Finalmente tradotti in italiano cinque racconti di Granand, al secolo Erwin von Busse, raccolti sotto il titolo “Weimar. Il giardino dei piaceri”. Raccontano amori omosessuali, vissuti, fugaci, mancati, nella Germania del primo dopoguerra in cui l’omosessualità era un reato. Storie originali e ben scritte, sorprendenti per la naturalezza con cui vengono narrate…
Weimar. Il giardino dei piaceri (112 pagine, 12 euro) raccoglie cinque racconti – ci informa la curatrice Silvia Amalia Di Cocco nella sua Introduzione ricca di notizie e di spunti tematici – scritti da Erwin von Busse (1885-1939), regista teatrale, scrittore, pittore e studioso di arti visive. Il titolo originale è Das erotische Komödiengärtlein, traducibile letteralmente con Il giardinetto delle commedie erotiche. Editi privatamente nel 1919-20 e pubblicati nel 1920-21 con lo pseudonimo di Granand, entrambe le edizioni furono ben presto censurate e confiscate. La Repubblica di Weimar, Berlino in particolare, si caratterizzava, sì, per una intensa, libera creatività in campo artistico e culturale, per la fondazione del primo Istituto di Scienze Sessuali, creato da Magnus Hirshfield, che si occupava di omosessualità e transessualità, per la presenza di club e pub per omosessuali, e per associazioni che si battevano per l’uguaglianza dei diritti. Ma nella Germania del primo dopoguerra era altresì rimasto in vigore il Paragrafo 175 che considerava l’omosessualità un reato, punibile con la reclusione e l’eventuale interdizione dai diritti civili, e la Repubblica era terreno di un’accesa instabilità politica, con associazioni e correnti antidemocratiche sempre più insidiose, che ne chiuderanno l’esperienza nel 1933 con l’instaurarsi del Nazionalsocialismo hitleriano.
La naturalezza dell’amore
Sono racconti molto piacevoli, ben scritti, originali (e benissimo ha fatto la casa editrice Storie effimere a renderli disponibili ai lettori italiani), sorprendenti per l’implicita, ma saldissima naturalezza con cui sono vissuti e raccontati gli incontri omosessuali. A nessuno dei personaggi coinvolti viene in mente di interrogarsi sul “perché” del proprio desiderio, nessuno lo vive con angoscia o sofferenza in quanto tale, né sente altresì il bisogno di cercarvi una qualsivoglia finalità o giustificazione nei confronti del mondo eterosessuale nel quale pure è immerso. Si pensi, per contrasto, al pur liberatorio (infine) Maurice (ne abbiamo scritto qui) di Forster, scritto nel 1914, il cui protagonista avverte invece la necessità di elaborare, per sé stesso, il proprio sentire, l’urgenza di dargli un senso rispetto all’univoca, cogente Norma etica rappresentata da una rigida eterosessualità. È pur vero poi che la legislazione inglese era particolarmente severa nel punire l’omosessualità, e a lungo erano rimasti nella memoria collettiva i due anni di lavori forzati inflitti a Oscar Wilde. Così, il più giovane Christopher Isherwood dal 1929 si trasferì a Berlino proprio per immergersi nella disinvolta, rutilante vita omosessuale, cui si ispirerà per Addio a Berlino, pubblicato nel 1939.
Un’attenta regia
Una prima conferma dell’ottica di Granand è rintracciabile forse nella nota iniziale, a mo’ di premessa, nella quale l’immagine del Giardinetto come spaccato di vita sembra alludere a un hortus conclusus, paradiso ricreato artisticamente dall’autore, dove la vegetazione cresce spontanea, non curata né forzata o stilizzata dall’intervento umano.
