Riflessione sull’arte contemporanea, storia intima e dolorosa, scrittura di grande qualità. È più di un semplice debutto “L’aneddoto dei calchi” di Maria Teresa Rovitto, che s’interroga sul corpo, sul significato dell’identità, su cosa significhi “doppiare” la vita attraverso l’arte, e quale sia il prezzo da pagare…
L’arte può cambiare una vita? Può un evento artistico, una performance, diventare lo spartiacque che manda in frantumi un’esistenza e la costringe a ricomporsi in una forma nuova? È questa la domanda potente e perturbante al centro de L’aneddoto dei calchi (16 euro,174 pagine), il sorprendente romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto, pubblicato da Terrarossa Edizioni.
Non capita spesso di imbattersi in un romanzo che riesca a fondere con tanta naturalezza la riflessione filosofica sull’arte contemporanea, la rappresentazione del corpo e una vicenda intima di perdita e rinascita. L’autrice, nata in Basilicata nel 1987 e già nota per le sue pubblicazioni su riviste come “Nazione Indiana” e “Argo”, dimostra una maturità di pensiero e uno stile già inconfondibile in un’opera che è molto più di un semplice debutto narrativo.
Una performance, una reazione a catena
Il cuore del romanzo ruota attorno alla performance vb66 di Vanessa Beecroft, un evento reale che nel 2010 trasformò il Mercato Ittico di Napoli in un’installazione di corpi dipinti di nero, simulando i calchi in gesso delle vittime di Pompei. La protagonista, Livia, è un’archeologa che partecipa a questo tableau vivant insieme all’amica Zoa, un’artista greca. L’esperienza si rivela un vero e proprio trauma: la messa in scena della morte e della pietrificazione innesca in Livia una reazione a catena che la porta a perdere il lavoro, a chiudere la relazione con il compagno Bruno e a precipitare in una crisi esistenziale.
Mentre Zoa, dopo la performance, radicalizza il suo modo di stare al mondo e torna in Grecia, Livia cerca faticosamente di ridefinire il suo rapporto con il proprio corpo, segnato dalla malattia del padre e da un senso di vuoto incolmabile. In questo percorso di ricostruzione, un’ancora di salvezza sarà l’amicizia con Patty, una drag queen, figura che incarna la possibilità di un’identità fluida e ricreata. La trama, però, è solo il pretesto per un’indagine ben più profonda.
Ciò che colpisce maggiormente è la voce dell’autrice. Lo stile è ellittico, letterario, capace di creare associazioni inaspettate e di muoversi con agilità tra diversi piani temporali e spaziali. La scrittura non è mai didascalica; Maria Teresa Rovitto allude, suggerisce, costruisce un mosaico di frammenti che il lettore è chiamato a ricomporre. L’uso di un lessico preciso, talvolta tecnico, si alterna a squarci lirici che rivelano una solida formazione, non solo letteraria ma anche filosofica.
L’arte che incide sulle esistenze
Il romanzo è un vero e proprio saggio sull’arte e sulla sua incidenza nella vita delle persone. La performance della Beecroft diventa il simbolo di un’arte che imita la morte fino a confondersi con essa: non solo la morte remota di Pompei, ma anche quella quotidiana che si annida nella malattia del corpo e nelle trasformazioni che ci portano a “morire al presente” che viviamo.
Il corpo, in tutte le sue declinazioni, è il vero protagonista: il corpo ammalato del padre, il corpo esposto e mercificato delle modelle, il corpo che cambia e si ridefinisce. Il romanzo esplora il confine tra il corpo vivo e il calco inanimato, tra l’originale e la sua riproduzione, in un gioco di specchi che interroga il lettore sul significato stesso dell’identità.
L’autrice scava nel complesso rapporto tra corpo, identità e rappresentazione, chiedendosi cosa significhi “doppiare” la vita attraverso l’arte, e quale sia il prezzo da pagare per questo sacrificio quotidiano.
Napoli, in chiave storica
Napoli non è solo lo sfondo, ma un personaggio vivo, ritratto per frammenti: dai vicoli di Chiaia alle case vinte all’asta, fino all’evocazione della “Compagnia degli Illusi”, il gruppo di pittori a cui apparteneva il nonno di Livia, costretto dal fascismo a cambiare nome in “Compagnia degli Artisti”. Questo episodio storico getta una luce sulla censura del potere e sull’importanza di preservare l’illusione, l’immaginazione, come atto di resistenza.
L’aneddoto dei calchi di Maria Teresa Rovitto è un romanzo che richiede una lettura attenta, che sfida il lettore a uscire dalla propria comfort zone. La sua forza risiede nella capacità di tenere insieme la potenza visiva dell’arte contemporanea con la fragilità dell’esperienza umana.
Colpisce per la sua capacità di fondere la riflessione teorica sull’arte contemporanea con una storia intima e dolorosa, il tutto sostenuto da una scrittura di grande qualità.
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