La stanza proibita, Sloane inquieta senza sangue né mostri

“La porta dell’alba”, dopo “Attraverso la notte”, completa la pubblicazione delle opere di William Sloane. Magistrale la conduzione dei fili narrativi: dietro questa storia di fantascienza una struttura investigativa e un mistero nel mistero. Protagonisti un grande scienziato e più di una donna. Più si va avanti nella lettura più l’ansia cresce e si respira…

C’è una storia che può essere raccontata solo attraverso un romanzo, ci sono una casa isolata dal mondo, l’ostilità degli abitanti di un paesino del Maine, un grande scienziato che forse ha perso la testa e una stanza alla quale nessuno ha accesso. La ricetta è perfetta, a William Sloane l’abilità di amalgamare gli ingredienti per rendere La porta dell’alba (295 pagine, 20 euro) un romanzo di intenso fascino tradotto da Gianni Pannofino. A ripubblicare questa storia, scritta nel 1939, è Adelphi, che già aveva ripescato dalla memoria del tempo il solo unico altro romanzo di Sloane, Attraverso la notte (ne abbiamo scritto qui): lo scrittore, attivo in ambito culturale ed editoriale, pubblicò solo due libri in tutta la propria vita.

Oltre le leggi del razionale

Ed è un gran peccato, proprio come ha detto uno che di storie se ne intende, Stephen King. La scrittura di Sloane è infatti tutt’uno col fascino sottile, perturbante, della fantasia che fa di La porta dell’alba un romanzo di fantascienza con sottili richiami all’horror, o piuttosto al weird. Non c’è sangue, non c’è mostruosità evidente. Ma è chiaro fin dal primo istante che qualcosa di strano, angosciante e tuttavia indicibile è accaduto davanti agli occhi del narratore che lo sta riportando, e che non ci saranno parole sufficientemente adeguate per dirlo. Tuttavia, al lettore risulta subito altrettanto evidente la capacità delle parole dell’autore di costruire un mondo intero che in poche ore – quelle in cui si svolge la vicenda – condensa inquietudini, sensazioni di angoscia, paura e brivido sospese tra un’invenzione impensabile e fuori controllo e il sospetto costante di non aver capito, di non aver associato dettagli importanti. Il narratore riporta fedelmente quanto ha vissuto, ma al tempo stesso lo mette in dubbio. Mano a mano che la storia procede, si gonfia il suo timore verso fatti sempre più clamorosi. Cerca immagini, tutte suggestive e venate di sinistro, per suggerire incongruenze, dettagli mancanti, presagi di qualcosa di terrificante. Ma non c’è mai un oggetto, non c’è una causa, solo un’ansia che cresce e si respira, in contrasto con la serenità apparente dell’ambiente circostante. È il territorio dell’irrazionale.

Eppure non si vede nulla

Siamo in un paesino del Maine, Stati Uniti, fine degli anni Trenta. Il protagonista è un giovane professore universitario di psicologia chiamato ad assistere il fedele maestro, altro ricercatore accademico, l’elettrofisico Julian. Qualcosa, però, non torna. La casa dove lo scienziato si è ritirato è isolata da tutto e da tutti, all’interno c’è una porta – quella del laboratorio – dove nessuno può entrare. A coronare il tutto, ecco una misteriosa figura di donna, la signora Walters, personaggio avvolto dalle brume inquietanti del mistero. Se a lei spetta il ruolo di donna imperscrutabile, nel romanzo fa la sua comparsa anche una donna evocata, e poi c’è una giovane e bella donna, protagonista di un flirt, e ancora, una donna che diventerà una vittima suo malgrado. Nei pressi della casa misteriosa scorre un fiume: la natura intorno all’acqua sembra poter riportare tutto a una dimensione reale, persino piacevole, ma l’elemento perturbante è pronto a ricomparire dietro l’angolo. Non si vede nulla, ma si sa fin dalla prima pagina che qualcosa si trova dietro la porta inaccessibile, e che la scienza, in questa storia, porterà a una piega inattesa dei fatti. È forse per questa stranezza sussurrata e insieme palese che gli abitanti del luogo premono con la loro ostilità, un aggancio al reale che, invece di riequilibrare le sensazioni della voce narrante, si aggiunge all’ansia e alla tensione che di riga in riga si cristallizzano intorno ai fatti.

Tracce dell’indicibile

Qualcosa di ineffabile ha spostato i confini di ciò che è reale nella storia. Nessun personaggio sembra averlo capito con piena razionalità. È qualcosa che si intuisce da piccole distorsioni e progressivamente si fa sempre più evidente, e rumoroso. Magistrale la conduzione dei fili narrativi da parte dell’autore, che dietro questa storia di fantascienza inserisce anche una struttura investigativa e un mistero nel mistero. Non tutto, però, trova una spiegazione lineare in questa vicenda, ed è proprio questo il suo aspetto più intrigante e inquietante insieme. Dubbi, percezioni distorte, memorie fallaci e testimonianze che si incastrano in un puzzle che non torna sono la pista narrativa sulla quale si compone il romanzo. Quando scrive, il narratore torna sui fatti e riflette, interviene nella narrazione, inserisce delle fratture nella compattezza delle descrizioni. Intorno a questi dubbi si aprono a ventaglio ambiguità e sospetti che contribuiscono a creare l’atmosfera di inquietudine intorno a qualcosa di indicibile. Un indicibile che accompagna la lettura per oltre due terzi del romanzo. Si intuisce, forse si immagina, ma non si dice. E quando la sorpresa arriva, infine, e i contorni del mistero si sono via via fatti più nitidi, ecco il centro di tutto, inenarrabile a parole. Una via di uscita: farne un elegantissimo e insieme spaventoso romanzo.

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