David Uclés prova a raccontare la guerra civile spagnola, come fosse la prima volta e, per farlo, sceglie coraggiosamente la strada di un realismo magico spinto, che arriva al delirio. Il conflitto, nel suo romanzo “La penisola delle case vuote”, è evocato come un deposito di macerie. Tra violenza e digressioni meditative, l’autore sembra più un musicista che uno scrittore…
L’operazione compiuta da David Uclés in La penisola delle case vuote (711 pagine, 24 euro), pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Sara Cavarero, è tanto semplice quanto ambiziosa: restituire alla guerra civile spagnola la sua dimensione “allucinata”. Non quella dei manuali, né quella dei reduci, ma quella di chi l’ha vissuta sulla propria pelle. Non si tratta, infatti, di un semplice romanzo sulla Guerra Civile spagnola. È la tentazione di raccontarla come se fosse la prima volta: abbandonando il saggio storico, scavalcando la cronaca e scegliendo invece la via del realismo magico più radicale e carnale. L’azzardo è immenso, ma Uclés riesce a compiere l’impresa: restituire alla Storia la sua dimensione onirica, assurda, ferita e folle.
La geografia delle assenze
Cominciamo dal titolo, che è già una dichiarazione d’intenti. La penisola delle case vuote. Non “isola” – parola compatta, che delimita. Penisola, invece, è una parola porosa, che implica un istmo, un legame con la terraferma, qualcosa che non è mai del tutto separato. Le case vuote non sono chiuse ermeticamente: sono peninsulari, cioè ancora raggiungibili, ancora abitabili dallo sguardo, dal ricordo, dalla fantasia. E questa, forse, è la prima grande intuizione di Uclés: la desolazione non è un muro. È un corridoio.
Il romanzo si svolge in gran parte tra gli oliveti della fittizia Jándula, in Andalusia, ma la vera geografia è quella delle vite che continuano a pulsare in assenza. I personaggi muoiono, scompaiono, vengono fucilati, esiliano – eppure il loro peso specifico, nel libro, non diminuisce. Anzi. Uclés ha il coraggio di dire che un morto recente è più presente di un essere ancora in vita.
La prova migliore è nel personaggio di Odisto Ardolento, il patriarca che prevede la propria fine. Non è uno sciamano, né un veggente: è semplicemente un uomo che ha imparato ad ascoltare il silenzio delle cose prima che accadano. E il suo dono, trasmesso come una ferita ereditaria, è quello di non essere mai del tutto andato via.
C’è un momento, nel prologo, in cui un miliziano ferito si porta le mani al collo per tamponare una ferita mortale. Ma non esce sangue: dalla giugulare recisa fuoriesce sabbia fine, terra, polvere di un paese che non smette di sanguinare anche a chilometri di distanza, anche anni dopo, anche in sogno. È l’immagine-simbolo dell’intero romanzo: la guerra civile spagnola non è solo storia – è geologia dell’anima, è un deposito di macerie che i corpi continuano a espellere senza mai purificarsi del tutto. I personaggi non subiscono soltanto la guerra. La metabolizzano in metamorfosi.
I prodigi come resistenza
Il punto più originale della scrittura di Uclés è il seguente: i prodigi non sono decorazioni, non sono levità. Sono atti di resistenza.
Un maestro che insegna agli alunni a fingersi morti per sopravvivere ai rastrellamenti. Una madre che cuce l’ombra lacerata di una bambina dopo uno scoppio. Un soldato che si squarcia la pelle e dal torace esce cenere, non sangue. Un contadino che dipinge di nero tutti gli alberi del suo podere perché non sopporta più il verde della vita che continua mentre i figli sono sotto terra.
Cosa sono queste immagini, se non l’unico linguaggio possibile di fronte all’indicibile? La cronaca della guerra è già stata scritta. Le cifre dei morti sono note. Le fosse comuni continuano a essere riesumate. Ma ciò che manca, Uclés lo sa, è un registro adeguato alla ferocia. E il registro che sceglie è quello della metafora incarnata: non raccontare che un bambino ha paura, ma che un bambino inizia a vedere i fantasmi dei soldati seduti accanto a lui a tavola.
