Area 22. Gershom Scholem e l’ebraismo vivo, senza dogmi

Reinventa in qualche modo l’ebraismo, Gershom Scholem, svelandone l’anima segreta e sovversiva in uno dei suoi classici, “Concetti fondamentali dell’ebraismo”. Dalla Rivelazione alla Tradizione, dalla lingua alla giustizia e alla misericordia, la lezione del geniale Scholem risuona potente in un mondo in cui le religioni sono brandite come clave immutabili. Un nuovo appuntamento con Area 22, la rubrica mensile dedicata alla cultura e alla letteratura ebraica (qui tutte le puntate)

Uno dei titoli più importanti della casa editrice Marietti rinasce a nuova vita editoriale, con la vecchia traduzione, datata 1986, di Michele Bertaggia, ma con una introduzione nuova di zecca, di Saverio Campanini, professore di Lingua e letteratura ebraica all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Per comprendere una raccolta densa e monumentale come Concetti fondamentali dell’ebraismo (208 pagine, 17 euro), non si può prescindere dal suo autore. Gershom Scholem, un genio del Novecento, non un semplice storico delle religioni, ma il cartografo di un continente sommerso. Se proprio dobbiamo trovargli un difetto, non comprese uno dei titoli più noti di Philip Roth, Portnoy (ne abbiamo scritto qui), con tanto di profezia apocalittica ed errata: «Questo è il libro che tutti gli antisemiti aspettavano – scrisse – rischia di provocare un secondo Olocausto». Nato a Berlino nel 1897 in una famiglia della borghesia ebraica assimilata – dove il Natale si festeggiava con l’albero e il patriarca Arthur Scholem stampava gazzette patriottiche tedesche –, Scholem fa una scelta di rottura radicale. Rifiuta l’assimilazione, impara l’ebraico contro il volere paterno, abbraccia il sionismo culturale di Martin Buber e, nel 1923, fa i bagagli per la Palestina mandataria.

Non dottrina immutabile, ma dialettica

La grandezza di Concetti fondamentali dell’ebraismo sta nella parzialità geniale del suo autore.Gershom Scholem non è mai stato un osservatore neutrale, usava la filologia filigranata e rigorosissima come uno scudo per portare avanti un’agenda profondamente anarchica e vitale. Voleva dimostrare che l’ebraismo non è una dottrina fissa, ma un processo dialettico in cui l’elemento irrazionale, l’ombra, il mito e la rivolta hanno lo stesso diritto di cittadinanza della Legge e della razionalità talmudica. Per lui l’essenza dell’ebraismo è l’assenza di un’essenza dogmatica definita una volta per tutte. L’ebraismo è una conversazione che dura da tremila anni, contrassegnata da una feconda e perenne “crisi di nervi”. Mentre gli studiosi ebrei tedeschi del diciannovesimo secolo avevano cercato di presentare la propria tradizione come un sistema perfettamente razionale, etico e “pulito” – un passaporto filosofico per dimostrare di essere degni della cittadinanza europea –, Scholem compie l’operazione opposta. Capisce che anestetizzare l’ebraismo per renderlo digeribile alla mentalità borghese significa ucciderlo. Va così a cercare il battito cardiaco della tradizione laddove gli altri vedevano solo oscurità, superstizione e bizzarria: nella Cabala, nel misticismo, nelle eresie messianiche di Sabbatai Zevi. Concetti fondamentali dell’ebraismo è il tentativo di spiegare che le categorie portanti di questa millenaria civiltà non sono dogmi pietrificati, ma tensioni dialettiche perennemente sul punto di esplodere.

La Rivelazione, testo aperto da interpretare

Il primo e cruciale nodo che Gershom Scholem affronta nel testo è il concetto di Rivelazione. Nella teologia classica, la Rivelazione è un evento storico preciso: Dio parla sul Sinai e consegna un testo. Per Scholem, la faccenda è infinitamente più complessa e affascinante, la parola di Dio non contiene un significato rigido e preconfezionato, ma è piuttosto una matrice infinita di significati possibili. Nel saggio, l’autore analizza come i mistici abbiano interpretato il momento del Sinai. Secondo una celebre massima cabalistica, il popolo d’Israele non udì l’intera Torah dalla bocca di Dio, e nemmeno i Dieci Comandamenti. Udì soltanto la prima lettera del primo comandamento: la lettera Aleph. Ora, dal punto di vista fonetico, la Aleph non è una consonante sonora, ma un semplice arresto glottidale, l’inizio puramente virtuale di un suono. In pratica, Israele ha udito il silenzio divino da cui nasce ogni parola. Questo trasforma la Rivelazione in un testo aperto. La tradizione non è la ripetizione pedante di un dogma, ma l’atto continuo di commentare, interpretare e dare voce a quella *Aleph* muta. Senza l’interpretazione, la parola di Dio rimarrebbe inaccessibile e sterile.

