A Mariana Enriquez piacciono le tombe (anche la vostra), a me piace lei, ergo a me piacciono le tombe (anche la vostra)

Non un semplice tour per cimiteri e tombe, ma un memoir o autofiction della migliore scrittrice in circolazione. Torna in libreria “Qualcuno cammina sulla tua tomba” di Mariana Enriquez – da cui si evince perfino che la grande scrittrice argentina ha magnifici gusti musicali – e qui lo raccontiamo con amore e venerazione…

Gli argentini, che siano isolani, pampeani, mesopotamici o patagonici, hanno tutti quanti un problema con l’argomento fantasmi. Non lo considerano affascinante, non ci vedono una bellezza latente; non so se hanno paura degli spiriti o di rimetterci soldi, oppure se sono stranamente poco attratti dal macabro.

Mariana Enriquez il macabro lo adora ed è dunque un’argentina atipica, per mia fortuna: perché la ritengo la migliore scrittrice in circolazione (dire vivente mi suonerebbe quanto mai inopportuno), l’unica in grado di farmi rizzare le carni come quando da ragazzo leggevo i racconti di Poe o da bambino ascoltavo le fiabe recitate da Paolo Poli, con quella voce capace di «sfiorare la perversione e tenere la letteratura d’infanzia per mano con la crudeltà.»

Una moltitudine di doti

Mi sono innamorato di lei quando ho letto L’Hosteria (dalla raccolta di racconti Le Cose che abbiamo perso nel Fuoco, edito da Marsilio): un gioco tra ragazzine che si trasforma in una sgomenta visione della dittatura militare argentina in due pagine che ghiacciano l’anima. L’amore è divenuto venerazione con La Nostra Parte di Notte, romanzo capolavoro in cui l’intreccio tra esoterismo, dittatura e prestigiosi casati argentini (e internazionali) attraversa mezzo novecento in una giostra triste, malata e dolcissima.

Mariana Enriquez possiede una moltitudine di doti che sarebbero assai rare già prese singolarmente, figurarsi insieme: fa riecheggiare le emozioni attraverso i sensi come riesce solo a Stephen King, usando il tatto, l’olfatto, la percezione dello spazio. Affronta con insuperabile efficacia argomenti di interesse collettivo senza alzate di ditino, metafore dozzinali o svisate retoriche, non perdendo mai la strada del gusto di narrare (ne è un ottimo esempio il racconto omonimo della raccolta Le cose che abbiamo perso nel fuoco – titolo tratto da uno struggente disco dei Low: ha pure gusti musicali magnifici -, in cui il dramma delle donne argentine ustionate dai loro uomini si trasforma in uno strumento di rivalsa nelle mani delle protagoniste, con un macabro gioco di inversione che sarebbe piaciuto a Ursula Le Guin – e un ardore che la Le Guin non ha mai avuto). E riesce a fare tutto questo con un’attitudine deliziosamente pop, che le permette di passare dal romanzo al racconto senza perdere un briciolo di magia.

La mia strega preferita

Insomma Mariana Enriquez, con quel mezzo sorriso da Dark Queen e quell’aspetto a metà tra Stevie Nicks e Robert Smith, è la mia strega preferita. Da parecchio aspettavo di leggere Qualcuno cammina sulla tua tomba (392 pagine, 18 euro), resoconto dei cimiteri da lei visitati sparsi per il mondo, uscito una prima volta nel 2017 per Caravan Edizioni, finito fuori catalogo per troppo tempo e finalmente ripubblicato da Gran Via (grazie grazie grazie, amo anche voi). Perché volevo vedere come se la cava con la saggistica, per quanto sui generis. E perché anche a me (meno che a lei) piace andare per cimiteri. Ebbene la magia c’è tutta, la strega è a suo agio pure nel saggio, o memoir o autofiction o come minchia volete chiamarlo.

(Io lo chiamo: libro meraviglioso).

Si parte dal Cimitero di Staglieno a Genova – scelta appropriata per una di Buenos Aires -, visitato un po’ per caso nel 1997 («al tempo non ero una intenditrice di cimiteri come sono adesso») e palcoscenico dell’amorazzo con un giovane violinista ambulante dalla bellezza spettrale («le italiane sono bellissime, certo, ma io avevo venticinque anni e indossavo un vestitino viola con le spalline argentate che mi ero comprata a un mercatino»), che la accompagna a vedere le tombe usate nelle copertine dei Joy Division anche se i Joy Division non le piacciono (ho già detto che la strega ha gusti musicali magnifici?).

