Gli sguardi e le assenze, Matilde Falasca e il disagio

Una ragazza, un ragazzo, la scuola, l’università e le loro storie che scorrono come due respiri irregolari. In “Ancora settembre” di Matilde Falasca l’unica forma possibile d’intimità è il riconoscersi fragile…

Roma, giorni nostri.
Un anno scolastico, da settembre a giugno, sospeso tra adolescenza e maturità, scandito da capitoli che attraversano il lento disfacimento emotivo di due giovani ragazzi: Camilla e Andrea.
Lei vive il liceo come una zona di frontiera tra il desiderio di salvarsi e la paura di morire; lui attraversa l’università, l’amore e il lutto con la sensazione crescente che ogni cosa sia destinata a dissolversi. Le loro storie scorrono parallele, alternate come due respiri irregolari, fino all’incontro finale all’università, dove il riconoscersi fragili diventa forse l’unica forma possibile di intimità.

Il corpo e la morte

Il cuore del romanzo di Matilde Falasca, Ancora settembre (192 pagine, 18 euro), è il disagio: non come posa generazionale, ma come esperienza fisica, concreta, invasiva. Camilla sente il corpo trasformarsi in una minaccia: tachicardie, derealizzazioni, svenimenti, e il mondo perdere consistenza fino a impregnarsi di un pruriginoso perturbante. La scrittura rende questa alienazione attraverso dettagli minimi: il tram del mattino, il sapore alterato del cibo, la distanza dagli altri studenti, i silenzi che distruggono l’amicizia.
Andrea, invece, incarna un male più filosofico: il pensiero ossessivo della morte, dell’oblio, della perdita di significato. Anche l’amore con la sua ragazza Viola viene eroso da questa vertigine interiore.

Una malinconia continua

Lo stile è lirico e densissimo di percezioni. Ogni ambiente riflette gli stati d’animo dei personaggi, mentre la prosa indugia sugli sguardi e sulle assenze, creando una malinconia continua.
E proprio nel finale emerge il nucleo più profondo dell’opera, pubblicata dalla casa editrice Hacca: «Andrea ha imparato che il Senso non è pensabile, ma, per etimologia, va percepito. Sta sospeso nell’emozione e non si può carpire».

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