La Tradizione? Creativa e flessibile

Se la Rivelazione è un’apertura infinita, che cos’è allora la Tradizione? Per il senso comune significa conservare il passato, erigere palizzate per impedire al tempo di corrompere l’origine. Scholem ribalta questa prospettiva: nell’ebraismo, la tradizione funziona solo se è capace di innovare radicalmente, persino di contraddirsi, pur affermando la propria assoluta continuità. Nelle sue ricerche, Scholem attinge ampiamente alla letteratura rabbinica classica e alle sue derive mistiche per mostrare come ogni nuova generazione di maestri abbia “riscoperto” nella Torah verità che i predecessori non avrebbero mai potuto immaginare. La tradizione ebraica sopravvive perché è un organismo flessibile, capace di assorbire i traumi della storia – l’esilio, le persecuzioni, la perdita del Tempio – e di risignificarli dall’interno. Come fa un sistema che si basa su una rivelazione passata ad accettare la novità senza frantumarsi? Lo fa attraverso l’esegesi. Il commentatore non inventa nulla di sano pianta (almeno formalmente), ma “scava” nel testo fino a trovare la legittimità del presente. La tradizione è dunque un atto creativo mascherato da atto di sottomissione.

L’ombra di Kafka

Un altro asse portante del libro è l’analisi dei concetti di Giustizia (*Tzedek*) e Misericordia (*Rachamim*). Nella teologia ebraica, questi non sono sentimenti astratti, ma i principi cosmici con cui Dio ha creato il mondo. Gershom Scholem mostra come l’equilibrio tra questi due poli sia precario e costantemente rinegoziato. Una giustizia pura, priva di misericordia, distruggerebbe il mondo in un secondo, perché nessun essere umano è impeccabile; d’altra parte, una misericordia assoluta, priva di giustizia, scivolerebbe nel caos morale. In queste pagine si avverte fortissima l’affinità intellettuale ed emotiva tra Gershom Scholem e l’amico di una vita, Walter Benjamin. Entrambi erano “ossessionati” dalla figura di Franz Kafka, in cui vedevano il più straordinario interprete moderno della teologia ebraica rimasta “senza cielo”. Per Scholem, il mondo di Kafka – fatto di tribunali inaccessibili, burocrazie infinite e leggi scritte in una lingua che nessuno comprende più – è la rappresentazione perfetta di un sistema in cui la Rivelazione è ancora presente, ma ha perso il suo significato.

L’ebraico, da lingua sacra a idioma profano

Scholem dedica riflessioni folgoranti alla natura della lingua ebraica. Per il mistico, e per Scholem stesso, la lingua non è un semplice strumento di comunicazione convenzionale, un codice arbitrario per scambiarsi informazioni commerciali. I nomi delle cose sono l’essenza stessa delle cose; il mondo è stato creato attraverso combinazioni di lettere dell’alfabeto ebraico. Questo porta a un cortocircuito drammatico con la nascita del sionismo e la secolarizzazione dell’ebraico. Scholem esprimeva un terrore quasi metafisico per questa operazione. Avvertiva che i sionisti stavano trasformando una lingua sacra, intrisa di potenziale magico e religioso, in un idioma profano. Però, emerge fra le pagine Gershom Scholem, la lingua conserva una memoria teologica sotterranea che resiste a qualsiasi tentativo di totale profanazione.

Nel presente la voce di Gershom Scholem e dei suoi Concetti fondamentali dell’ebraismo risuona potentissima. In un’epoca storica dove l’identità religiosa viene spesso brandita come una clava identitaria rigida e priva di sfumature, la lezione di Scholem è un antidoto vero, consegnandoci una tradizione viva, pericolosa, poetica e profondamente umana, ricordandoci che, alla fine, la verità non è un possesso tranquillo, ma una ricerca che si rinnova nel fuoco del commento.

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