Irregolari, imprevedibili e imperfette sono le storie di “Occhi foresta”, della peruviana Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez, cresciuta in Italia. Un libro che mescola genealogia familiare, memoria orale e realismo magico latinoamericano, e che dissotterra storie intime che diventano universali
Piccolo, colorato di un rosa antico, come la storia che custodisce, Occhi foresta è un canto malinconico e commosso, che sa di terra e sole, di calore umano e favole raccontate al buio.
La voce di Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez è ricca di melodia anche quando narra il dolore e la fatica, quella della nonna Adela, così come risuona di un incanto prezioso il racconto del nonno huaquero, il cui scopo è sempre stato mantenere immortale la memoria precoloniale.
Subalternità
Il racconto è profondamente legato alle radici andine e peruviane della famiglia dell’autrice. Nel tentativo di comprendere la propria subalternità e la propria identità di donna migrante, Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez ripercorre le vie tortuose dei suoi antenati, riscoprendo i colori nascosti nelle inflessioni della lingua, le trame silenziose riflesse nei capelli, il peso e la bellezza dell’appartenenza.
Un aroma più di ogni altro mi ricorda il paesaggio delle mie Ande: il profumo della terra baciata dalla rugiada. Di questo profuma la mia subalternità.
Nata nelle Ande settentrionali del Perù nel 1991, Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez si trasferisce a Torino all’età di otto anni per raggiungere la madre emigrata in Italia anni prima. Dopo gli studi in Storia dell’Arte e Antropologia culturale, torna in Perù, dove ritrova la nonna Adela e la sua inesauribile voglia di raccontare. Ed è proprio da questa voce antica e luminosa che prende forma Occhi foresta (152 pagine, 16 euro), edito da Capovolte: un libro che intreccia genealogia familiare, memoria orale e realismo magico latinoamericano.
La voce della nonna si fa guida e tramite per la nipote, giovane donna con un’identità ancora in elaborazione, che attraversa le storie delle Ande e della foresta amazzonica come si attraversa un sogno. Tra ricordi di bambine che parlavano con i duendes, dolori mai sopiti, ribellioni silenziose e desideri custoditi nel tempo, Adela restituisce alla nipote un passato fatto di colori, di ferite e di resistenza.
Tieni stretti quei ricordi mihija, perché tra le parole di quelle storie brillano le risposte a tutte le cose che non capisci del mondo.
Scavo emotivo
Lilibell si fa allora huaquera, scavatrice di memoria, proprio come il nonno Octavio scavava la terra alla ricerca di manufatti preispanici. Ma qui ciò che viene dissotterrato non sono soltanto oggetti: sono identità sommerse, voci dimenticate, eredità ancestrali.
Nello scavo emotivo e patrimoniale della sua famiglia, l’autrice compie una sorta di magia: dissotterra una storia intima e familiare che diventa, pagina dopo pagina, universale. Ne emerge un esempio potente di resilienza femminile, di tenacia, di voci intimamente connesse alla terra e alle regole segrete della convivenza con la natura e con la parte più nascosta e autentica di noi stessi.
La storia di Adela, donna che sembra avere sempre le parole giuste, attraversa strade impervie pur di restare fedele alla propria essenza, contro il pensiero comune, contro le aspettative, talvolta persino contro se stessa. Ed è forse proprio questa autenticità a rendere il racconto così umano e condivisibile.
Adela fugge per sposare un amore che si rivelerà doloroso e mai davvero corrisposto; mette al mondo figli cercati, amati, custoditi. E mostra quanto coraggio serva per rinascere, per rivoluzionare i propri pensieri e i propri gesti, quanto feroce desiderio di vita occorra per crescere da sola una famiglia che trova nella natura e nell’apprendimento la propria verità.
Sussurri di forze invisibili
Accanto a lei si muovono figure che sembrano appartenere contemporaneamente alla realtà e al mito: la curandera, la voce sottile di Suspiro, i sussurri delle forze invisibili che abitano la terra andina. Tutto convive con naturalezza, senza mai forzare il confine tra reale e spirituale.
Il profumo della terra andina, così diverso dai territori che siamo abituati a percorrere, attraversa l’intero libro: intenso, umido, fertile. Luoghi in cui perfino la parola Indios conserva il suono di un incantesimo antico.
Le linee che tracciano queste storie non sono mai rette, ma irregolari e imprevedibili, come solo la vita sa essere. Ed è proprio questa imperfezione a renderle vere. Imperfetta come l’accento dell’autrice, imperfetta come la strada che scegliamo di percorrere, come i desideri e i sogni che ci ostiniamo a custodire.
Sottobosco simbolico
Sottile come un filo di filigrana, il realismo magico, così profondamente radicato nella sensibilità narrativa latinoamericana, impreziosisce il racconto senza mai sovrastarlo, lasciando intravedere a tratti il proprio scintillio.
Nei sogni i vivi muoiono e i morti resuscitano. Sognare l’aiuta a capire cosa fare e cosa non fare quando è in difficoltà.
Nel sottobosco simbolico di questa piccola storia vivono radici forti e tenaci, capaci di tenere insieme inclusività, appartenenza, orgoglio e diversità. Nasce così una foresta dall’identità unica e preziosa, proprio come ogni essere umano. Una foresta fatta di storie che attraversano le latitudini e riescono a parlare a chiunque, ovunque si trovi.
Mi hai conosciuto germoglio, ora sono diventata foresta.
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