“Afferrare il sole” è una raccolta di racconti di Michal Govrin, in cui la Shoah è un’eco lontana, che torna attraverso dettagli quasi impercettibili, un tempo sospeso e personaggi e storie in bilico fra identità e smarrimento
Un vuoto è stato colmato. La casa editrice Giuntina, con la complicità dell’agenzia letteraria Susanna Zevi, ha fatto conoscere anche ai lettori italiani una poliedrica autrice israeliana – in curriculum romanzi, racconti, poesia, saggi, opere teatrali – che oltre ad essersi affermata in patria ha lasciato il segno con le sue traduzioni in lingua anglofona, “benedetta” anche da Don DeLillo, con tanto di blurb sulla copertina. Nata nel 1950 Michal Govrin è una scrittrice che non ha vissuto la Shoah sulla propria pelle e che ha preferito scriverne come pressione sotterranea, come continua vibrazione, come fa in questo bellissimo e, a tratti enigmatico, libro che contiene quattro racconti: Afferrare il sole (131 pagine, 16 euro), tradotto in italiano da Rosanella Volponi. La memoria, le ferite della storia – ombre fatte di piccoli dettagli – e il tempo sospeso per metabolizzarle sembrano essere all’origine di queste raffinate storie brevi tra passato e presente, tra identità e smarrimento.
Un senso di precarietà sottile
Nel racconto eponimo della raccolta il protagonista è uno studioso a caccia di un antico siddur – una ricerca come inseguimento dell’irraggiungibile – un antico libro di preghiere, ormai introvabile ,e la storia si sviluppa con almeno un paio di racconti nel racconto. La storia che, invece, apre il volume, La Promenade, è un curatissimo affresco di un gruppo di ebrei in vacanza in una località costiera dell’Europa, dove è molto intensa l’aria salmastra e dove, tra passeggiate, tavolini di un caffè e spiaggia, si fanno i conti non con un antisemitismo esplicito, ma con una sospensione dei corpi e delle menti, con un senso di precarietà sottile, sotto la superficie. Pedalata serale, invece, è una delicata e densa istantanea, una passeggiata carica di memoria, anche solo con qualche riferimento quasi invisibile, per esempio il «luogo in cui un tempo sorgeva la sinagoga». Ne Gli Shabbat di Eliahu il tempo sacro del sabato si sospende, si dilata, si carica di significati che non appartengono solo alla tradizione religiosa ma anche alla memoria personale, con gesti che non sono solo esperienze intime, ma gesti universali.
Una scrittura visionaria
Sono racconti, quelli di Michal Govrin, che dialogano misteriosamente, che vibrano ognuno in relazione agli altri, che esplorano i modi di attraversare la memoria, di abitare corpi e luoghi, che portano addosso tracce che non si possono cancellare. Afferrare il sole è un libro che far venir voglia di conoscere meglio, e di più, quest’anima speciale che è l’autrice, la sua scrittura visionaria.
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