Il Guatemala degli anni Sessanta e Settanta, un nonno sequestrato dai guerriglieri, un episodio vissuto dal protagonista con una chiusura ermetica, il nipote che indaga con pudore. Con “Canción” Eduardo Halfon non spiega violenza e potere, ma ne mostra gli effetti collaterali…
Pesca nel passato, Eduardo Halfon, guatemalteco di avi europei e asiatici. Il suo Oh ghetto amore mio, edito da Giuntina, prendeva le mosse dal nonno materno, ebreo polacco originario di Lodz. Il più recente Canción (160 pagine, 16 euro), reso in italiano da quella fuoriclasse che è Ilide Carmignani, e pubblicato da Il Saggiatore, muove dal rapimento del nonno paterno, ebreo-libanese finito oltreoceano, e poi prigioniero della guerriglia. Non è una cronaca familiare, non è un’inchiesta, non è una biografia. Misura la distanza da quel trauma e riesce a farne letteratura.
Notizia di un sequestro
Il nonno non è descritto con i tratti del patriarca indomito, né con quelli della vittima sacrificale o dell’eroe da celebrare. È un uomo comune che è stato scaraventato dentro l’ingranaggio della grande Storia e che ne è uscito protetto da una corazza di silenzio impenetrabile, da una chiusura ermetica, che il nipote, e omonimo, Eduardo Halfon indaga con pudore. Questo vuoto, questa ostinata assenza di spiegazioni, ciò che è taciuto diventa la risorsa narrativa più preziosa del romanzo. Il Guatemala degli anni Sessanta e Settanta emerge dal fondo della pagina con una nitidezza geometrica. Non ci sono descrizioni didascaliche dei nodi politici dell’epoca, né compendi sulle dinamiche della Guerra Fredda in America Latina: la violenza strutturale si riflette nei comportamenti della comunità, la tensione politica si riflette in alcuni dettagli minimi. Il sequestro del nonno altro non è che un simbolo di un’intera epoca di instabilità.
Non ci sono buoni e cattivi…
Non c’è ritmo concitato nella prosa di Eduardo Halfon, è un sommesso resoconto, non infarcito di dolore. Sebbene i guerriglieri responsabili del sequestro non siano liquidati, né siano protagonisti di un processo di idealizzazione, il romanzo evita la dicotomia elementare tra buoni e cattivi. Si concentra invece sulla complessità di un conflitto civile che costringe individui diversi, a cominciare dall’ostaggio e dai suoi carcerieri, a incrociare i propri destini. La vicenda del nonno cessa di appartenere esclusivamente alla dinastia degli Halfon per trasformarsi in uno specchio della capacità di sopravvivenza di un’intera società. Sopravvivere senza esibire cicatrici e senza farsi schiacciare dal peso di ciò che è stato.
Autentico e onesto
Testimonia quel che è stato, senza forse chiudere davvero i conti del passato, Eduardo Halfon. Cerca di carpire ricordi confusi, informazioni parziali, pezzi di un enigma, fa i conti con contraddizioni e dubbi, conferendo al romanzo una profonda autenticità e un’estrema onestà. L’episodio familiare è comunque carico di una dimensione politica e il risultato è una sottile riflessione sulla violenza imposta all’esistenza quotidiana, non spiegando il potere, vissuto come un nemico invisibile, ma mostrandone gli effetti collaterali sulla carne e sulla mente di chi lo subisce.
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