È un evento quasi senza paragoni negli ultimi decenni la pubblicazione del capolavoro di Ana Maria Matute, “Dimenticato re Gudù”. Scrittrice di punta del Novecento spagnolo, che fece i conti anche con la censura franchista, allestisce un immaginario regno medievale, con battaglie, intrighi e magie, e generazioni di sovrani violenti e guerrieri, il cui erede Gudù cerca imprese per restare nella storia e non essere dimenticato…
Quando nel giugno 2014, a Barcellona, morì ottantottenne la scrittrice catalana Ana Maria Matute Ausejo, precoce, impegnata, acclamata e premiata – una degli scrittori a cui è mancato solo il Nobel per passare alla storia universalmente e magari non restare confinata solo in un ambito continentale – non si comprese pienamente la portata della perdita di quest’autrice prolifica, non pienamente accolta nel canone ufficiale, la sua posizione preminente nella letteratura spagnola del Novecento; conosciuta in Italia grazie a Sellerio, che Rizzoli provò a imporre nella sua anima fantasy, quella da poco riscoperta, e che negli ultimi anni è stata rilanciata più che egregiamente da Fazi.
Niña de la guerra
Piuttosto ancorata a una letteratura che affondava le radici nei suoi ricordi d’infanzia e nella storia della penisola iberica, a cominciare da rivendicazioni sociali e dalla guerra civile, non esente da critiche e censure franchiste, Ana Maria Matute (che si definiva niña de la guerra, per aver vissuto il secondo conflitto mondiale e la guerra civile), con uno stile apparentemente facile, ma lirico e sensoriale, ebbe anche una formidabile vena fantastica che le permise di dar vita a una trilogia – ma i tre volumi sono autoconclusi – il cui vertice è certamente questo non convenzionale Dimenticato re Gudù (756 pagine, 33 euro). Un romanzone che coraggiosamente l’editore Safarà rimanda in libreria, con la traduzione di Maria Nicola già proposta da Rizzoli nel 1999, ma arricchito dalle inquietanti e stupende illustrazioni di Gianluigi Toccafondo e magistralmente introdotto da Vanni Santoni, che ne auspica una più agevole diffusione, specie perché in Italia gli insopportabili pregiudizi sul genere fantasy dovrebbero quasi tutti essersi volatilizzati.
Una dinastia violenta
Avete mai nuotato in mare aperto, abbandonandovi alle onde purissime che ci sono al largo della costa? Leggere questo capolavoro di Matute fa questo effetto, liberatorio, di pace ed entusiasmo, di vigoria e di benessere. Il rilancio di questo mastodontico tomo, che gli amanti del genere attendevano speranzosi da tempo, è certamente uno degli eventi letterari almeno degli ultimi decenni, periodo in cui per provare a leggerlo ci si poteva rivolgere solo alle biblioteche o alle bancarelle dell’usato. Ana María Matute (che quasi certamente ha letto la trilogia di Mervyn Peake) si aggrappa all’immaginazione e inventa e rivisita il Medioevo, trasfigura la storia, la innaffia di magia (che considera un elemento essenziale della stessa realtà), e plasma personaggi – decine e decine – su cui incombe, vedrete, l’oblio. Questa fantasmagorica opera, saga divisa in quattro parti in cui non manca la violenza più cruda, fu il frutto di un lungo periodo di depressione della scrittrice catalana, che dedicò tanti anni alla stesura di Dimenticato re Gudù. Storia di un regno, il regno di Olar, e di quattro generazioni di una famiglia reale, in questo romanzo il protagonista Gudù, ultimo re, arriva a storia già inoltrata, erede di una dinastia che ha battagliato e di cui non vuol essere da meno, andando incontro al proprio destino, conquistando steppe e territori inesplorati: cerca imprese che lo imprimano nella memoria di tutti, che gli permettano in qualche modo di prevalere sulla morte, che lo facciano restare nella storia. Un detonatore di energie che si manterranno intatte fino al termine di questo gigantesco libro, con un finale malinconico e apocalittico, di potenza immensa.
L’incantesimo di non amare
Con una lingua a tratti anche elegante e aulica, e una trama che trascina, titanica, fitta, densa di avvenimenti, Matute, pienamente postmoderna, gioca con la polifonia delle voci e mescolando generi (epica, fiaba, romanzo cavalleresco, cronaca di guerra), con un andamento frammentario e non lineare, allestisce una sorta di poema medievale, evoca figure magiche ed esseri mitologici e sa raccontare anche le peggiori nefandezze, messe in moto principalmente da personaggi maschili, assolutamente irrispettosi nei confronti delle donne, dediti a fare la guerra e a gozzovigliare, malvagi e dissoluti. L’unica figura femminile che emerge veramente è quella della madre di Gudù, Ardid, anche quando – ritenendo di farlo per il suo bene e di distoglierlo da qualsiasi distrazione – toglie al figlio la capacità di amare; destino crudele, quello di non dominare se stessi e i propri sentimenti, a dispetto dell’ambizione di conquiste e vittorie. Cresciuto poco più che un servo, isolato, mai accettato dal padre, Gudù ha un destino da ribaltare e inizierà a costruirlo, alla morte del padre. Attraverso una continua lotta tra forze del bene e del male, con la complicità di re guerrieri, nobildonne infelici e di un’atmosfera a tinte cupe, Matute non può che riflettere e fare riflettere sulla vita e sulla morte, sulla paura e sulla guerra, su passioni e turbamenti, sulla vanità del potere, sulla perdita dell’innocenza, sulla dimensione dell’uomo figlio del Novecento, sulla memoria storica della Spagna, uscita dalla lunga ombra della dittatura e pienamente democratica negli anni della pubblicazione di questo libro.
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