Gianfranco Di Fiore, emigrazione interiore e degrado identitario

Uno scrittore che si trasferisce dall’Italia all’Irlanda, fa i conti con dolori, vuoti e silenzi, provando a restare in piedi fra le rovine. Gianfranco Di Fiore con il romanzo “Bauhaus” si confronta con la nuda verità del fallimento, senza che il cinismo prenda il sopravvento. E quando tutto sembra crollare, la parola, letta o scritta, può ancora essere la risposta…

Una delle voci più lucide e rigorose della narrativa contemporanea è tornata in pista, trasformando il disagio individuale in un’epica del quotidiano che riguarda ognuno di noi.  Per chi ha amato il precedente lavoro di Gianfranco Di Fiore, Quando sarai nel vento (ne abbiamo scritto qui e qui), l’impatto con Bauhaus (576 pagine, 22 euro) – affidato alla casa editrice Readerforblind – è un’esperienza di spiazzamento e, al contempo, di riconoscimento. Adesso Gianfranco Di Fiore (qui una sua intervista), in questo nuovo romanzo, solidifica il dolore, come passando dall’osservazione di una ferita all’esame di una cicatrice. Il lirismo, che resta una delle sue doti più cristalline, non serve più a descrivere un grido, ma ad analizzare un silenzio, un vuoto, senza mollare, ma provando a trovare il coraggio di restare in piedi tra le rovine, fra le crepe dell’animo umano.

Pulizia esteriore, sporcizia interiore

Il titolo scelto da Gianfranco Di Fiore per la sua ultima prova narrativa, non è un semplice omaggio a una scuola d’arte, a un movimento tedesco che ebbe molta influenza sul design moderno. L’emigrazione dall’Italia all’Irlanda del protagonista di questo romanzo è una ritirata, un trasloco di macerie personali da una latitudine all’altra. Gianfranco Di Fiore ci consegna la figura di un uomo di quarant’anni, uno scrittore senza impiego che approda in una terra grigia e piovosa, ospite di un parente in una villa nei pressi di Dublino. In questo spazio, il contrasto tra la pulizia delle linee architettoniche e lo sporco morale delle relazioni umane diventa la cifra stilistica dell’opera.

Silenzi e giudizi sottesi

L’Irlanda di Gianfranco Di Fiore non ha nulla della cartolina verdeggiante a cui siamo abituati. È un’isola di fango, pioggia persistente e interni claustrofobici. La convivenza nella villa si trasforma in una liturgia dell’orrore quotidiano, dove la violenza abita nei silenzi carichi di rancore, nei giudizi sottesi, nella pretesa di un’ospitalità che si rivela un contratto di sottomissione emotiva. L’emigrazione descritta, anche interiore, non è un atto di coraggio, ma un sintomo. Si parte non per andare verso qualcosa, ma perché restare è diventato impossibile.

Leggere e scrivere

Un elemento di straordinaria intensità nel romanzo è il ruolo dei libri. Quando tutto crolla – il lavoro, la dignità, la stabilità domestica – il protagonista si aggrappa alla propria biblioteca personale, agli autori amati. I libri non sono qui semplici oggetti o strumenti di cultura, ma diventano l’ultimo spazio di resistenza. Leggere diventa una disciplina interiore, l’unico modo per tenere insieme i pezzi di una biografia che tende a decomporsi sotto la pressione della precarietà, e scrivere (lettere d’amore) è un’altra forma di manutenzione dell’umano in condizioni di estremo degrado identitario.

Sognare geometrie perfette

Sebbene Bauhaus si piuttosto mastodontico, ogni frase sembra essere stata limata fino a raggiungere l’essenziale, eliminando il superfluo per lasciare spazio alla nuda verità del fallimento. Non c’è timore di indugiare negli abissi dell’anima, ma senza che il cinismo prenda il sopravvento. Una possibile conclusione? Siamo tutti, in un certo senso, emigrati dalla versione ideale di noi stessi, costretti ad abitare strutture di fortuna mentre sogniamo geometrie perfette.

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