Jean Cayrol, il lager lontano e il rischio di vivere e amare

Una complessa riconquista dell’identità, un lento ritorno alla vita, e la rinnovata sfida di vivere nella trilogia di Jean Cayrol, “Vivrò l’amore degli altri”, che arriva a compimento con la pubblicazione, anche in italiano, del terzo volume, “Il fuoco che arde”. Armand – protagonista e alter ego dell’autore – impara ad amare perché ha bisogno di farlo, vive, incarnando una resurrezione…

Dopo la Shoah l’onnipotenza e la bontà di Dio furono totalmente messe in discussione da teologi di fama. Theodor W. Adorno sostenne l’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, intendendo che qualsiasi tentativo di fare arte per rievocare l’orrore dei lager era destinato al fallimento. Ma se Dio è morto, come sentenziato da più parti, e la poesia non sta benissimo, forse è l’amore che si salverà, che ci salverà. La guarigione lenta dalle ferite del campo di concentramento scandisce la trilogia di Jean Cayrol, i tre volumi che la casa editrice Marietti ha virtuosamente riproposto sotto il titolo complessivo Vivrò l’amore degli altri: dopo Lasciatelo parlare (qui l’articolo) e I primi giorni (qui l’articolo), ancora grazie alla traduzione di Valeria Pompejano, è la volta dell’intenso terzo e ultimo capitolo, un densissimo epilogo, Il fuoco che arde (312 pagine, 23,50 euro), una complessa riconquista dell’identità.

Artefice del proprio destino

Jean Cayrol ha attraversato il Novecento, combattente della Resistenza dopo l’invasione della Francia da parte dei nazisti, denunciato e catturato, deportato in un campo satellite di Mauthausen, sopravvissuto per miracolo, tornò alla vita con la consapevolezza che scrivere non significava solo raccontare o testimoniare, ma era un modo per continuare a esistere, oscillando tra la memoria del male e la possibilità di un nuovo inizio. Il protagonista (e alter ego dell’autore) di questi tre volumi, Armand, ha attraversato le rovine del dopoguerra, il fragile apprendistato dei sentimenti, e infine una conquista definitiva, il rifiuto della disperazione e l’accettazione di una vita che merita d’essere vissuta. Non nega il tormento, l’orrore e la morte, ma vuole scavalcarli, per rinascere, per ricominciare, la vita e l’amore come resistenza. Il reduce che ha dovuto iniziare da zero, imparando a vivere e scoprendo la possibilità di una vita emotiva, adesso vuol provare a essere artefice del proprio destino, come fuori dalle pagine scritte seppe fare Jean Cayrol: la sua storia personale è una rinascita dopo l’immenso trauma della Shoah, figura importante dell’editoria francese, seppe conquistarsi uno spazio importante come romanziere, sceneggiatore e poeta, anticipando sensibilità vicine al nouveau roman.

Non la memoria come polverosa retorica…

Ne Il fuoco che arde, Armand non è più un reduce, un sopravvissuto, ma è un uomo che vive e vuol trasformare la realtà, senza temere più il mondo; ne risente anche la scrittura, decisamente meno asettica rispetto ai primi due volumi. Armand impara ad amare perché ha bisogno di farlo, così sceglie, agisce, vive, incarna una resurrezione. Non dimentica il passato – pur non raccontando la violenza concentrazionaria, semmai tutto quel che venne dopo – ma lo mette alle spalle, con una buona dose di ottimismo. La memoria non deve essere polverosa retorica fine a se stessa, un vecchio monumento, ma va trasformata in un nuovo cammino. Il tempo restituisce un uomo alla vita, che resta umanamente fragile, ma che è un rischio da correre. E Armand lo corre, a più riprese, tornando in famiglia – ritrovandola squassata e decisamente disfunzionale – pagando un affitto alla madre per stare nella sua stanza, come l’ospite di una pensione, non disdegnando cattive compagnie, dedicandosi al contrabbando e all’amore (che finisce) per la sfrontata Lucette. Realista, sperimentalista, assolutamente immune alle mode, Jean Cayrol con i suoi tre volumi concepiti e scritti nella seconda metà degli anni Quaranta del Novecento, ha scritto una pietra miliare della letteratura francese e non solo.

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