La storia di un amore fragile, una bambina che, osservando i propri genitori, impara a sopravvivere. Una prosa essenziale, quasi pudica, nessun compiacimento, nessuna retorica, nessuna idealizzazione. Nella Messina degli anni Settanta – anni di fascinazione per la rivoluzione e di militanza – Nadia Terranova ha ambientato il romanzo d’esordio, “Gli anni al contrario”, che torna in una nuova edizione: in quella voce e nelle sue pagine c’erano già molti temi delle opere successive
Un romanzo che ci parla ancora, forse più di prima. Un libro di debutto attraverso cui i lettori hanno scoperto, nel 2015, una voce nuova. L’esordio di Nadia Terranova, che pure aveva già pubblicato alcuni testi per giovanissimi lettori, capace di conquistare uno spazio, arricchito negli anni successivo, consolidato. Asciutto, preciso, capace di raccontare una storia privata senza indulgere né al sentimentalismo né alla retorica politica, Gli anni al contrario (160 pagine, 14 euro) è un romanzo rinato, grazie a Guanda, nuova casa editrice che pubblica Nadia Terranova: un’opera con cui la scrittrice messinese aveva già individuato il suo territorio, la memoria come materia narrativa, la famiglia come luogo di frattura, la provincia come spazio in cui la Storia arriva filtrata, distorta, forse per questo più vera; temi che dialogano con autori e autrici di respiro internazionale, che trasformano la materia personale e familiare in un dispositivo narrativo potentissimo. La nuova edizione non è un semplice recupero editoriale: è un gesto di ricollocazione, un modo per mostrare come quella “prima volta” contenga in nuce i temi che avrebbero attraversato i successivi romanzi: Addio fantasmi (ne abbiamo scritto qui), Trema la notte (ne abbiamo scritto qui) e Quello che so di te (ne abbiamo scritto qui e qui).
Urgenza di emanciparsi
Nadia Terranova ambienta il romanzo nella sua città natale, Messina, senza farne mai un fondale pittoresco. La città appare come un luogo di passaggio, una soglia tra due mari e due destini, e ancora segnato da una modernità incompiuta. È una provincia che non ha il respiro politico delle grandi città, ma che vive comunque le tensioni degli anni Settanta: la militanza, le assemblee, la fascinazione per la rivoluzione, la deriva della droga. In questa cornice si muovono Aurora e Giovanni, due studenti di filosofia che si incontrano nel 1977 e si riconoscono nella stessa urgenza di emancipazione. Lei vuole liberarsi dall’educazione cattolica e dal padre autoritario; lui cerca nella politica un’identità che lo sottragga alla mediocrità familiare. Messina, per entrambi, è un luogo in cui i sogni si consumano più in fretta, dove la distanza dai centri della Storia rende tutto più difficile.
Fondamenta fragili
Aurora e Giovanni appartengono a quella generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo e si è ritrovata a fare i conti con la propria inadeguatezza. Si innamorano, si sposano, aspettano una figlia: tutto accade in fretta, come se la vita adulta fosse un traguardo da raggiungere prima possibile. Ma la velocità con cui bruciano le tappe rivela presto la fragilità delle fondamenta su cui hanno costruito il loro futuro. Nadia Terranova racconta questa corsa verso l’età adulta con una scrittura che non giudica e non assolve. La sua prosa è essenziale, quasi pudica, e proprio per questo capace di restituire la tensione di un’epoca in cui la politica era promessa e minaccia, speranza e illusione. La generazione del ’77, che sognava di rovesciare il mondo, si ritrova qui nella sua versione più quotidiana: non gli eroi delle piazze, ma i ragazzi che hanno creduto di poter essere adulti senza sapere come si diventa tali. Il cuore del romanzo è la relazione tra Aurora e Giovanni, una relazione che si incrina non per mancanza d’amore, ma per mancanza di linguaggio comune. Terranova costruisce la loro distanza attraverso dettagli minimi, parole condivise che però non coincidono nei loro significati, gesti che non trovano risposta. La nascita di Mara, invece di consolidare la coppia, ne rivela le crepe. Aurora si assume il peso della quotidianità, studia, lavora, cresce la bambina. Giovanni, incapace di trovare un posto nel mondo, si rifugia prima nella militanza politica, poi nella droga. La sua deriva non è spettacolare né eroica: è un lento scivolare fuori dalla vita. Terranova non trasforma Giovanni in un colpevole né Aurora in una vittima: entrambi sono personaggi tridimensionali, contraddittori, umani. La loro incapacità di comunicare diventa il vero motore della storia, più della politica, più della Storia, più della provincia che li circonda.
Provare a diventare adulti
Gli anni Settanta e Ottanta attraversano il romanzo come un rumore di fondo: il terrorismo, le manifestazioni, le comunità di recupero, l’Aids. Ma Nadia Terranova non fa della Storia un palcoscenico: la lascia filtrare nelle vite dei personaggi come un vento che scompiglia senza mai travolgere del tutto. La grande politica resta lontana, eppure incide. Giovanni sogna la rivoluzione ma non trova il modo di parteciparvi; Aurora osserva da lontano, consapevole che la vita reale – bollette, affitti, responsabilità – non concede sconti. Nel finale, la figura di Mara emerge come il vero punto di equilibrio del romanzo. È lei, paradossalmente la più giovane, a possedere lo sguardo più lucido. Attraverso di lei Nadia Terranova introduce il tema della memoria, che diventerà centrale nella sua opera successiva. Mara è la testimone che raccoglie ciò che resta, che trasforma il dolore in racconto. È in questo passaggio che il romanzo rivela la sua natura più profonda: Gli anni al contrario non è solo la storia di una coppia che fallisce, ma il tentativo di dare forma a un’eredità emotiva, di comprendere da dove viene una generazione e perché ha smarrito la strada; è un romanzo breve ma densissimo, la sua forza sta nella misura: nessun compiacimento, nessuna retorica, nessuna idealizzazione. Solo la storia di due ragazzi che hanno provato a diventare adulti e non ci sono riusciti, e di una bambina che, osservandoli, impara a sopravvivere.
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