Dagli AC/DC ad Anne Rice

Prosegue con un giro per i cimiteri di Donostia: quello inglese su Monte Urgull, a ridosso della scogliera, visitato di notte e poi di giorno («Per la prima volta capisco cosa s’intende con l’aggettivo “ombroso”. Così si presenta questa pineta, con il suo odore misto a salsedine, l’oscurità umida in cui volano i pipistrelli – sono loro le ombre che sentiamo passare -, il terreno e i tronchi coperti di lumache senza guscio, enormi limacce che si muovono con lentezza secolare»); quello di Polloe e quello di Igueldo, con una raggelante iscrizione sulla cappella: «Tutte feriscono, l’ultima uccide.» In Australia, saltellando da un ostello all’altro dietro i lavori del fidanzato ha modo di incontrare una donna-uccello («a volte si ferma sotto il sole e fa il gesto di battere le ali, con gli occhi chiusi. Gracchia anche. Di solito risponde ai saluti con un pio-pio»), un grosso quokka (minicanguro) pieno di cicatrici battezzato Keith Richards, e di mancare l’unica tomba che le interessa visitare («qui crebbe, fu arrestato e seppellito Bon Scott, il primo cantante degli AC/DC. Voglio vedere la sua tomba»). Dedica un capitolo memorabile a New Orleans, città del suo cuore – e del mio – che la fa piangere dall’emozione almeno una volta al giorno: va in cerca di sacerdotesse Vudù non avendo modo di raggiungerle nelle paludi della Louisiana («Non ho la macchina. E non avere la macchina, negli Stati Uniti, è come non avere battito cardiaco»), visita il cimitero di St Louis 1 in cui invoca l’aiuto di Marie Laveau tracciando sulla sua tomba tre X con l’indice («in qualche modo, accarezzare così le pareti della tomba fa percepire il rito come meno turistico, più autentico»), poi basisce davanti a quella, ovviamente pacchianissima, che un giorno ospiterà Nicolas Cage, e dedica l’ultimo giorno al cimitero di Lafayette 1 in onore del suo mito Anne Rice, che ambienta laggiù parti importanti di Intervista con il Vampiro. Ma le pagine migliori sono per l’Holt, il cimitero degli indigenti e le sue tombe adornate con genio, povertà e bizzarria («uno stranissimo assemblaggio di sedie, sbarre, fiori, corone, barattoli di plastica, telai di culle e brande…ci sono orsetti di peluche solitari, seduti tra le foglie cadute, e che si sono bagnati e poi asciugati migliaia di volte»), scoperto seguendo un anziano uomo di colore intento a decorare la tomba della madre. I cimiteri sudamericani sono i più numerosi, e forse quelli in cui meglio emerge lo straordinario spessore di questa autrice, capace di scivolare in poche righe dalla frivolezza al macabro, di divertire e disturbare, corrodere e commuovere, di essere in parole povere sempre mostruosamente umana: dal cimitero dell’isolotto fluviale di Martin Garcia in cui diverse croci hanno, misteriosamente, l’asse orizzontale inclinato, al cimitero di Punta Arenas in Cile, che pare uscito da Alice nel Paese delle Meraviglie ed è occasione per ricordare i genocidi delle varie tribù indios – selk’nam, yamana, kaweshkar, haush – perpetrati dai latifondisti, e che “Ogni paese è un grande cimitero, e quasi ovunque, prima o poi, tutto finisce in malora, in un modo o nell’altro. In momenti diversi, con andate e ritorni. Ma siamo qua per morire, e con un po’ di fortuna, per farci seppellire da vivi. Per avere una tomba”.

La sua tomba

La mia strega preferita sa già dove desidera la sua: al cimitero della Recoleta a Buenos Aires. «Sono una squattrinata di periferia, non posso entrare alla Recoleta di diritto – né per discendenza né per fama – ma voglio che i miei amici – se, quando morirò, me ne sarà rimasto ancora qualcuno – gettino le mie ceneri dentro una tomba in particolare, quella di Mendoza Paz, fondatore della società protettrice degli animali. È una piramide aguzza, senza croci né altri simboli cristiani. C’è scritto: “Qui non c’è niente. Solo polvere e ossa. Niente.» Ha una porta di ferro, con delle spranghe. Gettarci dentro delle ceneri sarà facile. Quella sarà la mia tomba, se i miei amici avranno il coraggio di esaudire il mio desiderio.

Ma se occorre – e se ci sarò ancora – vienimi a trovare, mia strega. E lo farò io per te.

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