Nothomb, una formula magica per proteggersi dal dolore

Nella storia della giovanissima Adrienne, protagonista del romanzo “Meglio così”, è trasfigurata l’autrice, Amélie Nothomb, che in questo modo scrive per la prima volta della madre. Sembra una fiaba, ma ha un andamento paradossale e grottesco…

Una bambina, dolce bella e curiosa, Adrienne, una mamma amorevole, vittima di un padre violento e fedifrago, Astrid, una nonna crudele che vive in una casa fatiscente, coccolando e viziando un enorme gatto, Pneu, l’unico essere cui ella rivolga amore: potrebbe sembrare una fiaba e, infatti, l’incipit e le prime pagine di Meglio così (132 pagine, 17 euro) sembrano accompagnare il lettore in una fiaba, quella in cui protagonista è la piccola Adrienne di soli quattro anni, la quale, per scongiurare il peggio e sopravvivere alle peggiori sventure, si inventa la formula magica che dà il titolo al testo, meglio così, appunto, e riesce quasi sempre a trarsi d’impaccio. La trama, però, è ambientata a Bruxelles e inizia nell’estate del 1942, e l’autrice è Amélie Nothomb. Siamo dunque avvisati: questa storia ci apparirà paradossale e grottesca, e sicuramente ci rivelerà e, forse, insegnerà qualcosa di insolito e estremamente umano.

Un atroce segreto

Leggendo, in effetti, pagina dopo pagina, si scopre che Astrid, mamma anche di Jacqueline, nasconde un grande e atroce segreto, tradisce anch’ella il marito che, nonostante i reciproci tradimenti e le violenze subite, ama profondamente. Come se non bastasse, Astrid è inoltre stata allevata da una madre severa, crudele e addirittura sadica — la nonna di Gand, presso la quale Adrienne è ospite nell’estate del ’42 —; una madre dalla quale Astrid ha appreso ad amare in modo selettivo: ama Adrienne, ma non ama Jacqueline, che non perde occasione di sminuire, mortificare e umiliare, tanto che la figlia, crescendo, non riuscirà a liberarsi dal dolore provato per le privazioni e umiliazioni, derivanti dal rapporto con la madre, e diventerà una donna infelice. Adrienne, invece, che fin dal soggiorno a casa della nonnina di Gand ha imparato a proteggersi dalla sofferenza, dalla paura e dall’odio con una formula magica, riuscirà a sopravvivere alla famiglia disfunzionale in cui è nata e cresciuta, superando non solo il dolore, ma anche le atrocità compiute dalla nonna e dalla madre, riuscendo a trovare e a donare l’amore e, dunque, a essere felice

Scudo al male

Tutto qui?
Niente affatto, ché nel finale Amélie prende la parola e in prima persona racconta la storia della propria madre, ne spiega l’amore per le figlie e il marito — l’amato padre, cui Nothomb ha dedicato nel 2021, a un anno dalla scomparsa, Primo sangue — e svela essere lei a celarsi dietro il nome e la personaggia di Adrienne. Le riconosce così la forza e il coraggio straordinari con i quali è stata in grado non solo di salvarsi, ma anche di costruire una vita, personale e familiare, piena d’amore, nella quale per giunta ha sempre sostenuto e protetto la scrittura della figlia Amélie che, al pari della formula meglio così per la madre, rappresenta per la scrittrice belga l’antidoto alla sofferenza e al male, primo fra tutti quello causato dai (pre)giudizi del parentado che, fin dal suo primo romanzo e successo, Igiene dell’assassino, l’ha giudicata e sollecitata ad abbandonare quella pratica.
Come mai prima, in Meglio così, tradotto per Voland da Federica Di Lella, Amélie Nothomb ci svela il proprio legame con la madre — non ne aveva mai scritto né parlato fino a ora — e ci rivela anche che cosa significhi il proprio rapporto con la scrittura, quella “dieta ferrea” — come lei stessa ha avuto modo di definirla più volte —, cui si dedica ogni giorno scrivendo dalle 4 alle 8 del mattino, qualsiasi cosa accada, comunque stia, da quando ha lasciato definitivamente il Giappone e ha scritto e dato alle stampe, appunto, Igiene dell’assassino.

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