Ann Radcliffe, il più classico dei gotici e l’autonomia femminile

Capolavoro e capostipite del genere gotico, “I misteri di Udolpho” di Ann Radcliffe. Più del soprannaturale l’orrore di questo vasto romanzo sta nella trasformazione dell’orizzonte domestico in un luogo tutt’altro che sicuro per le donne. Eppure Emily, la protagonista, vive un’evoluzione e sviluppa una maggiore consapevolezza di sé e del proprio rapporto col potere…

Byron e Punter, due studiosi nel campo degli studi sul gotico, sostengono che la distinzione principale tra gotico maschile e gotico femminile risieda nel modo in cui i protagonisti si rapportano agli spazi gotici dominanti. In particolare, se nel gotico maschile la narrazione è spesso costruita attorno a figure che entrano in spazi sociali e culturali proibiti, nel gotico femminile avviene tutto il contrario: la protagonista non esplora lo spazio fisico, ma tenta di sottrarsi a esso, di sfuggire a luoghi che la vogliono intrappolare e controllare.

Architettura stratificata e oscura

Se c’è un elemento che mi affascina del romanzo gotico è proprio il ruolo che lo spazio fisico svolge all’interno della narrazione. D’altronde, il termine stesso non nasce in ambito letterario, ma architettonico. In origine, infatti, “gotico” era un’etichetta dispregiativa, utilizzata per indicare ciò che era “non classico”, irregolare, oscuro, in opposizione all’ideale di ordine e razionalità. Quando il romanzo gotico prende forma, non adotta casualmente questa definizione, ma la assume perché pone al centro proprio quegli spazi architettonici che il gusto illuminista aveva progressivamente marginalizzato. Le architetture che dominano questi romanzi — castelli, abbazie, rovine — non funzionano come semplici scenografie, ma come veri e propri dispositivi narrativi. L’architettura gotica è infatti stratificata, oscura, attraversata da passaggi nascosti; soprattutto, però, è uno spazio eccedente rispetto alle possibilità di controllo razionale. È proprio qui che il legame con il romanzo gotico diventa significativo: queste strutture architettoniche si trasformano nella traduzione materiale di dinamiche mentali e sociali, generando effetti psicologici come paura, smarrimento e paranoia.

Ritornando alla distinzione tra gotico maschile e gotico femminile, diventa allora interessante osservare come cambi la rappresentazione di questo spazio e del suo significato narrativo. I Misteri di Udolpho (1029 pagine, 15 euro) di Ann Radcliffe – curato da Vittoria Papetti, tradotto da Vittoria Sanna e pubblicato da Bur Weird – ne rappresenta un esempio emblematico, e la mia analisi si concentrerà proprio sulla rappresentazione degli spazi e sul loro significato all’interno del romanzo.

I luoghi molteplici

I luoghi presentati da Radcliffe sono molteplici, perché nel romanzo figurano tanti spazi, e ognuno di essi è importante per la crescita e per la psiche della protagonista. La prima parte è ambientata nel paesaggio quasi idilliaco di La Vallée, la casa di Emily, in cui vive con i genitori. Questo luogo è immerso nella campagna francese, e ad esso sono legati i ricordi di Emily sin dall’infanzia. All’inizio del romanzo, Emily si muove quindi in un mondo che appare armonioso e ordinato, in cui la natura e la dimensione domestica sono ancora in equilibrio. Soprattutto, in questa fase iniziale la natura è in piena sintonia con le emozioni di Emily: i paesaggi che osserva sembrano rispecchiare il suo stato d’animo, confortarla e persino stimolare la sua immaginazione poetica. La sua sensibilità estetica si esprime proprio attraverso questa capacità di entrare in relazione profonda con ciò che la circonda.

Ci spostiamo poi in altri luoghi di passaggio, dalla dimora di M.me Cheron, zia di Emily, all’alloggio a Venezia, una volta che la zia si sposa con il misterioso Montoni, fino ad arrivare infine al castello di Udolpho, che dà il titolo al romanzo. Notiamo come, con il progressivo cambiamento delle circostanze narrative, anche il rapporto tra Emily e il paesaggio si trasforma. I luoghi che attraversa diventano sempre più cupi e minacciosi, e il sublime si avvicina progressivamente alla definizione proposta da Burke, quindi non più un’esperienza di armonia e trascendenza positiva, ma un sentimento di terrore e quasi smarrimento di fronte a qualcosa di vasto e incontrollabile. Arriviamo così al punto di svolta, rappresentato dall’arrivo nel castello di Udolpho. Ma che ruolo ha il castello e quale importanza assume la sua architettura gotica?

