“Fontamara” di Ignazio Silone e le ragioni del cuore umano, ovvero il Vangelo dei cafoni della Marsica, un affresco di emarginati e reietti, di “carne che soffre”, di cui sembra di sentire il grido di protesta soffocato dal potere. “Che fare?” è l’interrogativo che continua a risuonare dalle pagine di un classico ancora necessario
Vi sono ragioni nel cuore umano che la politica non potrà mai soddisfare1
La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di esperimentare, di dire di no a una qualsiasi autorità letteraria artistica filosofica religiosa sociale. E anche politica. L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore interrotto, è libero.2
Fontamara (192 pagine, 13 euro) di Ignazio Silone è un grande affresco corale di uomini e donne, reietti, emarginati che si scelgono compagni, cristianamente compagni e avanzano insieme e marciano a pennellate di guttusiana meridionalità nei tratturi della Storia universale in transumanze secolari di subalternità e tentativi e lotte e martìri di santi ribelli, rivoluzionari. Leggendo Fontamara si ha l’impressione di muoversi nella geografia brulla di una prosa neorealistica, quella dell’outsider Silone, in quel mondo offeso di cafoni di cui avrebbe conversato in Sicilia qualche anno dopo anche Vittorini, il mondo dei “dannati della terra”, a dirla con Fanon, e di sentirne il grido di protesta soffocato dal potere; una prosa costantemente affilata sul filo teso della tensione morale, umana e politica senza la quale non è concepibile la letteratura e il ruolo del letterato come cantore di epiche lotte popolari:
Ormai è chiaro che a me interessa la sorte di un certo tipo di uomo, di un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo e non saprei scrivere d’altro 3
Che fare?
Fontamara, edito da Mondadori, è la storia di un’uscita dall’isolamento delle masse contadine di un villaggio immaginario abruzzese condannato all’oblio della marginalità; il suo processo pedagogico di formazione e coscientizzazione; l’esperienza di un protagonismo dal basso, di una partecipazione più attiva nel tentativo di traghettare i vinti, gli oppressi, i colonizzati nella dimensione attiva della storia; è la ricerca di un’alternativa di vita più autentica, coerentemente umana, anticonformista, evangelica, libera dalla dogmatizzazione ideologica del potere, dei catechismi, delle istituzioni, dalla violenza che li condanna ad un astorica apatia e remissività; è vocazione gramsciana riposta nel dubbio; risposta programmatica, culturale e politica alla domanda “Che fare”? È un’utopia solitaria, impossibile ma tenace «se l’utopia non si è spenta, né in religione né in politica è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. Vi è nella coscienza dell’uomo, una inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno placare; la storia dell’utopia e la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace».4
Tragedie, sanatorio e confino
Ignazio Silone scrive il romanzo durante anni caratterizzati da una intensa attività politico-culturale e da tragedie familiari che lo segneranno profondamente, tra i tormenti del sanatorio e del confino in un clima di solitudine, crisi politica ed esistenziale: perseguitato dal regime fascista perché iscritto al PCI dal 1921 è costretto ad una vita di clandestinità; esce dallo stesso PCI nel 1931 perché non ne condivide la svolta stalinista ed è profondamente scosso e preda di sensi di colpa per la morte del fratello Romolo, arrestato nel 1928 dai fascisti con l’accusa di essere iscritto al Partito Comunista illegale e morto dopo anni di atroci torture nel 1932. Esule in Svizzera, in una condizione di isolamento, dà in quegli anni travagliati alle stampe il suo capolavoro, il Vangelo dei cafoni della Marsica, pubblicato in lingua tedesca; ottiene un grande successo internazionale e viene tradotto in 27 lingue; la prima edizione italiana invece risale al 1947 e in Italia è accolto in un clima di totale indifferenza; solo nel 1965 l’opera ottiene un adeguato riconoscimento dopo che la critica nazionale, in seguito alla pubblicazione di Uscita di sicurezza, si rende conto del fatto che la «coerenza drammatica e ossessiva del mondo rurale di Silone» ne governi l’ossatura dello stile.
I bisogni degli umili
Lo stile è infatti il terreno artistico su cui si incontrano istanza morale dell’intellettuale siloniano e istanza egualitaria del personaggio collettivo incarnato dalla voce narrante popolare: il narratore interno non paternalistico né onnisciente, fa propri ed interpreta i bisogni storici di una classe sociale, quella degli umili, di manzoniana memoria o degli ultimi di “malavogliesche” imprese, per restituirli non in salsa borghese rieducati, filtrati e mistificati entro la cornice della parola populistica, né tantomeno nei confini rassegnati di una prosa conservatrice verista ma nella forza propulsiva e rivoluzionaria del pensiero che si fa dubbio, azione e riappropriazione autentica della parola militante; testimonianza attraverso il martirio della carne che chiama in giudizio e condanna lo Spirito corrotto del tempo, di tutti i tempi: «vi sono delle pagine in quei libri che sono state scritte col sangue» così dirà Silone nel Memoriale del carcere svizzero.
