D. H. Lawrence, la distanza fra la libertà e le regole sociali

È una delle prime prove di D. H. Lawrence, “Il trasgressore”, che ha in forma embrionale alcuni suoi temi ricorrenti. Un marito vive una momentanea via di fuga con una donna più giovane, illudendosi di vivere una forma più autentica di esistenza. Vivono una vacanza proibita che è però fonte di delusione e, alla crisi personale, si aggiunge l’incompatibilità tra la libertà individuale e le responsabilità imposte dalla società

Il trasgressore è il secondo romanzo di D. H. Lawrence e, durante la lettura, ho avuto proprio l’impressione di trovarmi davanti a un’opera “di formazione” dell’autore stesso. In queste pagine, infatti, emergono già molti dei suoi temi e interessi ricorrenti, ma in una forma ancora in parte embrionale, meno rifinita rispetto ai romanzi successivi. Nonostante questo, o forse proprio per questo, l’opera risulta estremamente interessante, perché permette di osservare da vicino il processo di evoluzione della sua scrittura, che si svilupperà poi in forme più mature senza mai perdere completamente queste tensioni iniziali.

La coppia, luogo di tensione e rivelazione

Il romanzo affronta alcuni dei nuclei tematici fondamentali della narrativa lawrenciana, come il conflitto dell’uomo tra le convenzioni sociali e il desiderio di una vita vissuta in modo più autentico e libero, a cui si intreccia anche il tema della scoperta del sé, che avviene attraverso la relazione di coppia, non proprio come spazio di equilibrio, ma come luogo di tensione e rivelazione, in cui l’individuo è costretto a confrontarsi con le proprie contraddizioni più profonde. Il protagonista, Siegmund, è intrappolato in un matrimonio privo di amore e soffocante, e trova una momentanea via di fuga nell’incontro con Helena, una donna più giovane con cui intraprende una relazione. La parte centrale della narrazione si svolge durante una vacanza sull’Isola di Wight, che non è solo lo sfondo della vicenda, ma diventa anche uno spazio simbolico di sospensione dalla realtà quotidiana, in cui il protagonista può illudersi di vivere una forma diversa e più autentica di esistenza.

Città vs campagna

Lawrence, come altri autori modernisti, scrive in un’epoca di passaggio e di crisi, tra la fine dell’età vittoriana e l’inizio della modernità novecentesca. È un momento storico in cui l’identità individuale e sociale appare instabile, e questa instabilità si riflette nelle sue opere. Anche la città, in particolare Londra, diventa simbolo di questo cambiamento. Non è un caso che un tema simile ricorra in altri autori a lui contemporanei, come E. M. Forster, dove in Casa Howard lo spazio urbano assume un significato complesso legato alla trasformazione dell’Inghilterra, oppure Virginia Woolf, in cui l’esperienza cittadina si carica di significati ambivalenti, insieme vitali e alienanti. In Lawrence, però, la contrapposizione tra città e campagna assume una funzione ancora più radicale: la natura diventa una possibile via di fuga non solo dalla modernità in senso storico, ma anche dai codici rigidi della società puritana e borghese. L’ambiente naturale si configura quasi come un ritorno a una condizione originaria, “primordiale”, in cui l’individuo può finalmente conoscersi e riscoprirsi attraverso un contatto più diretto e libero con le proprie pulsioni e con il mondo.

