Forster, conquistare la felicità che ha un prezzo: restare esclusi…

Una narrazione di emancipazione personale, di consapevolezza dell’amore e dell’identità omosessuale: “Maurice” di E. M. Forster è un romanzo pubblicato postumo, quasi sessant’anni dopo essere stato scritto. Non solo un’opera letteraria, non semplicemente un romanzo di formazione, ma un atto politico contro le convenzioni del tempo in cui visse il grande scrittore britannico

Maurice (312 pagine, 15,50 euro) di Edward Morgan Forster è un romanzo pubblicato postumo: scritto nel 1914, vide la luce solo nel 1971. La decisione di non pubblicarlo durante la vita dell’autore è però chiara: Forster era consapevole che una rappresentazione esplicita di una relazione omosessuale sarebbe stata inaccettabile per il pubblico del suo tempo. Tuttavia, la stessa scelta di scrivere il romanzo testimonia la volontà e la speranza di Forster di rivolgersi a un futuro diverso, in cui tali esperienze potessero essere riconosciute e legittimate. In questo senso, Maurice non è solo un’opera letteraria, ma anche un gesto politico, un tentativo di sfidare le convenzioni sociali e morali della sua epoca.

Contro il conservatorismo morale

Come negli altri romanzi di Forster, anche in Maurice – edito negli Oscar Mondadori con la traduzione di Stefano Tummolini – emergono i temi a lui più cari, ricorrenti nelle sue opere ambientate nell’Inghilterra edoardiana. Per comprendere appieno la tensione del romanzo, è infatti utile collocarlo nel suo contesto storico, caratterizzato in modo particolare da ruoli di genere rigidamente definiti, gerarchie sociali marcate e un forte conservatorismo morale. In questo quadro, vediamo quindi come Forster mette in discussione le norme sociali: l’omosessualità è trattata in maniera esplicita, rompendo i ruoli di genere convenzionali; le differenze sociali poi, tema ricorrente nella sua produzione, si riflettono nella relazione tra Maurice e Alec; infine, il conservatorismo morale dell’epoca è incarnato dal personaggio di Clive, che rappresenta le convenzioni sociali e le difficoltà di conciliare desiderio e rispetto delle regole. In linea con la sua produzione letteraria, Forster mostra quindi un particolare interesse nel rappresentare ciò che, nell’Inghilterra del suo tempo, era considerato deviante o trasgressivo rispetto ai codici morali: relazioni che attraversano confini di classe o che implicano violazioni sociali e morali (basti pensare a Howards End che tratta l’adulterio, figli nati fuori dal matrimonio, e altro). Al centro di tutto rimane però il desiderio, spesso represso nella società edoardiana, e la sua affermazione diventa un atto di rivendicazione.

Al centro, non ai margini

Forster appare quindi attratto dalla rappresentazione di un’Inghilterra in trasformazione o destinata a trasformarsi, dove il tema dell’identità nazionale occupa un ruolo centrale; e la sua “inglesità” affonda le radici nella cultura tardo-vittoriana, prevalentemente borghese, maschile ed eterosessuale. Questo tema era centrale in Casa Howard, e anche qui è affrontato in maniera diretta, perché Maurice vuole essere, in un certo senso, la rappresentazione dell’uomo medio inglese. Più volte viene descritto come una persona ordinaria, senza pregi particolari: insomma, il perfetto rappresentante del borghese inglese. Il suo percorso accademico è regolare e senza risultati straordinari, il lavoro che intraprenderà sarà altrettanto comune. Ma questa scelta non è casuale, perché Forster vuole collocare l’amore omosessuale non ai margini della società, ma al centro, nel cuore stesso della classe che identifica come il nucleo dell’Inghilterra, ovvero la borghesia. In questo modo il romanzo diventa una vera e propria sfida ai codici e all’identità nazionale inglese.
L’identità è senza dubbio uno dei concetti centrali di Maurice. Il romanzo si configura come un romanzo di formazione, in cui il protagonista compie un percorso di crescita interiore, passando dall’ignoranza iniziale alla piena consapevolezza di sé. In questo contesto, la formazione di Maurice consiste innanzitutto nel riconoscere e accettare la propria identità sessuale, che diventa il fulcro della narrazione e si intreccia strettamente con il tema dell’identità. Il percorso del protagonista — dalla conformità sociale all’autoaffermazione — si presenta come una narrazione di emancipazione personale, in cui conquistare una voce significa poter esistere al di fuori delle norme imposte dalla società.

