Calaciura, un memorabile Cristoforo Colombo (unto del Signore)

Un conquistatore che pensa di portare avanti una missione divina, la violenza fondativa dell’Occidente, avventure di riso amaro e sollievo che è illusione. Ne “L’ammiraglio”, Giosuè Calaciura interroga e “smonta” Cristoforo Colombo. Chi si attende un romanzo storico di imprese e battaglie, però, resterà deluso: è un gran romanzo di atmosfere, che intreccia storia ed invenzione e si fa carico del male del mondo, restituendolo a chi legge

Si direbbe che tutti gli scrittori, prima o poi, debbano misurarsi con il racconto di un naufragio o di una conquista, due facce della stessa ossessione occidentale: la smania di possedere ciò che non si conosce. Giosuè Calaciura, con il suo L’ammiraglio (212 pagine, 16 euro) pubblicato dalla casa editrice Sellerio, sceglie la conquista, e lo fa dalla prospettiva più scomoda, quella che non concede scampo né all’eroismo né al rimpianto. Ciò che ne esce è un romanzo storico anomalo, violento e visionario, che rinuncia all’equilibrio della ricostruzione per abbracciare il caos della verità. Non è un libro che racconta Colombo: è un libro che lo interroga, lo smonta e lo rimette in piedi, ma mostrandone gli ingranaggi arrugginiti, le molle che schiacciano e la polvere da sparo che ancora puzza.

Un manuale di violenza contemporanea

Uno dei tratti più originali del romanzo è la sua doppia anima: da un lato, la fedeltà certosina ai documenti storici, che include l’uso del diario di bordo di Colombo e persino un accenno agli atti del processo a cui fu sottoposto dall’inquisitore Bobadilla; dall’altro, la deliberata contaminazione con elementi fantastici e letterari. Calaciura non cerca il documento-spettacolo, ma l’ombra che i documenti proiettano. Questa strategia narrativa serve a creare uno spaesamento fecondo, in cui la Storia cede il passo al senso della storia.

La vera materia del romanzo, infatti, è la violenza fondativa dell’Occidente: la conquista diventa un manuale della sopraffazione contemporanea, dove la tecnologia – dalla caravella all’archibugio – è rappresentata come una scelta di potere che legittima il razzismo e lo sterminio. I conquistatori, nelle pagine di Calaciura, non sono eroi tragici ma esecutori di una logica che si ripete ancora oggi, nei rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri, tra il potente e il subalterno. È un’intuizione che trasforma il romanzo in un’opera politica potentissima, senza per questo cadere nella retorica.

Dal punto di vista stilistico, Calaciura costruisce una lingua ibrida, lontana da qualsiasi realismo documentario. Le frasi sono brevi, spesso paratattiche, ma punteggiate da metafore improvvise che deformano la realtà. Il mare non è solo “salato” ma “sbriciolato come un vetro rotto”; gli indigeni appaiono “costruiti con la cenere e il terrore”. Questa tessitura linguistica produce un effetto di straniamento permanente: il lettore non assiste a una ricostruzione filologica, ma a una visione onirica che però non concede tregua sentimentale. La violenza non è mai edulcorata – ci sono saccheggi, stupri, cani sbranati – ma neppure esibita con compiacimento: viene invece assorbita dalla prosa, che la trasforma in un dato atmosferico, ineluttabile come la malaria.

Un Ammiraglio bugiardo, visionario e grottesco

Al centro di tutto c’è lui: Cristoforo Colombo, descritto come un “gran bugiardo, un pirata, un vaneggiatore in preda all’estasi” . Calaciura lo priva di ogni maestà e lo restituisce nella sua umanissima, grottesca fragilità. È un sognatore che mente a se stesso e agli altri, un Don Chisciotte che non combatte mulini a vento ma popoli interi, sostenuto solo dalla sua folle immaginazione, da “pratiche magico-religiose, ipotesi e vaghe congetture”. Eppure, non è un mostro: è un vanitoso, un visionario che davvero crede nella propria missione divina, un uomo capace di slanci mistici e al tempo stesso di una crudeltà sconcertante. Questa ambivalenza è la sua vera forza come personaggio: non lo si può né amare né odiare del tutto, perché lo si riconosce come il ritratto lucido di un’ossessione che ha cambiato il mondo.

Il suo Ammiraglio è un uomo divorato da una certezza assoluta: quella di essere il prescelto, l’esecutore di un disegno divino che coincide con la propria sete di gloria. Questa sovrapposizione tra vocazione mistica e ambizione personale viene resa con una sottigliezza notevole: Colombo prega con fervore e subito dopo calcola spartizioni di ricchezze; scrive nel suo diario particolari astronomici e poi annota con freddezza quanti indigeni potrebbero essere venduti.

Una vena picaresca che spezza l’orrore

Ciò che sorprende, in un romanzo così cupo, è la presenza di una vicenda ironica e irriverente, disseminata come una sorta di controcanto comico tra un massacro e l’altro. Calaciura sa che l’orrore assoluto stanca e ottunde, e per questo inserisce inserti grotteschi che sembrano usciti da un romanzo picaresco: marinai codardi, litigi volgari, episodi di pura farsa. Questo registro non è una concessione al lettore, ma un espediente narrativo che accentua per contrasto la ferocia del quadro principale. Come i sipari di un teatro dell’assurdo, questi momenti spiazzano e non concedono tregua: il riso è amaro, e il sollievo è solo un’illusione.

Il punto di vista plurale

Uno dei punti di forza del romanzo è la restituzione di uno sguardo plurale. Calaciura abbandona spesso il punto di vista di Colombo per seguire personaggi più o meno marginali.

Questi frammenti di alterità non sono mai vittimistici né folkloristici: l’autore non cerca di “dare voce” a chi non l’ha avuta nella storia ufficiale con la retorica del subalterno. Piuttosto, li trasforma in presenze quasi spettrali, che osservano l’invasione europea con un misto di stupore e rassegnazione.

Anche lo spazio fisico (le navi, la spiaggia, la giungla) viene trattato come un personaggio collettivo. Le caravelle sono gusci di legno marcio, fetidi di vomito e sangue, e la loro promessa di scoperta si rovescia continuamente in naufragio interiore.

Disorientare e lasciare il segno

L’ammiraglio non è un romanzo per tutti. La sua struttura è deliberatamente frammentaria, priva di una cronologia lineare, e questo può disorientare chi cerca un racconto tradizionale con una chiara evoluzione psicologica.

Chi cerca un romanzo storico – con battaglie, date e psicologie coerenti – potrebbe restare deluso. Ma è probabile che Calaciura non fosse interessato a quel tipo di lettore: il suo è un romanzo di atmosfera, di immersione sensoriale, più che di trama.

Nel panorama della narrativa italiana contemporanea, i libri che prendono Cristoforo Colombo come protagonista oscillano solitamente tra l’agiografia nazionale e la critica postcoloniale. L’ammiraglio di Giosuè Calaciura si colloca in una posizione più ambigua e feconda: non è né un’epopea né un pamphlet, ma un’opera che trasforma il personaggio storico in una figura archetipica, quasi mitologica ma svuotata di ogni eroismo.

L’autore firma un’opera ostinata e memorabile, capace di parlare al nostro presente con una voce antica e potentemente originale. Non è un libro consolatorio, né un saggio, né un’avventura: è un romanzo totale, che si fa carico della violenza della storia e la restituisce al lettore senza edulcorazioni.

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