La godibilità e la scorrevolezza della scrittura di Granand non devono tuttavia trarre in inganno ed essere interpretate come frutto del candore, autentico o artefatto che sia, dell’artista. Già nella disposizione dei racconti è possibile intravedere la scelta di un’attenta regia. Notturno e American Style, i testi di apertura, raccontano due incontri casuali: nel primo, quello di un ladro professionista che si introduce nell’appartamento di un dandy dalla professione ignota, fra i quali scocca una imprevedibile, crescente attrazione erotico-sentimentale. L’altro avviene, sul treno Bologna-Milano, fra un giovane Svizzero, studente d’arte, e un uomo d’affari americano, i quali, nonostante le notevoli difficoltà nella comunicazione verbale, finiscono per passare insieme una movimentata notte d’amore in hotel, prima di riprendere il viaggio verso le rispettive destinazioni. Sono, senza dubbio, i racconti più divertenti e briosi della raccolta. La nemesi, il testo centrale, il più lungo e articolato, copre un arco temporale di eventi più esteso e racconta le difficoltà di andare oltre, di mantenere il rapporto fra i protagonisti. Difficoltà che, grazie alla maturità del più adulto, poi si scioglieranno, preparando il lieto fine. È il racconto che più mostra lo “spaccato di vita” della Berlino del periodo, vivace e disinibita, coi suoi locali da ballo frequentati da uomini di età e ceti diversi (soldati e ufficiali, ricchi borghesi, operai…), parte dei quali truccati e en travesti. La stessa Berlino narrata poi da Isherwood. Cadetti, il racconto successivo, si svolge all’interno di un’Accademia militare nei pressi di Berlino – quella peraltro in cui l’autore conseguì la maturità. Racconta la fine della relazione fra un caporale e un sergente, diciottenni, che si erano promessi di vivere per sempre insieme. Uno dei due, però, si innamora di un cadetto. È con questo incrinarsi della reciprocità del sentimento amoroso che si aprono le narrazioni soffuse di tristezza della raccolta, qui con gelosia, tradimento e abbandono vissuti nel corrispettivo di un crescente malessere del corpo. La rivelazione, infine, sembra ricongiungersi, ma antiteticamente, al tema iniziale dell’incontro casuale (a Saint-Denis, alla periferia di Parigi), che però stavolta viene rifiutato, per paura, dal protagonista. Questi, in seguito, pentito, ripercorre più volte gli stessi luoghi – sperando di ritrovare il giovane che lo aveva fermato – senza riuscire a incrociarlo mai più, e col trascorrere del tempo vede quell’esperienza come la rivelazione di una felicità che la vita gli ha negato.
Il senso del “comico”
La presenza di racconti tristi o comunque… seri rende controversa la definizione di “commedie”, contenuta nel titolo originale. Essa non può, evidentemente, essere spiegata con la finalità di suscitare il riso o il sorriso del lettore e neppure con l’accezione formale di testi teatrali, strabordanti come sono di… pseudo-didascalie. Il “comico” potrebbe avere senso come scelta sia di una dimensione prevalentemente quotidiana degli ambienti, dei personaggi e dei fatti raccontati, sia di un reale visto e reso nella sua varietà. E tuttavia, non a caso, prima, si è usato il termine “regia”: la voce narrante cui dobbiamo la lettura-ascolto dei cinque racconti, non si prefigge di riportare in maniera neutra, “verista”, dialoghi, azioni e descrizioni, ma interviene di frequente, sempre dall’esterno, a evidenziare e precisare atteggiamenti, pensieri, intenzioni dei personaggi, come fosse un regista che sta preparando gli attori alla comprensione profonda dei loro ruoli e della rappresentazione che andrà in scena (von Busse svolse attività di regista e drammaturgo teatrale fino al 1923). Sono “indicazioni” che hanno anche un ruolo decisivo nel determinare l’umorismo o la comicità dei racconti iniziali, proponendosi a volte come un controcanto rispetto alle intenzioni dichiarate dai personaggi o alla loro parziale, incerta comprensione di quanto sta accadendo. Talora, addirittura, accennano all’interno del testo a… “una storia”, a “una commedia”, una scena: una sorta di occhiolino al lettore, e ciò più volte sia in American Style [esempio: Ancora una volta, è il subdolo treno espresso a far avanzare un po’ la trama di questa commedia finora piuttosto banale, p. 47] che in La nemesi [esempio: Questo significa che per il momento il dialogo tra Erich e il soldato non è più fondamentale ai fini della nostra storia, p. 73].
Due polarità complementari
Per quanto riguarda i personaggi della raccolta, essi sembrano collocarsi su due polarità che si potrebbero definire, se non opposte, complementari. Forza fisica, vigore e prestanza adulta, da un lato; e fisico minuto, aria adolescenziale, modi a tratti effeminati dall’altro, si attraggono e finiscono per incontrarsi in quasi tutti i racconti. Alle caratteristiche del primo gruppo si possono aggiungere varianti come la stabilità emotiva che può derivare da uno status benestante o dalla maturità anagrafica; a quelle del secondo l’intraprendenza e la consapevolezza del proprio potere seduttivo. L’amore per l’arte e uno sviluppato senso estetico possono ritrovarsi in entrambi. All’interno di questa duplice polarità e della naturalità-naturalezza dell’omosessualità, American Style potrebbe essere letto allora come un confronto con la visione standard della norma eterosessuale: un confronto non in forma diretta, teorico-saggistica, ma tutto risolto obliquamente in una narrazione comica. Il modello dell’Eros omosessuale che ha il fine in sé stesso (Franz, studente di storia dell’arte) si scontra con quello eterosessuale che ha il fine nella ri-produzione, nella continuità della generazione (C. H. Bronklin, un American man, aitante e concreto, che ha come movente esistenziale il binomio affari-soldi). Con un finale perfidamente lapidario.
