Marta Cai e il crollo degli anarchici italiani in Brasile

Il fallimento di un’utopia, l’esperimento vano di reinventare la convivenza umana come riflessione sulla possibilità di immaginare comunità diverse, sulla fatica e la fragilità dei tentativi umani. Il racconto “Radura” di Marta Cai ci porta in Brasile, alla fine del diciannovesimo secolo, quando una comunità di italiani immigrati s’inventarono un sogno fragile…

Una collana bella e speciale, che parla di luoghi, attraverso la lente della letteratura, un marchingegno manovrato dalla regia di Marino Magliani. Una scrittrice dalla traiettoria ancora non particolarmente ampia, ma già molto riconoscibile. Dopo la consacrazione di Centomilioni (Einaudi) e la finale al Campiello, dopo la precisione emotiva di Tipo Psicanalisi (Tetra) e l’osservazione di un Paese, il Brasile, dove Marta Cai ha deciso di vivere, in Brasilampi (Hopefulmonster), il nuovo tassello è Radura (63 pagine, 13 euro) per Oligo editore, con prefazione di Pierpaolo Casarin: una storia di italiani in Brasile, quella della Colonia Cecilia, ma filtrata attraverso un secolo di distanza.

Non un semplice racconto storico

Marta Cai, classe 1980, piemontese, si è imposta in fretta per la nettezza della voce e dopo un buon apprendistato. In Radura si appropria di una storia e ne tira fuori un libro snello e singolare, arricchito dalle sue stesse illustrazioni, anche in copertina. Punta gli occhi e il cuore sulla Colonia Cecilia, la comunità anarchica fondata da immigrati italiani nel Paraná brasiliano tra il 1890 e il 1894. Non è un racconto storico, o non lo è semplicemente, è piuttosto un punto da cui osservare la tensione tra il desiderio di libertà e la fragilità delle utopie, fra un tentativo di reinventare la convivenza umana e una cocente sconfitta, tutto inghiottito dal tempo.

Verrebbe quasi da affermare un principio: chi elabora idee bislacche, non importa in quale ambito e se le mette in pratica, ha sperimentato l’esperienza dell’ustione laddove altri si sono scaldati al tepore del focolare domestico.

La vitalità contradditoria

La Colonia Cecilia fu un esperimento radicale e breve: quattro anni di entusiasmo, conflitti, malattie, invenzioni, fallimenti.
Fondata da un gruppo di italiani che cercavano una vita sottratta alla miseria e ai vincoli morali dell’Europa ottocentesca, la colonia si reggeva su principi anarchici: abolizione della proprietà privata, rifiuto delle gerarchie, libero amore, educazione laica, lavoro condiviso.
Cai restituisce questa oscillazione continua, questa vitalità contraddittoria, e il luogo in cui si realizzò, dove «i tramonti non durano il tempo di rendere sodo un uovo e il riferimento per non perdersi di notte è una costellazione a forma di aquilone». L’utopia non è un sogno puro, ma un organismo fragile, febbrile, attraversato da tensioni che lo rendono vivo e instabile.

La qualità dello sguardo

Uno degli elementi più originali di Radura è la qualità dello sguardo con cui Marta Cai trasforma il paesaggio in un archivio emotivo e politico. Spentasi l’utopia, restano tracce, impronte, fossero anche semplicemente assenze. La scrittura, asciutta e precisa, evita la retorica nostalgica: la memoria non è culto, ma esercizio di attenzione. La scrittrice piemontese conferma la propria voce, raccontando comunque un fallimento in termini di eredità, di gesto non vittorioso, di punto di domanda, di riflessione complessiva sulla possibilità di vivere altrimenti, di immaginare comunità diverse, sulla fatica di costruirle, sulla bellezza e la fragilità dei tentativi umani.

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