Un percorso psichico oltre che geografico

Nel romanzo in questione, la natura occupa un ruolo centrale, le descrizioni del paesaggio sono intense e suggestive, e non hanno mai una funzione puramente decorativa, ma rappresentano lo stato interiore dei personaggi. Questo è sicuramento uno degli aspetti che più ammiro della scrittura di Lawrence, già evidente anche in opere successive come L’amante di Lady Chatterley o Donne innamorate, dove il paesaggio naturale diventa quasi una proiezione emotiva e psicologica. Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente è proprio questa connessione e fusione tra individuo e ambiente esterno, come se il mondo naturale diventasse il linguaggio stesso attraverso cui si esprime la coscienza dei personaggi. Questa dinamica emerge con particolare evidenza nell’ambientazione del romanzo, che, come già accennato, si svolge su un’isola, circondata dall’immensità del mare, e quindi capace di riflettere e amplificare ogni impulso interiore. È inevitabile pensare alle letture simboliche di Jung, secondo cui il mare rappresenta l’inconscio, uno spazio profondo in cui l’identità non è stabile ma continuamente esposta a trasformazioni. L’immersione in questo inconscio è resa simbolicamente attraverso i ripetuti episodi di nuoto solitario, soprattutto di Sigmund. Il viaggio di Siegmund può allora essere letto come un percorso psichico oltre che geografico e in termini di convenzioni letterarie, si configura come un vero e proprio viaggio nell’inconscio, che può condurre tanto all’accettazione di sé quanto al suo rifiuto. In D. H. Lawrence, il mare contiene in sé questa duplice possibilità: da un lato il rinnovamento e la rinascita, dall’altro il fallimento e la dissoluzione. La sua condizione è infatti già segnata da una profonda frattura interiore, poiché vive in conflitto tra i suoi doveri sociali — come marito, padre e uomo borghese — e il desiderio di una vita più autentica e libera. Il suo sé appare quindi fin dall’inizio diviso e instabile.

Il “tradimento” del mare

Tra le varie scene del romanzo di D. H. Lawrence, una mi ha colpito in modo particolare. Si tratta di una scena che a prima vista potrebbe sembrare senza importanza, ma che in realtà è capace di rivelare in poche righe la complessità psicologica di Siegmund. Inizialmente Siegmund vive il contatto con il mare come una consolazione: si sente accolto, parte di qualcosa, finalmente libero. Il mare gli appare come un amico, una presenza di cui fidarsi — “è delizioso giocare anche quando si è adulti, e il mare è un ottimo compagno”, pensa Sigmund. A un certo punto però, mentre nuota, urta contro una roccia e si ferisce. Questo evento improvviso spezza la illusione di armonia, poiché ciò che prima appariva accogliente si rivela anche capace di ferire. Siegmund ne è profondamente scosso, come se il mare lo avesse tradito. È proprio in questo momento che emerge una nuova consapevolezza di sé. Se il suo percorso poteva condurre tanto all’accettazione quanto al rifiuto, questo episodio segna una svolta: è la rottura dell’illusione di una fusione pacifica con la natura e l’inizio di una caduta più problematica e dolorosa.

Una realtà che sfugge

Questa stessa dinamica di illusione e disillusione si riflette anche nella relazione con Helena. La vacanza proibita che i due condividono, infatti, non riesce a soddisfare i desideri di Siegmund, perché non è come l’aveva immaginata. Dunque, a questa frattura interiore si aggiunge proprio la delusione legata a Helena, il cui distacco e la cui autosufficienza non riescono a completarlo. L’esperienza di Helena, infatti, è diversa da quella di Sigmund. Mentre Siegmund percepisce il mare come un compagno, quasi una presenza con cui entrare in relazione, Helena ne coglie invece l’autonomia: «Il mare giocava da solo, assorto nel proprio gioco. Il suo distacco, la sua autosufficienza, sono il suo grande fascino». Non a caso, Helena finisce per identificarsi con questa immagine: lei è, come il mare, autosufficiente e indifferente al resto. Proprio questa sua indipendenza, il fatto di “bastare a sé stessa”, è ciò che più destabilizza Siegmund. Se inizialmente egli cercava nel mare e nella relazione con Helena una forma di fusione e di riconoscimento, si trova invece di fronte a una realtà che sfugge a ogni bisogno di reciprocità. In questo senso, Helena rappresenta il prolungamento umano di quella stessa forza ambivalente incarnata dal mare, affascinante, ma inaccessibile, e quindi inevitabilmente fonte di inquietudine e frustrazione.

