Barbi Markovic, l’infanzia è un campo… da battaglia

In “Polvere di Piksi” di Barbi Marković, come in una telecronaca, si racconta il complesso rapporto fra una figlia e un padre che vuole “convertirla” alla passione del calcio; e al tempo stesso si racconta il disfacimento dell’ex Jugoslavia, il contesto che condusse alla guerra fratricida degli anni Novanta

Non addomesticare i ricordi, non cadere nella trappola del lirismo nostalgico e nemmeno in quella del freddo documento cronachistico o storico. Ci riesce Barbi Marković, nativa di Belgrado, scrivendo (in tedesco) un gran bel romanzo, tradotto da Lucia Assenzi per le edizioni Voland. La memoria della protagonista – una bimba nei Balcani della fine del secolo scorso, prima dell’implosione della Jugoslavia – procede per accensioni improvvise e repentine accelerazioni, restituendo un’immagine dell’infanzia priva di qualsiasi filtro consolatorio e di stereotipi relativi alla purezza. Va così in Polvere di Piksi (112 pagine, 16 euro), dove l’infanzia non è un rifugio e la bimba raccontata da Barbi Marković è alle prese con un contesto più grande di lui, difficile da decifrare e comprendere.

Ironia e dolore

Ai Mondiali del 1990 la nazionale di calcio della Jugoslavia è eliminata dall’Argentina di Maradona. Una “morte” sportiva che annunciava la disgregazione politica e l’odio fratricida, una guerra civile intrisa nel sangue e nell’onta delle peggiori nefandezze, nel cuore dell’Europa. Dopo nemmeno un anno dall’eliminazione ai Mondiali che si giocarono in Italia, sarebbe esploso un immondo conflitto etnico. A Belgrado una bimba – proiezione dell’autrice – è condotta suo malgrado allo stadio, odia il calcio, ma il padre Slobodan si ostina a propinarlo alla piccola, il genitore arriva addirittura a cospargerla con la polvere sollevata dagli scarpini di Piksi, soprannome di Dragan Stojković, funambolo dell’epoca: la giovanissima non si trasforma né in un bimbo, né in calciatrice e nemmeno in una tifosa accanita, ma in qualche modo vive una “metamorfosi”. È una storia ironica e dolorosa, di un padre incapace di vivere e di uno Stato che, dopo la morte di Tito, va a pezzi. Cronache radiofoniche, discorsi da bar, riti e rituali, metafore e retoriche, nulla manca dell’immaginario calcistico, di un codice piegato al servizio della comprensione della fine di un mondo, e che la piccola protagonista non comprende fino in fondo…

L’imminenza della catastrofe

Il romanzo va avanti un po’ come una telecronaca, con registri diversi, ora comico ora tragico. La disgregazione della Jugoslavia viene raccontata in modo originale, l’infanzia è il sismografo più sensibile nel registrare l’imminenza della catastrofe, captando i segnali del disastro, dell’urto del mondo circostante, molto prima che avvenga. Dai campi da calcio ai campi di battaglia, purtroppo, è un attimo. Barbi Marković è una voce da ascoltare, da leggere.

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