di ragione e sentimento. L’ha scritto Nicola  Manuppelli, scrittore e traduttore che l’ha affidato alla casa editrice Jimenez: Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano (200 pagine, 18 euro).

Nessuno fu più contemporaneo di lui, nessuno fu più rappresentativo, nessuno più profetico.
Altro che corride e pesci da trascinare!
Capite perché Gatsby e il suo autore sono stati in seguito tanto amati.

Subito carte in tavola. L’ha scritto un innamorato di Francis Scott Fitzgerald, che ha tradotto il suo capolavoro di prosa elusiva – un romanzo sul sogno, sulle illusioni, sul passato che non si ripete, sui fallimenti da cui si impara e si riparte, su un amore irrimediabilmente perduto, arenato tra le pieghe dell’anima – per la casa editrice Mattioli 1885.

Un atto d’amore

Tutto Fitzgerald è dicotomico. Da una parte il successo e dall’altra il fallimento, da una parte il sogno e dall’altra la disillusione. Ed è come se lui fosse l’incarnazione di quello che accadde all’America in quei due decenni. Prima i ruggenti anni Venti e poi l’America della Grande Depressione.

Sentimento e non nozioni, l’interesse è chiaramente circoscritto, in questo libro, che non perde di vista e non sottovaluta nemmeno Nick Carraway, il narratore della vicenda di Gatsby. Quello di Nicola Manupelli è un atto d’amore a un testo premonitore, oracolare – il suo protagonista non è forse l’incarnazione della Grande Depressione che arrivò qualche anno dopo la sua pubblicazione? – agli ideali romantici degli States, a un romanzo feticcio, che ipnotizza, e viene vivisezionato nelle sue influenze e nei suoi debiti, che è interpretato anche come un atipico noir, oltre che accompagnato da aneddoti e squarci di vita familiare e di retroscena editoriali, sul mitico sfondo dell’età del jazz. Una biografia totale (in cui c’è spazio non solo per Zelda, ma per Ginevra, amore giovanile di Fitzgerald), felicemente divergente, senza toni saccenti o accademici, ma rigorosa e appassionata, in cui in qualche modo si accosta il grande scrittore americano a Epicuro, a Petronio, a Marx e a Oscar Wilde; quest’ultimo è il parallelo più significativo e interessante.

Fitzgerald e Wilde, lo stile e lo stare al mondo

Dorian Gray e Il grande Gatsby non si comportano come i romanzi di oggi. Si comportano come i romanzi di ieri. Romanzi antichi, eterogenei – una lanx satura – scomposti, pieni di digressioni e di generi mescolati. E che spesso, guarda caso, raccontavano outsider, misfit, gente che veniva da fuori e cercava di integrarsi.

E le affinità non si limitano solo allo stile e all’idea di intendere la narrativa. Era anche una questione di esistenza, di modo d’interpretare la vita, di stare al mondo. Da una parte l’icona glamour dell’età del jazz, dall’altra l’irlandese dandy ed esteta. Una simile parabola esistenziale, con il successo e l’acclamazione, fulminei, e poi una rovinosa caduta, il crollo psico-fisico e l’alcolismo per Fitzgerald, un processo e una detenzione in carcere per Wilde. Forse inevitabili capolinea per entrambi, di sicuro non incidenti di percorso. Tutti e due – per Manupelli protagonisti di un “filone epicureo” della letteratura, con Keats come precursore –  muoiono soli e dimenticati. Fitzgerald stesso considera Wilde una specie di fratello maggiore nell’arte della rovina. Sono classici che hanno casa nel nostro cuore e non smetteremo di leggere.

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