Silenziate dalla storia? La penna femminile diventa pugnale

Una formidabile raccolta di voci di scrittrici, che il patriarcato fra diciannovesimo e ventesimo secolo ha provato a imbavagliare, nel volume “Magnifiche insolenti”, curato da Maria Vittoria Vittori. Testi – fra gli altri di Jolanda, Annie Vivanti, Beatrice Speraz e Marchesa Colombi . vivi, sorprendenti e attuali, perché certi pregiudizi non sono scomparsi, si sono trasformati

Magnifiche insolenti (17 euro, 272 pagine), edito dalla 8otto edizioni, è molto più di una semplice antologia: è un atto di archeologia letteraria, un restauro affettuoso e politico di voci che il rigido patriarcato tra Ottocento e Novecento aveva cercato di imbavagliare. A cura di Maria Vittoria Vittori, il volume raccoglie testi pungenti e corrosivi di nove autrici italiane – tra cui Jolanda, Marchesa Colombi, Beatrice Speraz e Annie Vivanti – restituendo loro quello spazio che la storia ha negato.

Leggere la raccolta richiede, innanzitutto, un atto di umiltà. Perché questo libro costringe a fare i conti con un vuoto: quante di queste autrici conoscevamo davvero? Jolanda? Beatrice Speraz? La risposta, per la maggior parte dei lettori, probabilmente è imbarazzante. E non è un caso. La letteratura italiana tra Otto e Novecento è stata raccontata come una processione di soli uomini – Verga, Capuana, D’Annunzio, Pirandello – mentre le voci femminili finivano nelle note a piè di pagina, quando non sparivano del tutto. L’operazione della 8tto edizioni è quindi insieme filologica e politica: restituire dignità a chi la storia ha silenziato, ma senza la retorica del risarcimento. Si legge, prima di tutto, per piacere.

Il filo rosso: l’insolenza come strategia

Il filo conduttore è l’insolenza, intesa come atteggiamento vitale e necessario. In un’epoca in cui l’autonomia intellettuale femminile era considerata quasi una colpa, queste scrittrici usarono il sarcasmo e la derisione per sovvertire le regole .

Ciò che tiene insieme le nove autrici non è uno stile comune – c’è chi scrive in un realismo asciutto, chi si abbandona al verismo dialettale, chi sfiora il simbolismo – ma un atteggiamento. L’insolenza, appunto. Da non confondere con l’arroganza o con la volgarità. L’insolenza qui è la scelta lucida di non abbassare lo sguardo, di restituire al lettore (e al lettore dell’epoca era quasi sempre un uomo) una verità che lui non vuole vedere.

Prendiamo La gloria dell’ago di Jolanda, uno dei testi più accattivanti dell’antologia. A prima vista sembra un pezzo edificante sul lavoro femminile, una sorta di pedagogia della pazienza. Poi, leggendo con attenzione, ci si accorge che l’ago diventa una metafora complessa: ci sono gli aghi aristocratici, inutili e luccicanti, e gli aghi borghesi, instancabili e malinconici. Ma la vera mossa di Jolanda è un’altra: mostrare che l’ago, strumento di reclusione domestica, è anche l’unica arma a disposizione. Cucire è un atto di pazienza, ma anche di testimonianza silenziosa. Ogni punto è una piccola dichiarazione di esistenza.

Le altre voci: un coro dissonante

Non c’è solo Jolanda, naturalmente. La Marchesa Colombi (pseudonimo di Maria Antonietta Torriani) è rappresentata con pagine di un realismo quasi documentaristico, capace di dissezionare le ipocrisie borghesi con una precisione che farebbe invidia a Svevo. La sua forza è nella sottrazione: non alza mai la voce, non si indigna platealmente, ma accumula dettagli fino a che il lettore non può più fingere di non vedere.

Beatrice Speraz, dal canto suo, porta in dote lo sguardo del verismo milanese: le sue storie hanno il colore grigio dei cortili popolari, l’odore del carbone e della lavanda, e una tensione sociale che ricorda certe pagine di Emile Zola. Ma mentre Zola guardava il popolo dall’alto della sua teoria, Speraz lo guarda dal basso, da dentro, e questo cambia tutto.

E poi c’è Annie Vivanti, forse la più “internazionale” del gruppo, con una scrittura più nervosa, moderna, che a tratti anticipa il flusso di coscienza. La sua insolenza è nella leggerezza: racconta cose tremende come se fossero normali, e in quel contrasto sta tutta la sua forza eversiva.

Perché leggerlo oggi

Magnifiche insolenti è un libro attuale, e lo è per due ragioni.

La prima è che quei pregiudizi contro cui lottavano queste autrici – la donna come angelo del focolare, la scrittura femminile come hobby sentimentale, l’idea che una “signorina perbene” non dovesse avere opinioni troppo forti – non sono affatto scomparsi. Si sono semplicemente trasformati, indossano vestiti nuovi, ma la sostanza è la stessa. Leggere come Jolanda e Speraz li combattevano, senza i diritti che noi diamo per scontati, fa un certo effetto. Insegna che la pazienza non è rassegnazione.

La seconda ragione è più semplice, e forse più importante: si legge bene. Non c’è nulla di accademico o di polveroso in queste pagine. Sono testi vivi, a tratti divertenti, a tratti feroci, sempre sorprendenti. La 8tto edizioni ha fatto un lavoro elegante – la cura dei testi è precisa, l’introduzione è misurata e informata – ma ha avuto soprattutto il merito di lasciare parlare le autrici. Senza troppe mediazioni, senza lezioni di morale. Perché, come dimostra questo libro, loro la voce ce l’hanno sempre avuta. Bastava ascoltarle.

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