L’aura delinquenziale
Interessanti poi, in tre racconti su cinque, i contatti col mondo delinquenziale. Un elemento, questo, che imprime esiti a volte sorprendenti alle vicende, come nel caso, in Notturno, del ladro e della sua… conversione (oltre quella erotica). O come in quello del piccolo Trudy, in La Nemesi, che ruba il cappotto del protagonista di cui è stato amato ospite per alcuni giorni: un bugiardo, che per vivere raggira i suoi ammiratori e occasionalmente si prostituisce. E infine il giovane Apache del racconto finale, laddove il termine – consultando un dizionario francese – è adoperato nell’obsoleta accezione di “malvivente, teppista, delinquente, disonesto”, diffusasi a Parigi agli inizi del ‘900. In tutti e tre i casi, l’aura “delinquenziale” o comunque “poco raccomandabile” dei personaggi non appare come una connotazione moralisticamente spregiativa e non costituisce un ostacolo al sentimento, ad esempio, che Erich prova per il piccolo Trudy. Tale aura sembra, anzi, essere considerata con sguardo empatico, forse di solidarietà, soprattutto nel momento in cui il personaggio si apre sul proprio vissuto. D’altra parte, il Paragrafo 175 poneva l’omosessualità alla stregua degli altri comportamenti criminali. Nel racconto finale, Reinhard, il protagonista, ha paura del giovane Apache che, pur presentatosi nel look tipico delle gang, gli porge la mano destra, pulita e lavata, gli sorride, gli assicura di voler essere suo amico, gli chiede di fidarsi di lui, fin quando alla resistenza ostinata dell’altro, se ne va. Ed è interessante notare, in un gioco di specchi sulla propria condizione, che alla paura dovuta alla… fama criminale si affianca nel protagonista la vergogna di ciò che potrebbe pensare la gente per strada a vederlo insieme a un tipo come lui, mentre è tentato di credere alla sincerità di un affine desiderio di contatto, nonostante la propria diffidenza. Il suo rifiuto non gli (e non ci) consentirà di scoprire le vere intenzioni del giovane.
La solitudine
In quest’ultimo racconto, il più triste ed elusivo, si delinea la solitudine come possibile (frequente? inesorabile?) esito nell’esistenza di un omosessuale – nello specifico – trentacinquenne: Reinhard Dieffenbach, come dice la sua famiglia (il cui nome è in realtà von Dieffenbach!), così come i suoi ex compagni di scuola e commilitoni, che ora sono tutti padri di famiglia e funzionari pubblici, come dicono tutti quelli che lo hanno conosciuto in passato, Reinhard Dieffenbach ha fatto il giro di boa, p. 102. È interessante notare, nel prosieguo immediato del testo (ma un po’ ovunque, in realtà) il ricorrere di numerosi riferimenti autobiografici – a partire dall’età, se ci si riferisce all’anno di pubblicazione dei racconti. Ma forse più interessante ancora appare la ripresa-variazione di un passaggio narrativo di La nemesi, con una ripresa-variazione del protagonista, Erich, trentenne lì e allora, in un altro contesto e cinque anni dopo. Ai locali gay berlinesi, corrisponde qui un parigino (non gay) Café du Pantheon, altrettanto affollato; l’invito a ballare del soldato è sostituito da una bella ragazza bionda che vorrebbe sedersi al tavolo; l’amico del protagonista qui è Emile Grillon che gli comunica a sorpresa: Io e Marion ci sposiamo! Notizia seguita da una singolare spiegazione: Siamo entrambi stanchi di questa vita dissoluta; vogliamo diventare persone perbene, p. 109.
Al giro di boa dell’esistenza, è una pura illusione credere di poter fare a meno dell’amore, che è il cuore della vita. In più, giunge a consapevolezza in Reinhard l’amara prospettiva secondo cui ogni volta che ami è un episodio; non ami mai, come ama Emile Grillon, con la certezza del futuro… Solo una cosa è sempre vera: che sei e resterai solo, p. 112. E tutto ciò, fatte sempre salve assenza di colpa e di dramma nel sapersi quel che si è e nel viverlo consapevolmente. Come se solo il matrimonio (con eventuale procreazione) potesse segnare, per usare le parole che l’amico eterosessuale riferisce a sé stesso, il passaggio da una vita dissoluta al diventare persone perbene. Non è chiaro quanto l’amara rivelazione della propria solitudine emerga in Reinhard a causa del giro di boa della maturità e delle connesse aspettative sociali oppure dipenda dal mancato incontro con l’Apache di Saint-Denis, in cui si rende conto di cercare in realtà l’altro sé stesso… Oppure dal verificarsi di entrambe le condizioni; e magari di quelle e altro ancora. Un alone di dubbio, di enigmatica malinconia, che questo racconto sfuggente consegna ai lettori post-Stonewall.
Seguici su Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