Molti scrittori avrebbero usato il realismo magico come un addolcimento della tragedia. Uclés fa l’esatto contrario. I suoi prodigi sono amputazioni, non orpelli. Sono grumi di realtà che rifiutano la forma normale. Sono la guerra che parla nella sua lingua madre: il delirio.
La struttura come labirinto deliberato
Uclés non facilita la lettura. Il romanzo è volutamente sfibrante, con un intreccio che si dirama in decine di personaggi, salti temporali, punti di vista che si incrociano e si perdono. Non c’è un protagonista unico. Non c’è una catarsi lineare. C’è invece una rete – e la rete è la forma organizzativa della memoria collettiva.
Ogni capitolo potrebbe essere un racconto a sé. Ogni personaggio, anche il più marginale, ha un momento di grazia in cui l’autore gli concede la parola piena. Eppure l’effetto non è quello di un collage, ma quello di un coro. Un coro che non cerca l’armonia – cerca l’accumulo.
Uclés possiede una prosa che non si limita a descrivere: incarna. È una scrittura torrenziale, a tratti barocca, che non ha paura del grottesco né della tenerezza. La sua arma segreta è l’immagine potentissima, quasi un quadro surrealista portato a compimento.
Leggendo, si avverte una tensione interna alla frase, come se ogni periodo fosse sul punto di spezzarsi per l’eccesso di ciò che deve contenere. Uclés usa la paratassi (frasi brevi, giustapposte) nei momenti di violenza pura, e l’ipotassi (subordinate annidate) nelle lunghe digressioni meditative. È un musicista, più che uno scrittore. Sa che la punteggiatura è un respiro e che il silenzio, a volte, è la parola più alta.
L’editore Neri Pozza ha avuto il merito di non tagliare, non ridurre, non “addomesticare” questa mole. Le oltre 700 pagine non sono un lusso: sono una necessità strutturale. Per raccontare una guerra che ha distrutto un paese, serve un libro che a sua volta distrugga l’idea di “romanzo ben fatto”. Uclés lo sa, e si prende il rischio.
Gli incontri con la Storia, ma rovesciata
Sì, nel romanzo compaiono Hemingway, Picasso, Lorca, Unamuno, María Zambrano, il generale Franco. Ma non aspettatevi il consueto cameo letterario, quel lustrino da romanzo storico di bassa lega. Uclés li tratta come personaggi tra gli altri – anzi, spesso con una punta di sarcasmo appena percettibile.
Hemingway, ad esempio, è un’ombra ubriaca che passa e non capisce molto di ciò che vede. Franco, quando appare, è un uomo piccolo, grigio, quasi insignificante nella sua banalità del male. E Picasso, che pur compare, non è il genio, ma l’uomo che cerca di mettere insieme i pezzi di un’immagine che continua a sfaldarsi.
L’operazione di Uclés è chiara: spodestare i Grandi Nomi dalla loro funzione di interpreti autorizzati della storia. La Spagna non è stata fatta dai generali e dagli intellettuali: è stata disfatta e rimessa insieme dai corpi anonimi, dalle donne che seppellivano i morti di notte, dai bambini che imparavano a riconoscere il rumore degli aerei prima di saper leggere.
Il paradosso finale
Ecco il paradosso che rende questo libro originale, anzi unico: Uclés racconta una guerra che ha trasformato la Spagna in “una penisola di case vuote” – eppure il romanzo è strapieno. Strapieno di voci, di corpi, di gesti, di fantasmi, di olive che cadono, di terra rossa, di sangue che diventa sabbia, di sabbia che diventa carne.
Non c’è mai davvero una casa vuota, in Uclés. Perché anche la più abbandonata delle stanze contiene l’impronta di chi l’ha abitata. E l’impronta, per l’autore, è una forma di presenza più resistente della vita stessa.
La vera domanda che il romanzo spinge a porsi non è “chi ha vinto la guerra?”. È molto più destabilizzante: “Quando una casa è davvero vuota?”.
La risposta di Uclés, implicita, è: mai. Fintanto che qualcuno la ricorda. Fintanto che qualcuno la racconta. Fintanto che esiste un romanzo come questo – che non ha paura di essere enorme, sproporzionato, visionario, insomma indecente di fronte alla Storia – allora le case non sono vuote. Sono piene. Piene di ciò che non abbiamo ancora imparato a chiamare altrimenti.
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