Un gioiello il racconto giovanile e incompiuto di Jane Austen, “Evelyn”, in cui gli abitanti di un borgo sono eccessivamente virtuosi e generosi. Una famiglia del luogo arriva a offrire la casa e una figlia con dote a un viaggiatore cinico ed egoista. Una farsa comico-grottesca che fa a pezzi le convenzioni letterarie del XVIII secolo e il romanzo sentimentale allora in voga…
È nella recente top ten dei libri più belli di sempre per il giornale britannico The Guardian, nona con Orgoglio e pregiudizio. Ma di Jane Austen consigliamo di leggere proprio qualsiasi cosa, anche la più insospettabile, misconosciuta e apparentemente oscura. Un esempio? Evelyn (73 pagine, 9 euro), raffinato libretto dalla copertina color carta da zucchero, pubblicato da La Vita Felice, con la preziosa cura, introduzione e traduzione di Eugenia Serravalli e Letizia Paganelli, e con testo inglese a fronte. Mai sentito? Allora il vuoto va colmato. Se i grandi romanzi della maturità di Jane Austen sono celebrati per finezza psicologica, equilibrio formale e realismo domestico, la produzione della sua prima giovinezza rivela un’autrice profondamente diversa. Nei manoscritti noti come Juvenilia, la futura signora della letteratura inglese dà libero sfogo a una vena satirica, anarchica e squisitamente surreale. Tra queste prove poco più che fanciullesche risalta Evelyn, un fulminante racconto incompiuto, scritto intorno al 1792, una farsa comico-grottesca che fa a pezzi le convenzioni letterarie del diciottesimo secolo.
Far ridere e poi… diventare adulta
Era un testo, come gli altri coevi, concepito come copione per performance domestiche. La famiglia Austen era solita riunirsi la sera per leggere ad alta voce, recitare commedie teatrali amatoriali nel fienile della canonica e sfidarsi in giochi di parole. Quando Jane scriveva queste farse surreali, il suo obiettivo primario era far ridere i suoi familiari. Lo spirito dissacrante di Evelyn, in cui il matrimonio e il patrimonio vengono trattati come merci di scambio in modo del tutto sconsiderato, risente di questa atmosfera di ironia condivisa. Di lì in avanti l’adolescente che si divertiva a far esplodere le regole del mondo degli adulti sarebbe diventata una giovane donna alle prese con le preoccupazioni concrete legate alla ricerca di un marito e alle ristrettezze economiche della famiglia.
La cortesia, meccanismo aberrante
Il baricentro del racconto Evelyn non focalizza, come poi diventerà esemplare e proverbiale, la narrazione su giovani eroine. Il protagonista è invece un uomo, Frederick Gower, un viaggiatore egoista, egocentrico e dotato di un cinismo inattaccabile. Mentre attraversa a cavallo la contea del Sussex, Gower si imbatte nel borgo di Evelyn, luogo idilliaco che sembra scaturito da un’utopia pastorale, caratterizzato dalla stravagante ed eccessiva generosità dei suoi abitanti. Il bersaglio polemico della giovanissima scrittrice è il romanzo sentimentale allora in voga, con la sua insistenza su virtù, benevolenza e sensibilità. Nella parodia di Austen, questa cortesia perde ogni tratto di naturalezza, è un meccanismo aberrante.
Il gentiluomo settecentesco, mito a pezzi
Quando Gower incontra la famiglia Webb, proprietaria della più bella dimora del paese, la loro ospitalità assume proporzioni parossistiche. I coniugi non si limitano ad accoglierlo con dolci e leccornie ma finiscono per offrirgli la loro borsa, la loro lussuosa tenuta e persino la mano della figlia maggiore, Maria, corredata da una dote cospicua. Di fronte a questa valanga di doni non richiesti, il cavaliere non manifesta alcun imbarazzo né gratitudine sincera. Con una disinvoltura sconcertante, l’antieroe accetta tutto ciò che gli viene offerto come se si trattasse di un tributo dovuto al suo rango o alla sua semplice presenza. Austen si diverte a scardinare il mito del perfetto gentiluomo settecentesco, sostituendolo con un opportunista che prospera grazie all’assurdità del mondo circostante.
I sequel
Come detto, il racconto non fu mai completato da Jane Austen. L’autrice lasciò intenzionalmente diverse pagine bianche alla fine del testo, quasi a voler invitare una continuazione. Decenni più tardi, quel vuoto venne parzialmente colmato dalle generazioni successive della famiglia Austen, desiderose di misurarsi con lo spirito della celebre zia. Il nipote James Edward Austen-Leigh riprese la penna per aggiungere alcuni fogli al racconto, imitato in seguito dalla sorellastra Anna Lefroy, la quale inserì nel manoscritto una propria prosecuzione dai toni spiccatamente gotici. Entrambi questi contributi sono in appendice a questa edizione del libricino, che resta di comicità liberatoria nella produzione di Jane Austen. Dietro l’esagerazione della trama e l’assurdità delle situazioni si intravede già lo sguardo lucido e ironico che, una volta depurato dagli eccessi della farsa, darà vita alle memorabili ipocrisie dei suoi personaggi più iconici e dei romanzi più importanti.
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