Angelica Grivel Serra, formazione e deformazione di una famiglia

Il magma incandescente dei rapporti familiari in un romanzo maturo e dal lessico ricercato, “L’anello debole” della sarda Angelica Grivel Serra. Una donna muore e lascia al fratello prediletto un’eredità che finisce per essere non solo economica, ma di colpe e affetti irrisolti. La famiglia che emerge non è un’istituzione, ma un organismo vivo dalle dinamiche incandescenti…

Una giovane donna che indaga il mondo attraverso la scrittura, l’urgenza di crescere, la complessità dei legami umani, della loro capacità di ferire e di salvare. Angelica Grivel Serra (qui un suo video per il nostro sito) aveva esordito appena ventenne, per Mondadori, con un romanzo, L’estate della mia rivoluzione, che non lasciava indifferenti. A cinque anni di distanza dal debutto – storia di crescita, di scoperta, di ribellione – è tornata in libreria sorprendendo per maturità, lessico ricercato e imbastitura di un’architettura romanzesca complessa. Se nell’esordio raccontava la formazione di un’identità individuale, con l’opera seconda Angelica Grivel Serra affronta la formazione – o la deformazione – di un’intera famiglia, spostando la lente dall’io al noi, dal tumulto interiore di un’adolescente al magma incandescente dei rapporti familiari.

Silenzi e dettagli, non melodramma

In una stanza al secondo piano dell’ala ponente dell’hospice, Piera Raccis stava per morire. Intanto, fuori dalla finestra socchiusa, il cielo fresco di un pomeriggio sfolgorante di fine marzo elargiva promessa di una trionfale trama primaverile.

Con L’anello debole (496 pagine, 20 euro) – questo il titolo del suo secondo lavoro, stavolta pubblicato da Harper Collins – la sarda Angelica Grivel Serra – sospesa tra la nascita a Cagliari e le origini materne in Ogliastra, laureata in filosofia – compie un passo deciso verso una narrativa più corale, e probabilmente più “rischiosa”. Piera Raccis muore in un hospice, lasciando al fratello prediletto, Claudio, un’eredità che non è solo materiale: è un’eredità di colpa, di omissioni, di affetti irrisolti, una morte che spalanca una voragine, Claudio, uomo apparentemente solido, si ritrova improvvisamente esposto. La famiglia d’origine reclama, pretende, rivendica. La famiglia che ha costruito – la moglie Cecilia, i figli Amanda e Rocco – osserva incrinarsi la figura che credeva stabile. L’eredità diventa un detonatore: non perché sia particolarmente preziosa, ma perché costringe tutti a guardare ciò che non volevano vedere. Non c’è spazio per il melodramma, semmai per dettagli, silenzi e vibrazioni emotive attraverso i gesti quotidiani.

Le nuove leve sarde

La Sardegna che fa da sfondo alla vicenda narrata è un territorio ruvido, magnetico, dove il reale e il simbolico convivono senza scontrarsi. Dopo i monumenti della letteratura sarda (Deledda e Satta, Atzeni e Angioni), e dopo gli ormai affermati Niffoi, Fois, Agus e Soriga, è il tempo di alcuni giovani leoni, Giovanni Gusai, Matteo Porru, Ilenia Zedda, Vanni Lai e, appunto, Angelica Grivel Serra. Con una Sardegna ancestrale ma… non troppo. L’autrice de L’anello debole ha scelto la famiglia come cuore del romanzo: non un’istituzione astratta, ma un organismo vivente, fragile, imprevedibile, di cui registra pulsazioni, febbri, cicatrici. Ogni personaggio è un nervo scoperto, uno sorprendente sarà un quasi centenario. La famiglia d’origine di Claudio è un microcosmo di rancori sedimentati. L’eredità di Piera Raccis diventa il pretesto per riportare in superficie ferite mai rimarginate, il passato continua a vivere nel presente.

Una fragilità apparente

Nel romanzo la fragilità non è mai un difetto, semmai è un luogo di rivelazione. Angelica Grivel Serra – metafore ricercate, scrittura elegante – mostra di avere una visione profondamente contemporanea della famiglia, lontana da ogni idealizzazione, fra vulnerabilità e avidità. Introdotta agli ambienti letterari dalla conterranea Michela Murgia – che nel suo ampio orizzonte familiare la considerava fill’e anima, “figlia d’anima” –  la giovane autrice gioca in qualche modo con il titolo (L’anello debole), che non deve trarre in inganno, si tratta di fragilità apparente. Il risultato è un romanzo più maturo, complesso e ambizioso, in cui c’è spazio anche per lirismo e ironia.

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