Il corpo femminile che muta e un’età in cui l’attrazione si alterna alla paura sono protagonisti di “Archeologia cromatica” di Gianfranco Cefali. Un fiume di pensieri e due adolescenti che si rifugiano sul tetto della palazzina di periferia in cui vivono, da lì sognano di vedere il mare, altrove concreto, capace forse di incrinare l’orizzonte chiuso in cui sono cresciute
Claudia e Anna sono due adolescenti legate da un rapporto che sfugge a definizioni semplici. Un tempo si sarebbe parlato di “amicizia del cuore”, ma qui siamo forse oltre: il loro legame è una forma di riconoscimento reciproco, quasi speculare, in cui ciascuna esiste pienamente solo nello sguardo e, aggiungo, nelle braccia dell’altra.
Sono solite rifugiarsi sul tetto della palazzina in cui vivono, in una periferia immobile ma compressa, dove il mondo degli adulti incombe malgrado l’assenza. Da lassù, sempre insieme, sospese tra cielo e cemento, si costruiscono storie, vite impossibili, mondi irraggiungibili.
Claudia accese una sigaretta, il fumo saliva piano, la voce si arrocava e calda usciva insieme agli sbuffi grigi, pochi tiri e passò la sigaretta ad Anna, che tirando lungamente, fece risplendere di rosso un punto infinito nel mondo.
Una guida ambigua
È da questo spazio liminale che nasce il desiderio di vedere il mare davvero, non più immaginato, evocato o raccontato, ma vissuto. Un altrove concreto, tangibile, capace forse di incrinare l’orizzonte chiuso in cui sono cresciute. Un altrove, però, il cui accesso presuppone un’esperienza che loro non hanno mai vissuto.
In questo passaggio di Archeologia cromatica (All’amata me stessa) (208 pagine, 18 euro) di Gianfranco Cefali, Qed edizioni, si inserisce una terza figura: una ragazza più grande, presenza magnetica e opaca, che introduce una possibilità di scarto. Diventa una guida ambigua verso una soglia incerta – quella in cui l’infanzia si dissolve e l’età adulta prende forma – ma non come conquista, bensì come perdita e trasformazione.
Una voce fuori campo
Pochi dialoghi, nessun capitolo che conceda una pausa, un fiume di pensieri e riflessioni, dove i narratori, anzi, le narratrici si alternano per poi confluire in una voce fuori campo che, come una sceneggiatura stanca, ne riferisce i movimenti. Il lettore è chiamato a scegliere se immergersi completamente nel testo, trovando da sé il ritmo della lettura, decidendo quando e se riemergere.
Il libro di Gianfranco Cefali esplora questa terra di mezzo che esiste tra la giovinezza e l’età adulta, la terra dove l’attrazione si alterna alla paura, la paura dell’ignoto, sospesa tra innocenza e consapevolezza, tra attrazione e rischio. Il testo mette al centro un’esperienza profondamente femminile: il corpo che muta, la percezione di sé che si ridefinisce, e la necessità, spesso improvvisa, di dover affrontare questa vita che ci è dato vivere, con tutte le sue incognite, i suoi dolori e la certezza, infine, che chi ci troveremo davanti allo specchio sarà la prova tangibile che il cambiamento è sempre un punto di non ritorno.
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Recensione impeccabile! 😍
grazie dell’attezione