Un delitto con relative indagini, certo, ma soprattutto l’introspezione dei personaggi principali, nel giallo “L’odore del sonno” di Simona Cantelmi, che cela probabilmente se stessa dietro Anna, una dei protagonisti. Tra eventi che rimandano a un passato che sembrava superato e una ricerca conoscitiva che è un sapere dell’anima…
Un romanzo costruito intorno al concetto di paura. Ecco cosa rappresenta per il lettore L’odore del sonno (204 pagine, 16 euro) di Simona Cantelmi, Les Flâneurs edizioni. Un romanzo giallo che rivela molti tratti psicologici e intimistici. Una storia che fa riflettere non solo per il delitto e le relative indagini, ma soprattutto per le sfumature introspettive che l’autrice ha costruito intorno ai personaggi principali, in primis Anna, vera grande protagonista del libro. L’unico personaggio a parlare in prima persona.
I picchi del pathos
Una scelta stilistica che aiuta a entrare in empatia con il personaggio di Anna, una figura ambivalente: da un lato molto introversa e silenziosa e dall’altro si pone innumerevoli domande che, in diversi punti, rappresentano proprio lo slancio alla vicenda. A tratti, sembra di entrare nella sua testa, ascoltare i suoi pensieri, percepire le sue emozioni, le sue paure. Nei passaggi in cui Simona Cantelmi abbandona la terza persona e lascia parlare Anna in prima, sembra proprio un dialogo stretto con il lettore. Il pathos ha in questi momenti dei picchi notevoli.
Ogni atto conoscitivo e di ricerca dell’uomo nei confronti del reale ha la sua radice in una istanza che, per così dire, si impone all’io dal proprio profondo: «L’uomo è un essere che patisce la propria trascendenza». Una ricerca conoscitiva che è un “sapere dell’anima” e diventa una scrittura filosofica. Una rivelazione. Come il racconto che scaturisce dalle parole di Anna il cui parlare sembra provenire da un’altra dimensione, da un sentire profondo che la stessa donna riesce con fatica a intendere e interpretare.
Ricerca e tensione emotiva
La storia raccontata da Simona Cantelmi non è per certo un racconto autobiografico in senso stretto, anche l’ambientazione è inventata: un piccolo paese in provincia di Bologna che non si trova nelle cartine geografiche ma che racchiude in sé molti aspetti reali o realistici e che aiuta l’autrice a raccontare comunque la sua città. Eppure traspare dal narrato la volontà di Cantelmi di raccontare sé stessa, attraverso il racconto di Anna.
A volte, pensando alla scrittura autobiografica si immagina un qualcosa volto al rafforzamento della propria identità e di un’ostentata autocelebrazione. Il racconto autobiografico ha invece la misteriosa efficacia di apportare degli anticorpi in grado di contrastare i sintomi di questa malattia di sovradimensionamento dell’io che, pur avendo una causa immaginaria, produce effetti di realtà. Quindi è pur vero che nella pratica autobiografica il soggetto, autocomprendendosi, si costituisce, ma con un esito diverso dall’appropriazione di sé. La verità a cui si perviene al termine del racconto di sé, che ha il suo inizio nella certezza di esistere, è che il proprio è inappropriabile. Sembra essere esattamente ciò che è accaduto a Simona Cantelmi laddove ha iniziato o pensato di scrivere di sé stessa per ritrovarsi poi con la consapevolezza del non potersi pienamente appropriare di ciò nella scrittura che diventa allora ricerca e tensione emotiva.
Il mondo antico raffigurava la Paura come una divinità, fisicamente rappresentata con i capelli dritti (anche oggi diciamo che i capelli si drizzano per la paura), la bocca aperta, gli occhi spalancati e spaventati. I versi tra i più famosi della Commedia dantesca ricordano il pensiero dell’autore che rimanda proprio alla paura: «Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte, che nel pensier rinnova la paura!» (Inf., | 1-6). La selva oscura, lo smarrimento di un cammino conosciuto, la presenza delle tre fiere sono elementi minacciosi che concretizzano ciò che Dante pellegrino non conosce e che teme. L’ignoto.
Angoscia e paura
Cantelmi invece nel suo romanzo racconta di una paura a tratti differente perché ingenerata da un qualcosa che, se non è proprio noto, è quantomeno ipotizzato o temuto.
Si può affermare comunque, in generale, che l’uomo prova paura o angoscia in situazioni in cui è difficile capire e trovare delle soluzioni. La paura è l’aspetto attualizzato dell’angoscia, i loro antonimi sono la speranza e la sicurezza. L’angoscia e la paura sono spesso la causa delle strutture isosemiche che fanno sorgere un certo tema ma non lo costituiscono. Ed è esattamente questo il modo in cui vengono utilizzate da Simona Cantelmi ne L’odore del sonno. Una angoscia e una paura afferenti in particolare alla protagonista.
La paura e l’angoscia possono avere anche un’origine sociale, nel senso di un timore di sbagliare oppure derivare da un contesto violento e aggressivo. L’autrice si sofferma su tematiche sensibili quali gli abusi, le violenze, la microcriminalità, in particolare quella giovanile. Accadimenti che si intrecciano con il vissuto di Anna e Jack e rimandano a un passato che sembrava superato e dimenticato. Attraverso le visioni Anna rivive il tutto dapprima nella sua mente e poi nella concretezza del reale.
L’odore del sonno è un noir nel quale il lato oscuro dell’animo umano viene indagato a fondo e non solo per il fine dell’indagine sul delitto. Una ricerca sull’essere dei protagonisti che incontra più volte i luoghi del loro vissuto nonché i ricordi dettagliati di strade, angoli, piazze di una città, Bologna, che per certo vive anche nell’animo della stessa autrice.
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