La metafora del castelllo

Nel romanzo gotico, il castello non è semplicemente uno spazio narrativo, ma una metafora complessa della domesticità patriarcale: in apparenza protegge e offre rifugio, ma in realtà sorveglia, isola e limita l’autonomia femminile. Il suo carattere labirintico rafforza questa interpretazione, poiché suggerisce disorientamento e, soprattutto, perdita di controllo, rendendo evidente come Emily abiti uno spazio che non può né comprendere pienamente né dominare. Il romanzo mostra chiaramente che il vero pericolo per la donna non proviene dall’esterno della casa, ma è interno alla sua stessa struttura, perché è il potere patriarcale stesso a trasformare lo spazio domestico in uno strumento di controllo.

Il castello infatti, è uno spazio che agisce direttamente sulla percezione mentale di Emily: i suoi corridoi, le sue stanze chiuse, i suoni indefiniti e le presenze ambigue contribuiscono a creare un’esperienza costante di incertezza. Come ho già detto, qui il gotico non funziona tanto come rappresentazione di eventi realmente soprannaturali, quanto come meccanismo psicologico: ciò che spaventa Emily non è necessariamente “reale”, ma l’effetto che lo spazio produce sulla sua immaginazione. È significativo, infatti, che Radcliffe scelga di spiegare razionalmente i fenomeni apparentemente fantastici, spostando l’attenzione dall’orrore oggettivo all’esperienza soggettiva della paura.

Se la natura era per Emily uno rifugio mentale ed emotivo, un luogo aperto, non rigidamente organizzato dal controllo umano, in cui la donna può ritrovare una sua stabilità interiore, il castello, al contrario, diventa uno spazio di estraneità, uno spazio chiuso, modellato da volontà di potere e quindi intrinsecamente legato al controllo e alla reclusione. Qui la protagonista non riesce mai a sentirsi davvero al sicuro: è a questo che servono tutte queste porte, i corridoi labirintici, le stanze segrete con le possibili intrusioni. Servono a trasformare lo spazio domestico in un ambiente instabile e minaccioso.

Rappresentazione del patriarcato

Il castello, in The Mysteries of Udolpho, può essere letto dunque come una rappresentazione amplificata della casa e, più in generale, della domesticità così come era concepita nella società patriarcale. Anzi, potrebbe essere considerato persino come l’estensione stessa dell’uomo tirannico, come sembra suggerire il fatto che quando Montoni è assente il castello appare in rovina, mentre con il suo ritorno si rianima e riprende vita. All’interno di questo spazio, il patriarca (Montoni) assume il ruolo sia di proprietario sia di carceriere, trasformando la casa in una manifestazione concreta del potere maschile.

Le donne, infatti, sono storicamente relegate all’ambiente domestico che, nella logica patriarcale, dovrebbe proteggerle dai pericoli del mondo esterno, ma che in realtà funziona anche, e soprattutto, come strumento di controllo e limitazione della loro libertà. Il castello diventa così una versione estrema e ingigantita della casa: non un rifugio, ma una struttura di sorveglianza, in cui il controllo esercitato dal marito o dalla figura patriarcale assume le caratteristiche del dominio di un tiranno, e in cui la donna non possiede mai davvero uno spazio proprio in cui potersi sentire al sicuro.

Il romanzo ci porta a riflettere proprio su questo paradosso fondamentale: la casa, che dovrebbe essere uno spazio di protezione e sicurezza, si rivela in realtà un luogo in cui la sicurezza, soprattutto per una donna, non è mai garantita. Radcliffe sembra condensare nel castello di Udolpho le paure più profonde legate all’esperienza femminile, trasformando lo spazio domestico in una struttura imponente, chiusa e labirintica. È questo il vero orrore del romanzo, più ancora del soprannaturale.