Il ritorno degli amanti

A questa dimensione di fusione tra individuo e natura si contrappone, in modo altrettanto significativo, la parte finale del romanzo, quando i due amanti fanno ritorno a Londra. Terminata la sospensione idilliaca della vacanza, il rientro è segnato da immagini di dissociazione e progressivo distacco emotivo, come se l’esperienza vissuta non potesse più essere ricomposta. Siegmund era riuscito a trovare una forma di libertà nella natura, lontano dalla città e dai suoi doveri, ma il pensiero della sua vita reale continuava a perseguitarlo: «come l’ape mi sono inebriato alla vista di tanta gioia […] e ora non troverò più un punto dove posarmi». Questa immagine esprime la sua impossibilità di trovare un equilibrio tra le diverse dimensioni della sua esistenza. Quando il romanzo si sposta verso la città, l’armonia precedente si spezza e i significati cambiano radicalmente. Se la natura è il luogo della dissoluzione dei confini e della possibilità di una fusione vitale, la dimensione cittadina si carica invece di valori opposti, diventando lo spazio della costrizione, delle norme sociali e della separazione.

Un ritorno alla concretezza

Il capitolo conclusivo, che descrive il ritorno alla vita cittadina, rappresenta uno dei momenti più riusciti del romanzo. Se per gran parte dell’opera Lawrence costruisce la narrazione attraverso una profonda penetrazione nella psiche dei personaggi — con un continuo passaggio dai pensieri di Siegmund a quelli di Helena — nella parte finale si assiste invece a un netto cambiamento stilistico. La scrittura diventa più sobria, oggettiva, descrittiva, meno immersa nel flusso dell’introspezione e più attenta alla realtà esterna. Questo mutamento, questo passaggio a uno stile più ‘tradizionale’ non è casuale, ma riflette il passaggio da una dimensione interiore a un ritorno forzato alla concretezza del mondo sociale. La descrizione della città, con i suoi movimenti notturni e la sua vitalità anonima, finisce per accentuare l’estraneità dei personaggi. Londra appare come uno spazio indifferente, che continua a vivere indipendentemente da loro, rafforzando in Siegmund un profondo senso di esclusione. A questa crisi interiore si intreccia anche un dilemma etico fondamentale, che nasce dall’incompatibilità tra la libertà individuale — legata al desiderio e all’autenticità — e le responsabilità morali imposte dalla società. Il viaggio nell’inconscio non porta solo alla scoperta di sé, ma mette in luce una frattura insanabile tra le diverse identità del protagonista.

Un fallimento inevitabile

Siegmund è diviso tra il ruolo di marito e quello di amante: nel primo caso è vincolato agli obblighi morali e alla fedeltà; nel secondo sperimenta una maggiore libertà emotiva, ma al prezzo della condanna sociale. Qualunque scelta implica una perdita. A questo si aggiunge il conflitto tra padre e amante. Come padre dovrebbe garantire presenza e cura, ma il suo rapporto con i figli è già segnato da una distanza emotiva. La relazione extraconiugale aggrava questa frattura, configurandosi come una fuga dalle responsabilità che alimenta senso di colpa e risentimento, e mette in luce il suo egoismo. In questo senso, la discesa nell’inconscio — simboleggiata dal mare — non è soltanto un’esperienza di rivelazione, ma anche il luogo in cui emergono tutte le contraddizioni morali dell’individuo moderno. La frammentazione del sé di Siegmund non è quindi solo psicologica, ma anche etica e sociale, e contribuisce a rendere inevitabile il suo fallimento.

In definitiva, il romanzo di D. H. Lawrence, pur nella sua apparente semplicità, riesce a esplorare con grande profondità alcuni nuclei fondamentali della modernità: il conflitto tra individuo e società, il rapporto con il tempo, e la tensione tra natura e cultura. È proprio questa densità, insieme alla forte componente emotiva e simbolica, a renderlo un’opera significativa all’interno del percorso di Lawrence.

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