Un “manoscritto” orale
Il narratore-autore, infatti, dal suo esilio oltreconfine dove è stato costretto a rifugiarsi per sfuggire alle persecuzioni di regime, «una sera in cui la nostalgia si era fatta» in lui «più pungente»5, accoglie tre fontamaresi, due uomini e una donna (Giuvà, Matalè e loro figlio) portatori di una storia degna di trovare spazio nelle pagine della Historia illustre. Sono i narratori di pari grado, non vi è infatti una gerarchia di voci narranti, ma solo un resoconto da parte del narratore siloniano quanto più possibile fedele ai fatti ascoltati da quel “manoscritto” orale fortuitamente ritrovato e tradotto in uno spazio di democraticità e dignità letteraria dall’autore “nella lingua imparata”, cioè nell’italiano appreso a scuola dove si è imposta dall’età postunitaria una cultura egemonica gattopardesca e mistificatrice che ha impedito alla Verità della voce popolare, quella dei cafoni nell’accezione umanistica di cui sono portatori, quella di una questione provinciale, periferica, storica e morale dell’italianità, di riaffiorare tra le pieghe di un significante terrigno e anti-idillico:
Questo racconto apparirà al lettore straniero, che lo leggerà per primo in stridente contrasto con la immagine pittoresca che dell’Italia meridionale egli trova frequentemente in certa letteratura. In certi libri, com’è noto, l’Italia meridionale è una terra bellissima, in cui i contadini vanno al lavoro cantando cori di gioia, cui rispondono cori di villanelle abbigliate nei tradizionali costumi, mentre nel bosco vicino gorgheggiano gli usignoli. Purtroppo, a Fontamara, queste meraviglie non sono mai successe.6
Il lavorio filologico-traduttivo di restituzione autentica della testimonianza dei tre fontamaresi, tuttavia, lascia intatta e fresca la portata collettiva, plurilinguistica e rivoluzionaria di quella voce, del loro rifiuto dell’”antilingua”, di un uso oppressivo cioè della cultura dei «latinorum» dei Don Abbacchio e dei Don Circostanza che animano queste vicende e rievocano altre pagine di altri Don, altri dottori, altri «galantuomini» i quali si sono sempre serviti, continuano e continueranno a servirsi dell’ignoranza per ingannare, della comunicazione come mezzo di sopruso indecifrabile per i cafoni per i quali «la peggior tirannia è quella della parola»7. Pertanto, quale migliore riscatto per i cafoni se non la riappropriazione semantica della portata libertaria del verbo che si fa scrittura giornalistica volta a denunciare, smascherare e progettare “utopie”?
Denunciare le ingiustizie
Il romanzo si conclude infatti con la volontà di denunciare le ingiustizie subite dalla popolazione di Fontamara su un foglio clandestino dal titolo emblematico: Che fare?, nello sforzo di uscire dallo stato di minorità e dare forma e stile ad una coscienza anticonformista allontanatasi dalla rassegnazione fatalistica in risposta alle angherie sempre più disumane e corporativistiche del regime fascista: «”Perché non dormi?” “Abbiamo fin troppo dormito”, mi rispose Bernardo ridendo»8. Un titolo, Che fare?, un risveglio: «Ci hanno tolto l’acqua, che fare? Il prete si rifiuta di seppellire i nostri morti, che fare? In nome della legge violano le nostre donne, che fare? Don Circostanza è una Carogna, che fare?»9 ; un interrogativo incalzante, ossessivo che esige risposte e rievoca i fatti della Russia, quella Russia lontana, chimerica e patria utopica dove collocare le ragioni del cuore umano che la politica non potrà mai soddisfare:
La Russia? Dimmi la verità: esiste veramente questa Russia di cui tanto si parla? Tutti ne parlano, ma nessuno c’è mai stato. Eppure i cafoni vanno dappertutto, in America, in Africa, in Francia. Ma nessuno è mai stato in Russia.10
Un linguaggio corale che si fa retorica dell’enumerazione; sin dalle prime pagine, infatti, il lettore è messo di fronte alla multiforme varietà che l’ingiustizia assume lungo le direttrici spazio-temporali della vicenda umana e universale che esige ascolto, attenzione e chiama in causa la complicità morale dello scrittore, dei personaggi e del lettore:
Ho dato questo nome ad un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica […] In seguito ho risaputo che il medesimo nome, in alcuni casi con piccole varianti, apparteneva già ad altri abitati dell’lItalia meridionale, e, fatto più grave, ho appurato che gli stessi strani avvenimenti con fedeltà raccontati, sono accaduti in più luoghi, seppur non nella stessa epoca e sequenza. A me è sembrato però che queste non fossero ragioni valevoli perché la verità venisse sottaciuta. Anche certi nomi di persone come Maria, Francesco, Giovanni, Lucia, Antonio e tanti altri, sono assai frequenti; e sono comuni ad ognuno i fatti veramente importanti della vita: il nascere, l’amare, il morire, il soffrire, ma non per questo gli uomini si stancano di raccontarseli. […] Allo stesso modo i contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin, coolies, i peones, i mugic, i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo, sono sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono visti due poveri in tutto identici. 11
