“Nord” di Mathias Enard è il primo volume dell’ambiziosa quadrilogia “Malinconia dei confini”, in cui si esplorano limiti geografici e dell’anima. La prima tappa è a Berlino, in autunno. Tra incontri, letture, ricordi e dialoghi ideali con grandi scrittori del passato, l’autore francese ragiona su guerre, malattie, crisi geopolitiche senza cedere mai al nichilismo…
Segni particolari: francese trapiantato in Catalogna, traduttore dall’arabo, autore premiato a varie latitudini, osannato e giustamente ambizioso, dal quale è lecito attendersi molto. E allora stavolta cosa tira fuori dal cilindro? Una tetralogia. E chi la pubblicherà? Quello che ormai è stabilmente il suo editore italiano, e/o. Un’altra tetralogia. Azzardiamo – ci piace vincere facile – che non venderà quanto quella di Elena Ferrante, ma se vi dicessimo che, leggerla, a giudicare dal primo volume, Nord (207 pagine, 19 euro) sarà un’avventura memorabile, indelebile?
Elaborare un dolore privato
Il titolo complessivo del quartetto di volumi è Malinconia dei confini ed è piuttosto in linea con la personalità e la poetica di Mathias Enard. Enard ha sempre manifestato propensione per l’esplorazione dei margini, per le zone d’ombra in cui le culture si sovrappongono. Con Nord lo scrittore transalpino – quanto di più lontano dal più anziano connazionale Michel Houellebecq – sposta il proprio baricentro narrativo dalle consuete atmosfere mediterranee e mediorientali per immergersi in quelle sospese e crepuscolari dell’Europa centrale. Il fulcro di questa partitura letteraria è Berlino, colta in un autunno precoce e livido. L’autore si muove lungo i marciapiedi berlinesi subito dopo aver fatto visita a un’amica carissima, ricoverata in ospedale a causa di un grave problema cerebrale. La donna, sospesa in un limbo tra coscienza e oblio, specchia la natura stessa della città. L’erranza notturna e la solitudine diventano gli strumenti per elaborare un dolore privato che, per cerchi concentrici, si allarga fino a comprendere i dolori collettivi del continente, a interrogare i margini del mondo e dell’esistenza, trasformando il cammino in una forma di meditazione fluttuante.
Accostamenti analogici
L’architettura dell’opera di Enard – tradotta da Yasmina Mealouah – rifiuta la linearità del romanzo tradizionale, preferendo la struttura fluida del saggio narrativo o dell’atlante intimo. Enard procede attraverso accostamenti analogici, legando un dettaglio urbano a un ricordo personale, un incontro fortuito a un libro letto, in un paesaggio felicemente saturo di «letteratura insaziabile». Nel corso delle sue passeggiate, lo scrittore dialoga idealmente con autori che prima di lui hanno indagato la guerra e il silenzio, da Theodor Fontane — cantore delle brughiere e dei destini prussiani — ai cronisti dei grandi assedi del Novecento, a certi grandi classici, da Cicerone a Goethe («il nostro Giove»), a Sebald: uno sfoggio di erudizione che è un balsamo consolatorio
Guerre del passato, esodi del presente
Le pagine dedicate agli eventi bellici rappresentano i segmenti più densi dell’opera. Il pensiero del narratore torna ripetutamente ai grandi massacri della seconda guerra mondiale, rievocando gli orrori di Stalingrado e la rovina finale di Berlino attraverso le testimonianze di scrittori come Vasilij Grossman. L’attenzione si concentra sulla rovina dei corpi, sulla violenza indiscriminata che cancella la distinzione tra vincitori e vinti. Passaggi indimenticabili, su un passato che si connette idealmente alle tragedie contemporanee: la presenza a Berlino di profughi siriani, che hanno abbandonato le proprie case per ricostruire un’esistenza precaria nei quartieri della capitale tedesca, crea un ponte ideale tra i conflitti di ieri e le diaspore di oggi, dimostrando che la violenza della storia obbedisce a dinamiche dolorosamente identiche.
La scrittura argine al nulla
Accanto alla precisione storica e geografica, il testo sviluppa una poetica degli elementi atmosferici, dove l’autunno tedesco e il cielo plumbeo diventano specchi dello stato d’animo del viandante. La malinconia che pervade queste pagine non è tuttavia un sentimento paralizzante, bensì una forza generativa. L’atto di camminare serve a distrarre la mente dall’angoscia, a ingannare lo spleen attraverso la curiosità intellettuale. La scrittura si propone come l’unico argine possibile contro il nulla, un tentativo di fissare sulla pagina ciò che è destinato a svanire.
Accoglienza universale
Ciò che emerge da questa ricognizione dei confini settentrionali è una concezione della letteratura intesa come spazio di accoglienza universale. Nonostante l’oscurità dei temi trattati – la guerra, la malattia, la fine delle speranze geopolitiche – il libro non cede mai al nichilismo (e qui si torna alla contrapposizione con Houellebecq). Al contrario, l’atto stesso di raccogliere le voci dei dimenticati e di farle risuonare nel silenzio dell’autunno tedesco costituisce un gesto di profonda fiducia nel genere umano. Non solo limiti geografici, dunque, ma anche limiti dell’anima, da esplorare entrambi per restare vigili e presenti nel mondo.
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