Eleonora Marangoni e quel genio che fallì meravigliosamente

Un personaggio dimenticato, un perdente di successo dell’Ottocento americano, il viaggio per mettersi sulle sue tracce, una riflessione sulla vittoria e sulla sconfitta, sul profitto e sulla curiosità. Non poteva che essere Eleonora Marangoni a raccontare nel suo romanzo “L’imperdibile” una figura brillante e pura, ma che non fece epoca, come Walter Hunt… 

Si vince, si perde, talvolta si pareggia. Eppure cosa è davvero un successo, quanto vale un’affermazione, una qualsiasi affermazione? E quanto una rinuncia, una batosta, una sconfitta, anche di un’inezia? Che peso specifico hanno nella memoria, nei ricordi di chi resta, nelle pagine di storia? Che fine fanno certi marginali, perdenti di successo o trionfatori di ripiego, col curriculum pieno di vittorie di Pirro? E sono tutti capaci di raccontarli, soggetti così? C’è da dubitarne. Per recuperare dalle nebbie indistinte della storia, dalle pagine più consunte e meno epocali, meno indimenticabili della memoria del mondo, un certo Walter Hunt – vedremo fra un po’ chi fu – e per farne sostanza viva e affascinante di un congegno romanzesco serviva una felice anomalia letteraria, un nome che brilla per talento e singolarità, lontana da formule magari alla moda, ma logore. Eleonora Marangoni è diversa almeno da tutti gli scrittori italiani in attività, col suo sguardo refrattario al prestabilito e al prevedibile, con la certezza che ogni suo libro non assomiglierà al precedente e al successivo, ma sarà sempre qualcosa di inaspettato.

Eleonora Marangoni, felicemente irregolare

Per raccontare un reietto del sogno americano, Eleonora Marangoni era quel che serviva. Spiazza da quando pubblica, la scrittrice romana, spazza via formule ripetitive, generi rassicuranti, si muove per linee oblique, senza troppe pose da intellettuale. Ha iniziato a pubblicare in Francia, senza passare dalla narrativa pura, poi ha vinto il premio Neri Pozza e con la stessa casa editrice ha pubblicato l’affascinante Lux, romanzo carico di suggestioni e accensioni poetiche. E poi avanti, senza replicare presunti modelli vincenti, cambiando rotta, imboccando sempre la strada più eccentrica: un saggio sulle figure ritratte di spalle (Viceversa), una geografia personalissima della capitale francese (Paris, s’il vous plaît). E adesso è la volta di un apparente romanzo storico, una biografia tutt’altro che tradizionale, che sa trasformarsi in qualcosa di completamente diverso, vivendo di riflessioni e rispecchiamenti, intrecciandosi sulla pagina ai timori, ai dubbi e alle ricerche della stessa Eleonora Marangoni, in un viaggio intrapreso negli Usa, a caccia dei labili segni lasciati da un inventore dimenticato. Il risultato si incarna in una voce, la voce di chi racconta, che risuona in quella del raccontato.

Un fantasma e le sue invenzioni

… strano incrocio tra uno scienziato e un poeta, tra un matematico e un artista, tra un genio e un fesso, tra un inguaribile solitario e uno che del mondo non può fare a meno.

Al centro de L’imperdibile (208 pagine, 18 euro), romanzo di Eleonora Marangoni, pubblicato da Feltrinelli, non c’è una figura monumentale della storia, bensì un fantasma dell’Ottocento americano, un meccanico quacchero di Martinsburg arrivato a New York con una valigia leggera e un’immaginazione straripante: Walter Hunt. Il nome, chiaramente, dice poco o nulla. Eppure, di fatto senza cavalcare mai la fortuna industriale dell’invenzione di turno, Walter Hunt ha concepito la spilla da balia, il clacson per le carrozze, la penna stilografica e, in anticipo su tutti (ma inutilmente perché ad altri è stato attribuito il merito e il primato) il primo prototipo di macchina da cucire a punto annodato.

Più arte e meno brevetti

Un tipo abbastanza fuori contesto, Walter Hunt, decisamente più un artista che agiva spinto dalla curiosità, che un collezionista di brevetti o un accumulatore di capitali. In una giovanissima America in cui quasi chiunque era disposto a tutto pur di monetizzare la propria esistenza, l’antieroe ripescato da Eleonora Marangoni, si perdeva dietro al funzionamento delle cose, dimenticando di proteggere i propri diritti o cedendoli per pochi dollari per far fronte alle scadenze immediate. Una vita rutilante, il matrimonio con Polly, la sfilza di figli da sfamare, i continui traslochi, il ripiego professionale nel settore immobiliare per pagare i debiti e nessuna certezza, come un precario del ventunesimo secolo, che sperimenta la libertà come rischio quotidiano e deve inventarsi ogni mattina un modo per stare al mondo. Forse non così secondario e irrilevante, così perdente, Walter Hunt. Avrà fallito dal punto di vista commerciale, avrà perso, ma umanamente forse non è il caso di relegarlo fra gli sconfitti. La spilla da balia («imperdible» in spagnolo) è un emblema niente male: risolve un piccolo problema quotidiano ed è uno strumento che resta identico a sé stesso per quasi due secoli, è un trionfo d’ingegno, al di là de profitto.

La libertà, la fedeltà a se stessi

Tranquilli, non si disquisisce di bizzarrie meccaniche, sono pagine di passione e poesia, pagine anche di riflessione sulla fedeltà a se stessi. Il protagonista ha lavorato sodo, ha mantenuto la sua famiglia, ha camminato per le strade di una New York destinata a diventare in futuro la capitale del mondo, mantenendo intatta la propria purezza, sordo alle lusinghe del successo materiale. Ha fallito magnificamente, senza fermarsi troppo nella celebrazione di un traguardo o nell’afflizione di un problema, libero, devoto alle proprie inclinazioni, sempre pronto a ricominciare, accettando rischi e inanellando tentativi.

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