Partendo da questa idea dello spazio domestico come luogo di apparente protezione ma di sostanziale insicurezza, il modo in cui è strutturato il castello e in cui vi si muove la protagonista ci mette direttamente di fronte all’orrore. Neppure la stanza da letto può essere considerata uno spazio sicuro per la donna: al contrario, diventa essa stessa vulnerabile all’intrusione e al controllo maschile. Un ulteriore elemento significativo è il ruolo delle porte, che evidenzia come Emily non abbia mai un pieno controllo sui confini dei propri spazi privati. Come si scoprirà nel corso del romanzo, la sua camera può essere violata, raggiunta attraverso passaggi segreti o accessi non controllabili e, se il castello può essere letto come un’estensione dell’uomo tirannico e del suo potere, allora la stanza da letto si configura come un’estensione dello spazio femminile, o della donna stessa.

Il fatto che questo spazio non sia pienamente sicuro e possa essere aperto dall’esterno diventa significativo, poiché incarna la paura della donna di essere esposta alla violazione e alla violenza sessuale: neppure il suo spazio più intimo le appartiene mai completamente. La camera da letto può dunque essere “aperta” dagli altri, come se fosse il corpo stesso della donna, reso vulnerabile e accessibile contro la sua volontà.

La logica rovesciata del matrimonio

Questa stessa logica di appropriazione e controllo dello spazio non si limita però alla dimensione domestica, ma si estende anche al tema della proprietà. Nel romanzo, infatti, anche la gestione dei beni materiali svolgono un ruolo fondamentale nel riflettere le dinamiche di potere patriarcale. La vicenda di Madame Montoni è particolarmente significativa: il suo nuovo marito cerca di costringerla a firmare i documenti necessari per appropriarsi delle sue proprietà, tuttavia, il rifiuto della donna, pur comportando conseguenze drammatiche, rappresenta un atto di resistenza importante, perché resiste alla logica per cui tutto ciò che appartiene alla donna deve inevitabilmente passare al controllo maschile.

In questo contesto, anche il ruolo di Emily assume un significato rilevante. Le proprietà della zia, infatti, sono destinate a passare a lei, e questo elemento si lega a un’importante consapevolezza che Emily sviluppa nel corso del romanzo: quella di dover preservare i propri beni non solo come forma di sicurezza economica, ma anche come condizione per il proprio futuro con l’uomo che ama. Ho trovato interessante che in questa dinamica si verifichi anche un rovesciamento rispetto alla logica tradizionale del matrimonio: solitamente è l’uomo a dover garantire alla donna una casa e una stabilità economica, mentre la donna, spesso priva di mezzi, dipende da questa sicurezza per potersi sposare. In Udolpho, invece, è Emily a trovarsi nella posizione di chi possiede e può garantire una base materiale all’unione, mentre l’uomo appare economicamente più fragile.

La donna non più vittima

La sua scelta di non cedere le proprietà a Montoni è quindi anche una scelta pragmatica, che le permette di preservare una base materiale per il proprio futuro. L’idea di Emily come proprietaria di numerosi beni rappresenta così un elemento interessante di trasformazione rispetto alle convenzioni del sistema patriarcale. In una società in cui normalmente le proprietà sono amministrate e controllate dagli uomini, Radcliffe immagina invece una situazione in cui la protagonista femminile acquisisce un controllo diretto sugli spazi domestici e sul patrimonio. Potrebbe trattarsi di un’inversione radicale dei ruoli, oppure come una forma di rinegoziazione, in cui Emily non distrugge l’ordine esistente, ma vi si inserisce in modo attivo, appropriandosi degli strumenti di potere economico e domestico. Ho trovato particolarmente significativo questo sviluppo, perché ribalta almeno parzialmente l’idea della donna come soggetto passivo all’interno del sistema ereditario e domestico. Al tempo stesso, il romanzo suggerisce una possibile evoluzione della condizione femminile all’interno della struttura patriarcale, in cui la donna non è più soltanto vittima di espropriazione o reclusione, ma può diventare soggetto di gestione e controllo dello spazio domestico.

In definitiva, se nel castello Emily appare inizialmente come una figura esposta al controllo e alla perdita di autonomia, il percorso del romanzo suggerisce una graduale trasformazione di questa condizione. L’esperienza dello spazio gotico diventa anche il luogo in cui l’eroina sviluppa una maggiore consapevolezza di sé e del proprio rapporto con il potere. La sua vicenda non si risolve semplicemente in una sottomissione allo spazio patriarcale, ma lascia intravedere una forma di riscatto: Emily, alla fine, riesce non solo a uscire da quello spazio, ma anche a riappropriarsi di una stabilità materiale e simbolica che le consente di ridefinire la propria autonomia.

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