Tanta autenticità partenopea, scansando bozzetti e macchiette in Giùnapoli di Silvio Perrella, riproposto a dieci anni dalla prima edizione, con una prefazione di Antonio Franchini. Soliloquio e flusso di memoria tra aneddoti, ricordi e conversazioni con colleghi e amici, portano nel cuore di Napoli…
La prima volta che accolsi l’invito di Silvio Perrella ad inoltrarmi Giùnapoli attraverso le pagine del suo racconto, era il gennaio 2007 e vivevo in Turchia. Neri Pozza aveva pubblicato il libro nel maggio 2006. Quando quell’anno ero tornata in Italia per il Natale, adocchiatolo in libreria mentre sceglievo i testi da riportare con me al rientro, lo reputai imprescindibile, al pari del pacco di sale grosso, del chilo di “pasta mista”, delle mozzarelle e “dei fasci di friarielli” senza i quali non avrei mai lasciato Napoli. Ricordo poco e niente della valutazione che ne feci allora. Lo lessi “sentimentalmente” attraverso il filtro del cuore di una “expat”. Ho memoria solo del ribollio della mia malinconia.
«Ne bis in idem», recita il brocardo, sintetizzando il divieto di giudicare due volte per uno stesso fatto. Nel mio caso, il non cavare dalla mente il benché minimo straccio di opinione formulata allora, mi ha consentito di eludere, per mancanza di un verdetto, la prescrizione giuridica. Non solo. L’ essere frattanto ritornata a vivere in città, mi ha dato un’ulteriore spinta, poiché il fatto cambia il mio asse prospettico. Pertanto, forte di una curiosità rigeneratasi nel tempo con maggior determinazione, eccomi qui, venti anni dopo, al secondo appuntamento con Giùnapoli (208 pagine, 18 euro), recentemente riproposto dallo stesso editore con una prefazione di Antonio Franchini.
L’io e la proprietà su Napoli
Una volta, un amico simpaticamente mi eccepì: – «Tu sei una che anche quando deve parlare di Nietzsche comincia con io». Un vizio che, con tutta evidenza, ho reiterato in questo incipit allo scopo di temporeggiare. A pag. 119 del libro, Silvio Perrella propone una citazione da Il resto di niente di Striano: «Napoli è primma de San Gennaro, poi de lo re, e poi è d’a’ mia». Affermazione piuttosto impegnativa che, tuttavia, mi aiuta a spiegare la titubanza ad entrare nel merito del libro: come cittadina che rivendica la propria quota di proprietà su Napoli, temo assai il deragliamento: quello è un attimo e comincio pure io «a ragionar d’amore», ovvero, mi scordo il proposito di parlarvi di questo “Giùnapoli” di Silvio Perrella e, pur su impulso dell’autore, inizio a congetturare sopra alla “giù-Napoli” mia.
Negli ultimi anni è esploso un interesse per la città che travalica i confini nazionali. Napoli si è riscoperta, si è reinventata o si è trovata ad essere “location tra le più instagrammabili”. Questa popolarità è una rosa irta di spine. Rosa che, dove accudita propriamente, effonde gradevoli profumi, ma dove è lasciata a sé stessa, sfiorendo, imputridisce e ammorba con olezzi contigui alle antiche puzze. Leggere Perrella oggi, significa inserire tale scenario, nuovo e in continua evoluzione, in una prospettiva storico-culturale – quella tracciata dallo scrittore, appunto – che potrebbe fungere da binario per la gestione del futuro.
Perrella non è un “nativo”. Ha dovuto scoprire la città un passo alla volta e subendo talvolta la prepotenza, la protervia dei neo-concittadini.
Le domande di Napoli
Proprio con la nota dolente dell’aggressività comincia la sua narrazione: – «Chi sì, che vvuò, comme te sì ppermìso, …» Facce contratte e ilari gli si parano davanti impedendogli il cammino. Gli intimano un avvertimento di cui egli non comprende contenuto e portata. Ho scritto che da qui parte la narrazione. Potrei meglio dire che da qui inizia, piuttosto, un particolare apprendistato. Infatti, l’esito ultimo delle esplorazioni iniziate quel giorno ai confini del Vomero – come ricorda anche Franchini nel suo contributo alla nuova edizione – è che «A Napoli» Perrella ha «imparato a guardare». Cosa? Cosa ci sta sotto alle storie, alle persone, ai luoghi, per dare forse una risposta a chi si interroga sul proprio destino di napoletano, per connettere il giù con il su e viceversa, che è un esercizio necessario per abitare la città. Napoli, al contrario di altre città dove ci vivi e basta, ti pone costantemente domande. «Ti chiedi costantemente perché ci stai, quando te ne potrai andare, t’ncazzi, provi rancore e non cammini a cuore leggero.»
Il libro è, in un certo qual modo, la cronaca di questo apprendistato a guardare, svoltosi assecondando «l’estro del momento» secondo il metodo peripatetico: macinando letteralmente chilometri su chilometri, attraversando gli spazi cittadini -il destino di Napoli è millimetrico, cambia se ti sposti anche di pochi metri (pag. 131) – e addentrandosi nelle strade, alcune della quali interrotte, della sua cultura – la scena musicale progressive degli anni settanta, quella teatrale di Annibale Ruccello, infine quella letteraria di La Capria, Ortese e dei Rea, Domenico e Ermanno, tra gli altri -.
Compenetrarsi nello sguardo
La struttura del libro ripropone una formula sempre piacevole: quella del soliloquio-flusso di memoria che intreccia aneddoti famigliari, ricordi, riflessioni personali e conversazioni con colleghi e amici. La regge l’armatura filiforme della città che ne viene profilata. Il mio consiglio, a quanti si accingono alla lettura, è di affidarsi a Silvio Perrella. Di lasciare che il loro sguardo si compenetri in toto nel suo, così da abbracciare la sua prospettiva e penetrare nelle profondità, nel cuore della sua Napoli.
Resistere ai cliché
Mi concedo anche un’avvertenza: Perrella è bravissimo a scampare l’effetto macchietta o bozzetto. La “Giùnapoli” sua protagonista non recita l’identità fatta di luoghi comuni pretesa dai turisti. Non è la gouache da parete del salotto buono. È una città «fatta di caratteri alfabetici» che certo non dimentica quella reale, ma che non è didascalica. Ci sono cose che nella narrazione rimangono in sospeso, o evanescenti, altre che presuppongono “una iniziazione” e altre che sono “per solutori esperti”. Non siano valutate come difetti o lacune. Siano considerate, al contrario, sintomo di autenticità e segno lodevole di resistenza ai cliché.
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