Identità personale vs identità sociale

Il romanzo può così essere letto come il racconto di una tensione costante tra identità personale e identità sociale, dove l’identità personale comprende ciò che rende l’individuo unico e irriducibile a schemi prestabiliti: desideri, inclinazioni, affetti; mentre l’identità sociale definisce il ruolo che l’individuo occupa nella comunità attraverso categorie come classe, istruzione e professione. E nel caso di Maurice, queste due dimensioni non coincidono e spesso si scontrano. E come abbiamo già visto, sul piano sociale Maurice percorre una traiettoria relativamente lineare e prevedibile: studente a Cambridge, membro della borghesia, uomo d’affari. Parallelamente, però, la sua identità personale — legata al desiderio omosessuale — resta a lungo inespressa, confinata in uno spazio di silenzio e rimozione, a testimonianza della difficoltà di conciliare libertà individuale e conformità sociale. Emblematico, in questo senso, è l’episodio ambientato a Cambridge: la relazione con Clive mette in luce le loro differenze profonde. Clive, incapace di sostenere il peso della trasgressione, sceglie la via della conformità, costringendo Maurice a confrontarsi con una realtà in cui ciò che è autentico per lui non può essere legittimato pubblicamente. Ma questo rappresenta anche un momento di svolta per Maurice, perché lo spinge a mettere in discussione le categorie attraverso cui aveva finora interpretato il mondo e ad avviare un processo di trasformazione interiore più profondo. Lo sviluppo narrativo del romanzo si riflette nel passaggio dall’iniziale accettazione, da parte di Maurice, dell’incompatibilità tra omosessualità e identità inglese. Maurice vive in un contesto in cui il desiderio omosessuale è stigmatizzato e criminalizzato. Il ricordo del processo a Oscar Wilde, con tutto ciò che ha rappresentato, incombe infatti sul romanzo come monito. Tuttavia, Maurice — e attraverso di lui Forster — rivendica il diritto ad ‘appartenere’: l’Inghilterra non deve restare uno spazio esclusivo, ma può essere reclamata anche da chi fino a quel momento ne era stato escluso.

Un finale quasi utopico

Il finale del romanzo assume in questa prospettiva un significato particolarmente emblematico. Il lieto fine immaginato da Forster rappresenta un rifiuto consapevole delle convenzioni dominanti, poiché da un lato implica la rinuncia all’integrazione sociale, dall’altro permette una riconciliazione tra desiderio e identità, anche a costo dell’esclusione. Un finale quasi utopico, difficilmente concepibile per l’epoca, ma proprio in questa dimensione utopica risiede la sua forza politica e simbolica. Il rifugio finale nella natura, lontano dagli spazi codificati della società, si configura come un ritorno a una dimensione primordiale in cui le norme sociali cessano di avere autorità e ciò che resta è un’autenticità pura, non mediata da imposizioni esterne.

Un parallelo con Thomas Hardy

In questo senso, il finale di Maurice mi ha riportato alla mente Tess of the d’Urbervilles di Thomas Hardy, un romanzo che ruota anch’esso attorno a quella che all’epoca era vista come una forma di “trasgressione” di natura sessuale. Tess, dopo aver subito una violenza sessuale da Alec d’Urberville, viene marchiata dalla società come “caduta”: la sua esperienza viene interpretata come una colpa morale, indipendentemente dalla sua volontà o responsabilità. Hardy insiste però nel mostrare come questa colpa non sia naturale, ma interamente costruita. Tess non ha violato alcuna legge della natura, bensì un codice sociale che la condanna e la stigmatizza in quanto donna. Come osserva il narratore, se fosse stata sola su un’isola deserta non avrebbe percepito quanto accaduto come una disgrazia. Il giudizio, dunque, non nasce dall’esperienza in sé, ma dallo sguardo sociale che la definisce e la punisce. Il parallelismo con Maurice diventa allora evidente: anche qui la trasgressione — l’amore tra uomini — non è intrinsecamente “colpevole”, ma lo diventa solo all’interno di un sistema di norme che la nomina come tale. Il bosco in cui Maurice e Alec trovano rifugio funziona come l’equivalente simbolico dell’isola deserta evocata da Hardy: uno spazio sottratto al controllo sociale, in cui la nozione stessa di colpa perde consistenza.

Se il desiderio diventa devianza…

In entrambi i romanzi, ciò che viene messo in discussione è il carattere naturale dei codici morali: la colpa di Tess, come quella di Maurice, è il prodotto di un ordine sociale che trasforma il desiderio in devianza, legittimando così forme diverse di esclusione.
Il bosco nel finale di Maurice è quindi paragonabile a un luogo utopico, un paradiso terreno, un luogo senz’altro simbolico: un rifugio pastorale, il luogo del desiderio e del corpo, ma anche scenario in cui le differenze sociali possono essere superate in nome di una comune umanità. E non è la prima volta che questo spazio diventa centrale nella letteratura inglese. Basti pensare a L’amante di Lady Chatterley, dove il bosco diventa il luogo privilegiato dell’incontro tra i due protagonisti. Anche qui, infatti, la relazione — che attraversa barriere di classe oltre che norme morali — può esistere solo in uno spazio separato dalla società, in cui le gerarchie sociali e i codici repressivi perdono temporaneamente validità. In tutti e tre i casi – Tess dei d’Urbervilles, L’amante di Lady Chatterley, e Maurice – la natura si configura non semplicemente come sfondo, ma come alternativa simbolica all’ordine sociale, come un luogo in cui il desiderio cessa di essere devianza e può essere vissuto come esperienza legittima.
Tuttavia, non so se si può parlare fino in fondo di un lieto fine pienamente realizzato, poiché la felicità dei protagonisti comporta un prezzo: Maurice e Alec possono vivere la loro vita insieme solo allontanandosi dalla società, autoescludendosi dai normali spazi della vita comune. Il bosco, in ultima analisi, resta uno spazio immaginario, evocato più che concretamente rappresentato, simbolo di una libertà possibile solo lontano dalle regole sociali. È forse per questo che, nonostante l’insistenza sull’esito felice, il romanzo lascia quasi una sensazione di perdita. La felicità conquistata è reale, ma condizionata dall’esclusione dal mondo sociale, e proprio in questa tensione risiede la complessità e la forza del finale.

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