È un testo fondativo della produzione di Thomas Bernhard, “Amras”. Racconta di due fratelli rinchiusi in una torre, dopo il suicidio dei genitori. Un castello in rovina, luogo oscurato e deformato, metafora dell’Austria, che non riesce a confrontarsi con il passato e trasforma la famiglia in luogo di reclusione, la malattia in colpa
Dopo il suicidio dei nostri genitori siamo stati rinchiusi per due mesi e mezzo nella torre, emblema di Amras, sobborgo della nostra città, alla quale si accede soltanto attraverso l’ampio meleto che, salendo verso sud, conduce alla roccia primigenia e che anni fa apparteneva ancora a nostro padre. La torre, proprietà di nostro zio, in questi due mesi e mezzo, proteggendoci dagli attacchi degli uomini, nascondendoci e sottraendo ci agli sguardi del mondo che agisce e giudica sempre mosso dal male, è stata per noi un rifugio.
Quando Amras (104 pagine, 12 euro) apparve nel 1964 presso Otto Müller, la critica austriaca ne riconobbe immediatamente il valore.
L’Austria degli anni Sessanta
In Austria, negli anni Sessanta, cioè quando Thomas Bernhard fece capolino tra i nuovi scrittori, la letteratura stava ancora cercando di ridefinire la propria identità dopo l’ombra lunga del Terzo Reich: non più un’appendice della cultura tedesca, ma territorio autonomo. È in questo contesto che Amras – adesso riproposto da Adelphi, nella versione di Magda Olivetti – viene letto come un testo fondativo. La torre in cui i due fratelli vengono rinchiusi non è soltanto un luogo narrativo, molti la interpretano come un dispositivo simbolico, metafora della condizione austriaca. È un luogo oscurato, deformato, ridotto a fantasma di se stesso, l’Austria, come pure il castello di Ambras, nel Tirolo, un edificio legato alla dinastia asburgica, ribattezzato Amras da Thomas Bernhard: in questo romanzo breve è un residuo privo di qualsiasi aura monumentale, una torre ridotta a spazio di reclusione, luogo che impedisce la visione, che trasforma la verticalità in chiusura, il rifugio in prigione, paradosso architettonico che finisce per essere paradosso esistenziale. Il Tirolo, messo in scena da Bernhard, non è un luogo idilliaco, ma un territorio tossico e ostile, segnato da un clima che amplifica la sensazione di isolamento e da una natura che non offre alcuna forma di consolazione. La montagna, la neve, il gelo, la torre: la natura è un enigma, una forza oscura che riflette la condizione dei personaggi.
Malattia, colpa e destino
I due fratelli, K. e Walter, sopravvivono al suicidio dei genitori, ma la loro sopravvivenza non è una salvezza, bensì un prolungamento patologico della condanna. Soffre, in particolare, Walter, alle prese con una particolare epilessia tirolese, eredità materna. Anche la malattia può essere una metafora dell’Austria, che soffoca, che immobilizza, che trasforma la famiglia in un microcosmo di oppressione, in un luogo di rovina, un dispositivo che trasforma la malattia in colpa e la colpa in destino. La relazione tra i due fratelli è una simbiosi antagonistica, che nasce dalla loro reciproca avversione, ed è sia salvezza che condanna.
Frammenti e silenzi
Amras è un montaggio di materiali: lettere, appunti, frammenti, annotazioni. La forma frammentaria anticipa la grande stagione dei romanzi degli anni Settanta e Ottanta, non è ancora un vortice, ma una serie di scarti, di interruzioni, di silenzi. Del resto, in un mondo, come quello evocato da Thomas Bernhard, in cui la realtà è frammentata, in cui la genealogia è malata, in cui la famiglia è un luogo di rovina, non è più possibile raccontare una storia in modo tradizionale. E non è solo una questione di lingua, Amras contiene in forma embrionale molti dei temi che Bernhard svilupperà nella maturità: la lotta contro l’origine, la malattia come destino, la famiglia come rovina, l’Austria come luogo di soffocamento, che non riesce a confrontarsi con il proprio passato. La torre diventa così il simbolo di un paese che immobilizza. E la scrittura “nuova” di Bernhard diventa l’unica forma di resistenza.
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