Dopo il felice esordio di “Resta ancora un po’” (ne abbiamo scritto qui) nel 2020, torna da oggi in libreria Ghila Piattelli, con il nuovo romanzo, pubblicato ancora dalla casa editrice Giuntina, “Ovunque sia casa” (240 pagine, 18 euro). Ghila Piattelli, romana che vive in Israele, ha scritto un libro che racconta un condominio di Gerusalemme, un gruppo di amici, il destino di due donne e un mistero da risolvere. Per gentile concessione dell’autrice e dell’editore vi proponiamo un’anteprima, il passo del primo incontro tra l’ispettrice in pensione Nili Carmon, la protagonista, e Sivan Navon. Nili Carmon – che in questo brano parla in prima persona – è incaricata di indagare sulla morte di una paziente avvenuta ventiquattro anni prima in un ospedale psichiatrico, la vittima era la madre di Sivan Navon. Da quel momento, il passato che sembrava sepolto riemerge: i ricordi affiorano, i silenzi si incrinano, ma inizia un percorso che può portare Sivan ad affrontare il dolore. Buona lettura
Mentre cerco l’ingresso della scala dell’appartamento di Sivan Navon, una strana figura appare all’improvviso, immobile e semi nascosta da una siepe: una vecchia con una camicia da notte trasparente con i capelli bianchi lunghi e arruffati: «E tu chi sei?» mi fa. Presa alla sprovvista, rispondo d’impulso: «Ispettore di polizia Nili Carmon». Risposta idiota, primo perché non sono più nella polizia, secondo perché, come diceva sempre Arik, mai rivelare subito la propria identità ma indagare prima quella dell’interlocutore, questo ci dà sempre
qualche minuto di vantaggio.
La vecchia inarca il sopracciglio e poi farfuglia qualcosa che suona come una parolaccia in una lingua incomprensibile. L’ignoro, d’altronde che c’è da aspettarsi dagli abitanti di un condominio sorto a ridosso di un manicomio e che avranno respirato per anni i germi della pazzia? Gli deve essere entrata nel sangue. Procedo verso l’ingresso della scala C, il portone è aperto, salgo un piano di scale che mi porta davanti all’ingresso dell’appartamento di Sivan Navon, sulla porta c’è ancora una piccola targhetta di ottone scurita dal tempo: Famiglia Danguri. Suono il campanello.
Aspetto pazientemente che una donna di mezza età, segnata da un divorzio penoso, venga ad aprire. Esito a suonare di nuovo, intanto sento qualcuno che sale le scale a passi veloci. Alle mie spalle appare una donna alta, con una chioma mogano e un soprabito blu di buona fattura, questa roba in Israele la trovi soltanto nelle boutique di Tel Aviv e costa un occhio della testa.
«Buongiorno, è qui che abita Sivan Navon?» le domando.
«Sì» risponde la donna, poi abbassa lo sguardo e si mette a cercare qualcosa nella borsa. «Sono io Sivan Navon» dice mentre apre la porta dell’appartamento.
È già la seconda volta che vieni colta alla sprovvista questa mattina, ti stai arrugginendo ispettore. Non me l’aspettavo così elegante, ma soprattutto così bella. Mi fa accomodare in salotto e io mi ricordo dei pantaloni di lino lisi e stropicciati e cerco di lisciarli con le mani.
Mentre lei si toglie il soprabito, cerco di sistemarmi i capelli e quando finalmente si siede davanti a me, mi è chiaro: questa indagine inizia con un significativo vantaggio dell’indagata: è più bella, più elegante, è seduta su una sedia più alta rispetto al divanetto di velluto sul quale mi ha fatto accomodare e soprattutto io indosso dei ridicoli pantaloni di lino da pensionata e non la divisa blu della polizia con la stella a sei punte sul braccio che fa sempre una certa impressione. Infatti, è lei a parlare per prima.
«Ispettore Nili Carmon, mi ha detto al telefono… ispettore di cosa?».
«Di polizia. Ma in pensione».
«Capisco» e continua a fissarmi come se l’indagata fossi io.
«Signora Navon, sono qui per farle qualche domanda sulla morte di sua madre avvenuta nel 1974».
«Sull’incidente in ospedale?».
«Per il momento si tratta soltanto di un’indagine interna, non c’è di che preoccuparsi».
«Non sono preoccupata. Ma non capisco, che cosa c’è da indagare?».
«La cassa mutua a cui apparteneva l’Istituto per la salute mentale ha voluto aprire un’indagine» mento.
«Mi perdoni, ispettore, ma non capisco. Che cosa gliene importa oggi alla cassa mutua come è morta mia madre ventiquattro anni fa?».
«Vede signora Navon, ai tempi la faccenda è stata liquidata come uno sfortunato incidente, il personale dell’istituto è stato sottoposto soltanto a sanzioni per negligenza, ma oggi, in seguito a una causa di risarcimento milionaria vinta dai parenti di un paziente morto in un modo analogo, la direzione vuole indagare a fondo su questa storia per pararsi, come si suol dire».
Sivan Navon appare irritata, si liscia i capelli, poi abbozza un sorriso teso.
«In che modo posso esserle utile ispettore?».
«Suo padre è morto, suo fratello è espatriato, suo marito che allora non era ancora suo marito e, da quello che so, oggi non lo è più, si trova negli Stati Uniti. È rimasta soltanto lei da interrogare. E forse qualche vecchio condomino».
«Che cosa c’entrano i condomini?».
«È noto che questo edificio è stato in passato una specie di comune, tutti sapevano tutto di tutti…». (continua in libreria)
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