L’immutabilità di un assetto sociale
Quello che si chiede al lettore è l’immedesimazione nella gratuità del male delle storie dei singoli che assurgono a ipostasi delle ingiustizie perpetuate nel corso dei secoli da una hybris che trabocca e scuote profondamente l’orizzonte di accettazione e riconoscimento della gerarchia come immutabilità di un assetto sociale fatalisticamente o darwinianamente già dato; nel caso dei fontamaresi percepito come naturale, dalle radici cristiano-medievali, fondato su privilegi feudali tramandatisi senza soluzione di continuità dall’Italia preunitaria a quella postunitaria in maniera inalterata:
In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di Torlonia,
padrone della Terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie
del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire che è finito.12
Ma se i cafoni sono per natura «carne che soffre» e occupano l’ultimo posto della scala sociale, il fascismo però, con il suo arbitrio feroce e spudorato, che toglie l’elettricità prima, poi l’acqua e stupra le donne e tortura e uccide gli uomini, ha innescato un processo di volontà di cambiamento che non si può fermare nella Fontamara degli anni ‘20- ’30 così come non si fermerà in nessuna “Fonte Amara” al mondo: «quando le stranezze cominciano, chi le ferma più?»13. Le stranezze sono quelle de «i cosiddetti fascisti» che «a varie riprese, come si udiva raccontare, avevano bastonato, ferito e anche ucciso persone contro le quali la giustizia non aveva nulla da dire e solo perché davano noia all’Impresario, e questo poteva anche sembrare naturale, ma i feritori e gli assassini erano stati premiati dalle autorità, e questo era inspiegabile. Si può dire insomma che tutti i guai che da qualche tempo ci capitavano, esaminati a uno a uno, non erano nuovi e di essi si potevano trovare numerosi esempi nelle storie del passato. Ma il modo come ci capitavano era nuovo e assurdo e non sapevamo darcene una qualsiasi spiegazione»14. Tuttavia le stranezze non sono soltanto quelle che si apprendono presso La Scuola dei dittatori ma sono quelle che nascono in risposta ad esse nelle aule dei rassegnati che si fanno rivoluzionari, che maturano la coscienza del loro diritto all’eguaglianza e passano da una condizione di secolare solitudine e isolamento a quella solidale della rivolta, nelle “catapecchie” e nei campi dove la miseria è sinonimo di dignità e humanitas, dove ci si si rifiuta di accettare l’inaccettabile «Chi evviva?»15 e si impara il linguaggio libertario e metastorico dell’ Uscita di sicurezza:
“C’è adesso questa storia del foglio che si dovrebbe stampare?” Domandò la Limona. “È una nuova stranezza rispose la ragazza. “L’ho sentita raccontare da Scarpone, ma non ci ho capito nulla. Quando le stranezze cominciano”, io dissi, “chi le ferma più?”16.
Un’impellenza di rigenerazione
E quando le stranezze continuano, lettore, simile, amico, sul finale sempre aperto di un romanzo, di una cronaca, di una Storia magistra di fatti che ci riguardano, Che fare? È l’interrogativo che continua a risuonare dalle pagine di un classico ancora necessario che si porta nel cuore del mondo come un desiderio, un’impellenza di rigenerazione letteraria e umana, insaziabile, utopica ma tenace:
Utopia e scienza si contenderanno sempre l’anima del socialismo. Ed ebbe torto Marx illudendosi di aver espulso l’utopia dal socialismo. Ma in realtà noi abbiamo visto che la scienza può cambiare ogni trenta o cinquant’anni; mentre l’utopia può sopravvivere ai millenni, quanto l’inquietudine nel cuore dell’uomo.17
1 L. SICARI, L’avvocato dei ‘peones’ abruzzesi, in Profili Controluce, Milano, 1953, pag. 68
2 I. SILONE, Uscita di sicurezza, Firenze, Vallecchi, 1965, pag. 64
3 I. SILONE, L’avventura di un povero cristiano, Milano, Mondadori, 1988, pagg. 21-22)
4 I. SILONE, L’avventura di un povero cristiano, Milano, Mondadori, 1988, p. 36.
5 I. SILONE, Fontamara, Milano, 2023, p. 8
6 I. SILONE, Ibidem, p. 9
7 I. SILONE, Uscita di sicurezza, cit., p. 157
8 I.SILONE, Fontamara, cit., p. 151
9 I.SILONE, Fontamara, cit., p. 164
10 Ibidem, p. 151
11 Ibidem, p. 3
12 Ibidem, p. 23
13 I.SILONE, ivi, pag. 33
14 I. SILONE, Ibidem. 107
15 I. SILONE, Ibidem, p. 98
16 I. SILONE, Ibidem p. 162
17 I. SILONE, Ideologia e politica, in “Mercurio”, febbraio 1945, p. 78

